Alla vigilia del 30esimo giorno di operazioni belliche nel Golfo Persico, si sono accumulati diversi segnali che potrebbero indicare la volontà statunitense di effettuare un qualche tipo di azione anfibia nel conflitto in corso.
Dalle colonne di InsideOver abbiamo monitorato, nelle scorse settimane, i movimenti di truppe USA, in particolare quelli dei due MEU (Marine Expeditionary Unit) imbarcati sui rispettivi gruppi navali da assalto anfibio: quello del “Tripoli” e quello del “Boxer”. Sebbene inizialmente pensassimo che questi spostamenti degli ARG (Amphibious Ready Group), in particolare quello del “Tripoli”, fossero esclusivamente una forma di pressione politica, o al più un modo di sopperire all’uscita dalla zona di operazioni della portaerei “Ford”, che come sappiamo in questi giorni si trova a Creta per effettuare le riparazioni di emergenza resesi necessarie dopo l’incendio a bordo, ora quanto emerso da canali ufficiali e non ci porta a considerare con maggiore probabilità la possibilità che il Pentagono stia seriamente valutando l’opzione di uno sbarco anfibio da qualche parte del Golfo Persico.
Prima di cercare di capire dove gli le forze anfibie potrebbero entrare in azione, ripercorriamo gli eventi che stanno spostando la valutazione verso questa ipotesi.
L’ARG del “Tripoli”, per ora composto solo dalla LHA (Landing Helicopter Assault) da cui prende il nome e dalla LPD (Landing Platform Dock) “New Orleans” (ancora non è stato osservato il “San Diego”, seconda LPD che trasporta il 31esimo MEU) è stato segnalato a Diego Garcia, la base aeronavale britannica utilizzata storicamente dagli USA nel mezzo dell’Oceano Indiano, il 23 marzo.
L’ARG del “Boxer” ha lasciato molto celermente il porto di San Diego il 19 marzo, dirigendosi verso ovest. Non è ancora chiaro se abbia ricevuto ordini di dispiegamento nella zona di operazioni del CENTCOM oppure sia stato inviato nel Pacifico Occidentale per sostituire l’ARG del “Tripoli”.
Marines e l’82esima aviotrasportata
Un MEU, imbarcato su tre navi da assalto anfibio (solitamente una LHA/LHD, e due tra LPD e LSD), è composto da circa 2.200/2.500 Marines, supportato da elicotteri da assalto, da trasporto, convertiplani e una componente aerea imbarcata ad ala fissa costituita da F-35B o AV-8B. Quest’ultimo velivolo è destinato a essere ritirato dal servizio attivo a giugno di quest’anno, ma rimane ancora attivo nel 22esimo MEU. Considerando le unità navali in movimento, stimiamo che all’incirca 5.200 Marines, comprensivi dei gruppi aerei imbarcati e personale di supporto, siano attualmente in movimento verso il Medio Oriente, con la forza del “Tripoli”, l’unica diretta sicuramente verso la zona, pari a circa 2300 soldati.
Secondo quanto riportato venerdì dal Wall Street Journal, il Pentagono sta valutando l’invio di ulteriori 10mila soldati delle forze terrestri in Medio Oriente. Se approvato, il contingente includerebbe probabilmente fanteria e veicoli blindati e si unirebbe ai Marines già diretti nella regione e ai circa 2mila paracadutisti della 82esima Divisione Aviotrasportata di stanza a Fort Bragg. Tale operazione aumenterebbe significativamente la potenza di fuoco del contingente già inviato in zona di operazioni.
Sebbene non sia chiaro dove tali forze verrebbero dislocate, alcuni ritengono che il Pentagono stia preparando uno sbarco nell’isola di Kharg, una piccola striscia di terra nel Golfo Persico che gestisce il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. L’isola è stata già pesantemente colpita dai raid aerei statunitensi, è oltre alla infrastrutture petrolifere ospita lavoratori del settore e un numero imprecisato di militari. Un potenziale assalto a Kharg potrebbe prevedere diverse tattiche, dallo sbarco anfibio dei Marines al lancio di paracadutisti direttamente nell’area, o una combinazione di queste. Il problema di un’azione di questo tipo è dato dal passaggio delle navi degli ARG dallo Stretto di Hormuz e dalla navigazione nel Golfo Persico, che potrebbe facilmente esporle alla reazione iraniana con barchini armati di missili, razzi e con vettori da crociera antinave basati a terra, che non abbiamo ancora visto in azione sebbene l’Iran abbia più volte riferito di aver cercato di colpire il Carrier Strike Group della portaerei “Lincoln”.
Da Hormuz al nucleare
Recenti informazioni diffuse da alcuni media, riportano anche che gli iraniani avrebbero già posato mine navali nello Stretto a partire da circa il 12 marzo. Sebbene sia scarsamente possibile la posa di mine in modo da ottenere una zona di mare fittamente e ordinatamente minata, è noto che basti il sospetto che nella zona ci siano mine per rendere necessaria l’attività di unità navali per contromisure e quindi rallentare le operazioni di transito.
Le forze statunitensi potrebbero anche tentare di assumere il controllo di alcuni elementi del programma nucleare iraniano: la scorsa settimana Reuters ha riferito che funzionari dell’amministrazione Trump stavano valutando una missione per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito dell’Iran per eliminare la capacità dell’Iran di sviluppare armi nucleari.
Ci sono altre due opzioni per uno sbarco anfibio e un’azione terrestre e/o aviotrasportata statunitense: la presa di alcune isole nello Stretto, e il posizionamento di una controbolla Anti Access / Area Denial nella penisola omanita di Musandam. Lungo lo Stretto, oltre alla grande isole di Qeshm che richiederebbe forze consistenti e una più lunga campagna di interdizione aerea, ci sono altre piccole isole come Larak (situata all’imboccatura in ingresso nel Golfo), e Siri, Abu Musa, Tunb al-Kubra e Tunb as-Sughra. Queste ultime 4 sono posizionate all’incirca al centro del braccio di mare, in uscita dal Golfo, abbastanza lontane dal territorio iraniano e soprattutto tutte dotate di una pista di atterraggio. La geografia delle isole è favorevole per un’operazione anfibia e aviotrasportata, quindi se le forze aeronavali statunitensi riuscissero a esprimere un’adeguata scorta l’operazione sarebbe fattibile. La penisola di Musandam, sebbene sia strategicamente rilevante, non ha coste adatte a uno sbarco anfibio nella sua parte orientale e settentrionale, e data l’orografia e la scarsa viabilità l’installazione di una controbolla richiederebbe molto tempo e notevoli sforzi logistici: resterebbe comunque l’opzione più sicura previa approvazione dell’Oman. L’opzione più probabile comunque resta la presa di una qualche isola nello Stretto, considerando l’invasione di Kharg la possibilità più dispendiosa in termini di assetti e personale considerando il rischio associato.
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