Usa-Iran, Trump alza la posta: “Blocco navale a Hormuz”

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Donald Trump alza la posta dopo che la delegazione Usa guidata dal vicepresidente J.D. Vance non ha concluso un accordo a Islamabad per pacificare la situazione nel Golfo Persico dopo i dialoghi con la controparte iraniana guidata dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. E lo fa puntando al cuore della contesa, quello Stretto di Hormuz su cui l’Iran ha imposto il controllo dopo l’attacco di Usa e Israele il 28 febbraio scorso, mantenendone il controllo sostanziale anche dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile scorso.

The Donald ha scritto su Truth di aver ordinato alla United States Navy e alle unità del Comando Centrale (Centcom) degli Usa che gestiscono le operazioni in Asia Sud-Occidentale di imporre il blocco navale allo Stretto di Hormuz, fermando tutte le navi che hanno pagato il pedaggio per passare la stretta via d’acqua divenuta arteria vitale per i traffici energetici globali. Teheran chiede un pagamento, in yuan cinese o criptovalute, per le navi che intendono attraversarlo e si è detta pronta a garantire il transito a 15 imbarcazioni al giorno mentre prosegue il cessate il fuoco.

Il vicepresidente del parlamento iraniano, Haji Babaei, oggi ha detto all’agenza Mehr che lo Stretto è “completamente sotto il controllo iraniano” e che anche 1,6 milioni di barili di petrolio iraniano al giorno escono quotidianamente per essere esportate, una quantità paragonabile all’anteguerra. Durante le sei settimane di pesanti attacchi aerei e missilistici contro l’Iran e nel pieno della risposta di Teheran, che ha bombardato infrastrutture energetiche, snodi logistici e basi militari Usa in tutta la regione, Washington ha studiato diversi piani per forzare il controllo di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, spesso prevedenti operazioni offensive via terra contro le isole che ne sono la chiave, non dandovi seguito mentre le riserve militari venivano consumate dagli attacchi al territorio metropolitano del grande Stato centroasiatico.

Per gli Usa provare a forzare Hormuz avrebbe richiesto un pesante drenaggio di unità aeree e navali, avrebbe esposto la Us Navy alle batterie balistiche iraniane e avrebbe imposto di operare con lo spettro di imbattersi nei campi minati seminati dall’Iran senza poter contare su una flotta di navi capaci di dragarle all’altezza della sfida, tanto che la richiesta di assistenza è arrivata fino a alleati europei come l’Italia, tutto questo per ovviare a un disastro strategico imposto proprio dalla scelta di attaccare l’Iran.

Ora la strategia è più articolata. La manovra mira a esercitare pressione su Teheran e su quei Paesi che hanno trovato accordi con l’Iran per il transito da Hormuz (tra cui Cina, Malesia e Pakistan) senza far avventurare le navi americane nei 31 km più importanti degli oceani globali in questa delicata condizione geopolitica.

Del resto, ad oggi entrare in forze in Hormuz creerebbe un problema: “l’Iran non è in grado di localizzare le mine che ha posizionato nello stretto di Hormuz e non ha la capacità di rimuovere gli esplosivi, il che gli impedisce di consentire un maggiore traffico attraverso la via navigabile”, nota il Guardian, aggiungendo che parimenti nelle settimane di guerra “gli Stati Uniti non erano in grado di monitorare efficacemente le piccole imbarcazioni che stavano minando lo stretto, il che lasciava il paese nell’incertezza circa l’ubicazione e il numero delle mine presenti nello Stretto”. La questione del blocco navale è, tecnicamente, complessa e rappresenterebbe, se attuata, un atto di guerra che però si può inserire nel quadro della ricerca di vie operative per pressare l’Iran da parte americana. Ironia della sorte, il blocco di Hormuz potrebbe essere visto come una conferma indiretta del fatto che gli Usa non si ritengono in grado di invertire manu militari il controllo dello Stretto da parte di Teheran affermato durante la guerra, fermandosi alle porte di esso. Quanto questo possa far recedere Teheran dalle sue baldanzose posizioni negoziali è a dir poco incerto.