Stretto di Hormuz riaperto, rimozione dell’embargo statunitense sui porti iraniani, apertura all’allentamento della morsa sanzionatoria sul petrolio iraniano, fine del conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano: nella notte italiana di ieri il presidente americano Donald Trump ha annunciato le linee guida di quello che potrebbe essere un memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica per porre per davvero fine alla guerra scatenata da Washington e Israele contro l’Iran il 28 febbraio scorso e ferma dall’8 aprile dopo il cessate il fuoco negoziato dal Pakistan. Un’intesa di principio di cui Trump ha dato notizia dopo aver sentito ieri in una chiamata i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Egitto, Giordania e Pakistan prima e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in forma individuale poi.
Iran-Usa, tregua ora per un negoziato credibile poi
Non è ancora una pace definitiva, e fino alla definitiva conferma iraniana il condizionale è d’obbligo, ma gli scenari che si stanno delineando sono quantomeno ottimistici circa la presenza di un sentiero concreto per mettere fine al conflitto che ha incendiato il Medio Oriente e sconvolto i mercati energetici e l’economia globale. In sostanza un elemento appare dirimente: l’Iran accetterebbe di riaprire Hormuz e di sminarlo, contribuendo a far riprendere i traffici, ma al contempo non recede sulla sua volontà di rivendicarne il controllo e, al contempo, incasserebbe un prolungamento del cessate il fuoco per circa 60 giorni che dovrebbe far sì che nuove trattative sul vero punto critico, il programma nucleare, prendano piede. Una dilatazione dei tempi notevole e che può rappresentare un risultato positivo di fronte a trattative che spesso si trascinavano in maniera erratica.
Sicuramente un colpo duro a quel “partito della guerra” che a Washington, rappresentato soprattutto da figure come il senatore repubblicano Lindsey Graham, spingeva per un “terzo tempo” dell’attacco all’Iran dopo la guerra israeliana del giugno 2025 e quella di coalizione di febbraio-aprile. Lo stesso Trump, che ha sostenuto la scelta di Netanyahu di spingere per una nuova guerra, ha nel negoziato un’occasione per uscire dall’angolo in cui il conflitto rischiava di portare Washington: a tre mesi dagli attacchi Teheran, nonostante una leadership decapitata e danni per centinaia di miliardi di dollari alle infrastrutture critiche, ha ancora una potenza combattente credibile e non smantellata, il regime della Repubblica Islamica resta in piedi e controlla il Paese oggi sostanzialmente in mano ai Pasdaran e ai loro apparati valorizzati, nell’opinione pubblica, dal “martirio” bellico e la chiusura di Hormuz ha messo a repentaglio la narrazione americana del dominio americano dei mari. Parimenti, gli Usa sperimentano un boom di inflazione che può mettere a repentaglio le fortune politiche del comandante in capo già alle prossime elezioni di metà mandato. Per Trump era doveroso cercare una via d’uscita e forse questa fase può consentirla.
Guerrafondai di Washington in crisi
In sostanza, gli Usa tornano, otto anni dopo che Trump ha stracciato l’accordo nucleare del 2015 concluso da Barack Obama, a riconoscere nella Repubblica Islamica un interlocutore con interessi legittimi, anche se chiaramente a denti stretti. “I falchi anti-iraniani di Washington hanno ottenuto due guerre, quasi ogni tipo di sanzione immaginabile, un blocco, hanno sconvolto l’economia globale eppure continueranno a sostenere che un po’ più di pressione e qualche bombardamento in più basteranno magicamente a ottenere le concessioni di cui non saranno comunque soddisfatti”, ha commentato il politologo della Georgetown University Ali Vaez.
Ancora più duro il giudizio di Trita Parsi del Quincy Institute for Responsible Statecraft: “la pace è il loro incubo”, ha detto riferendosi ai leader (tra cui anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo) della cordata oltranzista e notando che “Trump sa che verrà attaccato per questo” riconosce l’importanza di un endorsement regionale all’accordo. Parsi nota, poi, che nel comunicare l’imminente accordo The Donald si è riferito alla “Repubblica Islamica dell’Iran”, dandole dunque, come detto, una legittimità quale interlocutrice.
I colpi risuonati ieri vicino alla Casa Bianca proprio mentre si parlava dell’annuncio dell’imminente accordo, ennesimo caso di rottura securitaria nelle zone del potere washingtoniano, e l’abbattimento da parte del Secret Service di un sospetto sono parsi a molti commentatori un esempio delle possibili interferenze e minacce a cui un accordo del genere aprirebbe. Del resto, stiamo parlando di un percorso negoziale avviato ma che dovrà, ovviamente, superare ostacoli. E l’ostacolo più solido resta quello di Benjamin Netanyahu: tollererà di essere nuovamente lasciato ai margini nel processo di dialogo vedendo imposta anche la fine delle operazioni in Libano?
Il giornalista d’inchiesta Max Blumenthal ha mostrato i suoi dubbi a riguardo e ha riportato a testimonianza uno scambio tra la giornalista israeliana Emiliy Schrader e Graham come manifestazione di un asse tra Israele e interventisti Usa che potrebbe far vacillare le prospettive d’accordo. E la chiusura dell’Iran potrebbe riaprire il discorso libanese. Ora, come a aprile, dall’effettiva volontà di Israele di adeguarsi allo stop ai combattimenti nel Paese dei Cedri dipenderà molto della prospettiva di fine di una guerra già logorante per il Medio Oriente e il mondo intero.
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