Gli Stati Uniti hanno riversato sull’Iran un’impressionante potenza di fuoco a partire dal 28 febbraio, colpendo con caccia, missili e bombardieri a lungo raggio il territorio dello Stato centroasiatico, martellando i Pasdaran e l’esercito di Teheran, distruggendo vettori lanciamissili, navi, strutture nucleari e infrastrutture logistiche, operando in sinergia con Israele per decapitare i vertici della Repubblica Islamica ma agendo, al contempo, senza una strategia chiara. Lo confermano le parole di Donald Trump, presidente, e Marco Rubio, segretario di Stato, in apparente contraddizione tra di loro.

“Un regime iraniano armato di missili a lungo raggio e armi nucleari rappresenterebbe una minaccia intollerabile per il Medio Oriente, ma anche per il popolo americano”, ha detto Trump, mentre Rubio ha indicato nell’assalto israeliano il movente che ha spinto gli Usa a rompere gli indugi. In sostanza: la strategia la sta facendo Tel Aviv, non Washington, che insegue l’alleato a ruota e si trova a divergere nei fini e nelle opportunità di questa guerra.

La dimostrazione di potere militare e predominanza tattica va di pari passo con un’assenza di chiarezza sugli obiettivi del conflitto. Il regime è stato ferito, con la morte della stessa Guida Suprema Ali Khamenei, ma non travolto, al potere c’è il triumvirato costituzionale di transizione, la “difesa a mosaico” di Teheran sta facendo assorbire i danni a una struttura decentralizzata, Washington ha dovuto espandere le maglie della difesa dei partner regionali colpiti dalla risposta iraniana.

I calcoli sbagliati degli Usa

La sensazione è che Washington abbia totalmente sbagliato i calcoli, sin dalla valutazione strategica sull’esito dell’attacco. Si sta verificando quanto abbiamo analizzato di fronte all’ipotesi di un assalto americano all’Iran durante le proteste di gennaio, quando sottolineavamo la differenza dell’Iran rispetto a Stati come Libia, Siria o Venezuela, anticipavamo che da decenni Teheran stesse strutturando la dottrina militare per prepararsi allo scontro massiccio con Paesi come Usa e Israele, e il cui sistema dirigenziale non si sarebbe sciolto come neve al sole.

National Interest aggiunge il fatto, paradossale, che gli Usa abbiano creato le condizioni per accelerare l’avvicinamento al conflitto perché “Trump, con i suoi minacciosi avvertimenti sul fatto che “il tempo sta per scadere” e il dispiegamento di una “armata  nelle acque vicine all’Iran, abbia creato l’immagine di una crisi a miccia corta, quando l’unica crisi era stata creata da lui stesso”.

Rubio a suo modo lo ha confermato, ma è bene ricordare ciò che scrive Paul R. Pillar: “Non c’era  alcuna indicazione di un’imminente azione preventiva iraniana, nemmeno in risposta alle minacce degli Stati Uniti. L’unico aspetto in cui Trump potrebbe aver pensato che il tempo stesse per scadere è stato quello di entrare in guerra prima che il Congresso tenesse un  dibattito sui poteri di guerra questa settimana”. Trump rischia peraltro il duro contraccolpo su più fronti: quello congressuale, quello economico (il boom energetico rischia di travolgere la campagna di abbassamento dei tassi d’interesse e di alzare l’inflazione) e, da ultimo, quello elettorale, tanto che il New York Times scrive che la guerra all’Iran “può costare a Trump la presidenza”.

Israele detta la strategia

L’aver voluto seguire Tel Aviv sul suo terreno per mettere alla prova il nuovo militarismo americano, quello esplicitato mesi fa dal capo del Pentagono Pete Hegseth in forma estremamente aggressiva e unilaterale, e l’aver assecondato una strategia israeliana che mira a un obiettivo di collasso sistemico, non solo istituzionale, dell’Iran tutt’altro che funzionale ai piani Usa per il Medio Oriente sono la manifestazione plastica della scarsa lungimiranza americana. Anche tenendo in considerazione l’ipotesi che Washington, invertendo l’ordine degli addendi, abbia seguito Israele sull’Iran per arruolare Tel Aviv nel contenimento anti-cinese volto a privare Pechino degli approvvigionamenti energetici del Medio Oriente, il calcolo risulterebbe comunque spericolato e ingiustificato.

La lezione dell’Iran per le guerre di domani è già chiara: senza strategia la predominanza tattica non basta più a trovare vie d’uscita. Aggiungiamo a ciò il fatto che Washington ha un oggettivo tema legato al deperimento delle scorte degli arsenali e il quadro è completo. I Tomahawk lanciati dalle navi sono ritenuti preziosi, e l’ipotesi che un missile sparato sull’Iran sia sottratto alla difesa di Taiwan contro la Cina serpeggia tra molti comandanti americani.

Trump parla di “scorte infinite” ma non è così, sia sul piano offensivo che su quello difensivo, come già l’aiuto a Israele a giugno contro aveva dimostrato. Il Wall Street Journal ha riferito della “corsa” americana a obliterare il potenziale balistico iraniano prima di restare a corto di missili, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la difesa a mosaico serve proprio a impedire ciò e l’Asia Times ha intervistato Kelly Grieco, ricercatrice senior presso il think tank Stimson Center di Washington, DC, che ha avvertito che gli Stati Uniti stanno “utilizzando [le munizioni] più velocemente di quanto riusciamo a sostituirle”. La testata sudcoreana Chosun Daily parla addirittura della possibilità di spostare batterie Patriot e Thaad dal comando indopacifico all’area di operazione di Centcom che controlla le manovre verso l’Iran. Qualcosa che a Pechino, avversario strategico degli Usa per antonomasia, non mancheranno di osservare con attenzione.

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