Usa-Iran duellano sugli asset di Teheran. E intanto Araghchi vede Lavrov

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Si alza l’asticella delle minacce, non si ferma la diplomazia. La nuova fase della Terza guerra del Golfo si è riaperta tra Usa e Iran, senza l’intervento di Israele in sostegno a Washington, dopo il collasso del memorandum di Islamabad avvenuto l’8 luglio scorso e mentre proseguono gli attacchi americani contro le infrastrutture della Repubblica Islamica e le manovre di Teheran nel Golfo e contro le navi nello Stretto di Hormuz, il conflitto è a metà strada tra il duello su larga scala andato in scena da febbraio ad aprile e il teso periodo del cessate il fuoco primaverile.

Donald Trump minaccia di confiscare definitivamente gli asset iraniani congelati ai sensi delle sanzioni avviate nel 1979 dopo la nascita della Repubblica Islamica e rilanciate nel 2018 dopo che la sua prima amministrazione stracciò il memorandum nucleare di Barack Obama. Trump ha dichiarato che Washington potrebbe utilizzare questi fondi per ripagare i danni inflitti da Teheran al traffico navale, mossa che porterebbe gli Usa compiere dunque un’inversione irreversibile del possesso di questi beni, mentre il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi risponde definendo la minaccia della Casa Bianca un “precedente incendiario”. Solo poche settimane fa il cessate il fuoco lasciava presagire che parte di questi fondi potessero in prospettiva tornare nelle disponibilità di Teheran.

Le stime di tali risorse, peraltro, variano notevolmente. Il Financial Post dichiara che solo una minima parte, 2 miliardi di dollari, si troverebbe tecnicamente sul suolo statunitense, anche se di fatto una quota maggiore potrebbe passare tramite altre giurisdizioni e “una parte ben più consistente si trova in giurisdizioni di altri Paesi e non può essere trasferita a causa delle sanzioni statunitensi: le stime variano da 24 a oltre 100 miliardi di dollari”. Quest’ultima cifra è stata presa come plausibile da Al Jazeera in un report di aprile in cui si sottolineava che tale somma, pari a un quarto del Pil nazionale, aiuterebbe la ripresa di un’economia in crisi. Passare dal congelamento, che tecnicamente può essere sostanzialmente invertito nel momento in cui una sanzione viene rimossa, al sequestro significherebbe passare un solco nel rapporto con un Paese avversario e minare la certezza delle regole del diritto economico internazionale, come peraltro si è molto spesso discusso in Europa quando il processo in essere si dibatteva sugli asset russi congelati per l’invasione dell’Ucraina.

Araghchi ha detto molte cose mentre si recava al Summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan: ha attaccato la minaccia di Trump e definito potenzialmente ostile ogni Paese che offre sostegno agli Usa nella rinnovata campagna di bombardamenti. Ma parimenti, il fatto stesso che si sia imbarcato in una missione diplomatica a conflitto nuovamente rinfocolato mostra quanto esista la volontà di non chiudere porte e ponti alla diplomazia.

A Cholpon-Ata, sede del summit dell’organizzazione euroasiatica, Araghchi si è incontrato con l’omologo russo Sergej Lavrov, fresco di vertice col Segretario di Stato Usa Marco Rubio. Un dialogo in tempo di guerra fondamentale per capire i margini di risoluzione del conflitto e la possibile interoperabilità, per ora remota, tra scenari di conclusione della guerra in Ucraina e manovre volte a porre termine al duello nel Golfo, fronte ove Lavrorv,riporta Anadolu, chiede un “accordo duraturo”. E non è detto che tale accordo potrebbe sbloccare anche l’impasse ucraina se liberasse energie politiche agli Usa. Tra contraddizioni e difficoltà, dunque, il mosaico della nuova fase della guerra Usa-Iran e della diplomazia circostante prende forma come un disegno di difficile decifrazione. Per un segnale politico in una direzione dunque, uno strappo nell’altra: la conflittualità attuale è a livelli inferiori di quella di febbraio-aprile ma la finestra di una vera pace resta lontana. I toni incendiari non aiutano e va capito in che misura il pendolo girerà verso l’escalation completa e in che dimensione, invece, la diplomazia internazionale offrirà una rete. Alla Casa Bianca l’ultima parola su una decisione profondamente influente per l’intero ordine globale.