Gli Stati Uniti sono pronti a rivedere i propri piani in Medio Oriente con l’invio di 120mila soldati nella regione. A rivelarlo è il New York Times che, citando fonti dell’amministrazione di Donald Trump, ha riportato le voci che circolano in queste ore tra gli uffici del Pentagono e quelli del Consiglio per la Sicurezza nazionale. La richiesta sarebbe arrivata in particolare da John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale, e avrebbe trovato il placet del segretario ad interim della Difesa, Patrick Shanahan in un vertice tenutosi giovedì scorso a Washington.

La mossa della Difesa americana è particolarmente importante. E sicuramente va inserita non solo nel contesto delle tensioni con l’Iran, ma anche nella ormai evidente strategia di propaganda bellica che da tempo caratterizza la politica militare degli Stati Uniti. Il segnale è evidente: da Washington vogliono far capire a Teheran di essere in grado di rafforzare lo schieramento militare in Medio Oriente e di essere pornti ad assediare l’Iran qualora questo decida di riprendere l’arricchimento dell’uranio o di bloccare lo Stretto di Hormuz come risposta all’uscita degli Usa dall’accordo sul programma nucleare e dopo i tentennamenti europei.

Proprio per questo motivo, da alcune settimane gli Stati Uniti hanno rimesso al centro della loro strategia il Golfo Persico, prima con l’invio della portaerei Uss Abraham Lincoln nel Golfo Persico, poi con lo schieramento dei missili Patriot e dei bombardieri B-52 nella base di Al-Udeid in Qatar. Mosse che hanno avuto il chiaro intento di elevare la tensione nel mare che divide Penisola arabica e Iran, ma anche per far capire che all’interno dell’amministrazione Usa sono ancora i cosiddetti falchi a controllare la politica estera, e in particolare uno: Bolton. Il consigliere per la Sicurezza è uno dei principali avversari dell’iran all’interno del governo del presidente Trump. E per questo motivo sono in molti a credere che queste indiscrezioni riflettano anche lo scontro interno al governo Usa, in particolare fra coloro che chiedono che con Teheran si arrivi a una soluzione diplomatica e quelli che invece sostengono la linea dura, confermata dall’assedio mediatico, politico, economico e militare contro il Paese degli Ayatollah.

L’impressione è che comunque negli Stati Uniti vogliano chiarire che quello che sta avvenendo non è il preludio di un’invasione di terra. Anche perché sono tutti consapevoli che la guerra all’Iran potrebbe rappresentare un disastro per l’amministrazione americana e soprattutto per Trump, che da sempre si è opposto a interventi militari lontani dall’America. È stato lo stesso presidente a volere un ritiro dalla Siria, così come è stato il leader della Casa Bianca a non volere che gli Stati Uniti si confermassero i “gendarmi” del mondo. Ma queste volontà cozzano con una parte rilevante della sua stessa amministrazione, che vede proprio nell’Iran l’obiettivo numero uno della strategia americana: in questo in piena sinergia con Israele e Arabia Saudita. In ogni caso, la militarizzazione del Golfo Persico e gli annunci di nuovi piani militari per il Medio Oriente non possono far dormire sonni tranquilli. Non solo a Teheran ma in tutto il mondo.