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Guerra

Usa-Iran. Incendio domato, le ardue trattative riprendono

I nodi più spinosi restano irrisolti e lo resteranno a lungo (e forse potranno essere sciolti solo con la spada). E sono essenzialmente tre: il conflitto libanese, il nucleare iraniano e il transito di Hormuz. Su Hormuz l'Iran è irremovibile...
Usa-Iran. Incendio domato, le ardue trattative riprendono

La fiammata del fine settimana su Hormuz si è infine spenta e, a Doha, le delegazioni di Stati Uniti e Iran hanno ripreso a parlarsi in forma indiretta, tramite i mediatori qatarioti.

Dialogo difficile, dal momento che ormai è chiaro che sul Libano, punto chiave del Memorandum, Teheran difficilmente potrà spuntare più di un cessate il fuoco, che in effetti è entrato in vigore (anche se nelle modalità solite, con Israele che di tanto in tanto uccide qualcuno o distrugge l’ennesima abitazione…).

E però, è possibile finalizzare alcuni punti del Memorandum. Anzitutto lo scongelamento dei beni iraniani, tanto che la delegazione di Teheran che si è recata in Qatar ha negato di voler interloquire con gli americani dichiarando invece che il viaggio serviva a sbloccare parte di questi beni, per un ammontare di 6 miliardi di dollari. Ciò si somma alla revoca delle sanzioni sul petrolio iraniano, che duravano tempo. D’altro canto, petroliere e mercantili hanno ripreso a navigare nello Stretto, soddisfacendo la richiesta americana più urgente.

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I nodi più spinosi restano irrisolti e lo resteranno a lungo (e forse potranno essere sciolti solo con la spada). E sono essenzialmente tre: il conflitto libanese, il nucleare iraniano e il transito di Hormuz. Su Hormuz l’Iran è irremovibile sull’imposizione di tariffe sui servizi che erogheranno, e stanno lavorando con alacrità sul tema. L’Oman, altro Paese che si affaccia sullo Stretto, ha accolto la prospettiva iraniana e si sta studiando come attuarla.

Più volte abbiamo accennato alla Turchia, che offre i suoi servizi a pagamento alle navi in transito dai suoi Stretti. A quanto pare Teheran sta studiando tale modello. Trump dovrà affrontare critiche accese quando si presenterà il momento di dover accogliere il regime-change dello Stretto (eterogenesi dei fini di una guerra iniziata per realizzare un regime-change in Iran).

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Gli rimprovereranno di aver iniziato una guerra che ha causato un cambiamento peggiorativo dello status quo antea, di un ulteriore cedimento agli iraniani e di acconsentire a un vulnus alla sacra libertà di navigazione.

Però, nel Memorandum si sottende tale prospettiva per Hormuz e in qualche modo potrebbe risolversi. Più possibile un compromesso sul nucleare iraniano, sia sullo smaltimento dell’uranio arricchito sopra la soglia stabilita dagli accordi di Obama, sia sulla soglia di arricchimento futura (l’azzeramento del programma nucleare, richiesta iniziale, non è più a tema, come si nota dalle dichiarazioni dei membri dell’amministrazione Trump, ormai ferme solo al diniego dell’atomica).

Il nodo più spinoso resta, però, il Libano. Israele non mollerà la presa, soprattutto prima delle elezioni del 27 ottobre. Netanyahu vedrebbe sfumare tutte le sue chance di vittoria. Né Teheran può recedere dalla richiesta di un ritiro israeliano.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha lavorato bene in tal senso, promuovendo a Washington un accordo Israele-Libano che contrasta in pieno con il Memorandum, collegando il ritiro israeliano, peraltro tanto rallentato da risultare aleatorio, al disarmo di Hezbollah. Collegamento non presente, e non possibile, nel documento firmato in Pakistan.

Il governo libanese, firmando l’accordo di Washington, ha rivelato la sua vera natura, laddove il nemico del Libano viene identificato in Hezbollah e non nella nazione che ha invaso, devastato e causato una moltitudine di lutti al Paese dei cedri.

Beirut si è detta disposta a fare quel lavoro che l’IDF, con tutta la sua potenza di fuoco, non potrebbe mai fare. Infatti, come scrive Elizabeth Tsurkov su X, “Israele non può occupare tutto il Libano e andare porta a porta a requisire le armi“. Né è pensabile che Trump possa imporsi su Netanyahu sul ritiro, a meno di un miracolo geopolitico.

Così i nodi Libano e Hormuz risultano alquanto irrisolvibili e renderanno più complesse e lunghe le trattative sul nucleare, perché è difficile che Teheran ceda sulla sua leva più importante senza incassare un placet alle querelle succitate o almeno ad una di esse.

Uno scenario possibile è il prolungamento del negoziato su tali questioni, e magari anche altre secondarie, oltre il 18 agosto, termine fissato per concludere un accordo. E magari riuscire a scavallare il 27 ottobre, in modo che il ritiro israeliano non risulti tema così esistenziale com’è adesso per Netanyahu e tanti altri politici israeliani che, pur criticandolo, sono propensi all’occupazione.

Una possibilità che Trump ha fatto balenare di recente riferendosi ai negoziati sul nucleare. Lo riferisce il Wall Street Journal in un articolo nel quale si spiega anche come sia il Segretario per la Guerra Pete Hegsteh che il Capo dello Stato Maggiore congiunti Dan Caine abbiano più volte presentato al presidente piani per riprendere gli attacchi su larga scala contro Teheran, con Trump che li ha rispediti il mittente.

Al di là delle ipotesi, resta che i negoziati sono destinati a continuare con sviluppi tutti da seguire. Il problema è che si tenterà in ogni modo di riattivare la modalità guerra, con tentativi in aumento in prossimità delle elezioni israeliane. La fiammata della scorsa settimana potrebbe quindi non restare un caso isolato.

Da questo punto di vista la cosa più urgente è che il meccanismo di vigilanza sul cessate il fuoco sullo Stretto, che prevede un collegamento Stati Uniti – Iran, funzioni bene. Secondo il WSJ citato sarebbe già attivo, si spera in un suo saggio utilizzo.

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