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Guerra

Cosa lasciano gli Usa in Afghanistan: dieci infografiche per capire il Paese

Il 2019 potrebbe essere un anno cruciale per l’Afghanistan. Quest’anno il Paese celebra, si fa per dire, un macabro anniversario, il 40esimo anno consecutivo di guerra, iniziato con l’invasione dell’Unione Sovietica nel 1979. Ma soprattutto ad ottobre l’intervento americano nel...

Il 2019 potrebbe essere un anno cruciale per l’Afghanistan. Quest’anno il Paese celebra, si fa per dire, un macabro anniversario, il 40esimo anno consecutivo di guerra, iniziato con l’invasione dell’Unione Sovietica nel 1979. Ma soprattutto ad ottobre l’intervento americano nel Paese diventerà “maggiorenne”. Iniziata nel 2001, la guerra contro i talebani potrebbe presto vedere una svolta. Non tanto per la loro sconfitta, quando per la nuova tornata di colloqui con il governo afghano e soprattutto per il possibile ritiro del Paese delle truppe americane.

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Nel capitolo precedente di questo doppio approfondimento sull’Afghanistan avevamo parlato di come la “long war” iniziasse a vedere una fine, spinta dalla decisione dell’amministrazione Trump di ritirare i boots on the ground presenti nel Paese. La stampa americana a metà dicembre aveva ipotizzato un possibile ritiro di 7mila uomini entro la primavera, ma sui tempi e i modi vige ancora molta incertezza. Addirittura verso la fine dell’anno un portavoce della Casa Bianca ha raccontato a Bloomberg che il presidente non ha ancora ordinato il ritiro al Pentagono.

Intanto sotto traccia continuano i movimenti diplomatici. Da un lato gli americani e dall’altro la Russia, con in mezzo le forze talebane e il governo di Kabul. Lo scenario in cui la diplomazia si muove è molto complesso. Attualmente nel Paese vige una sorta di “stallo armato“, dove a bloccare tutto ci sono le debolezze dei contendenti. L’esercito regolare non riesce a penetrare nelle zone rurali e a controllarle, lasciando proprio ai talebani la supremazia su quelle aree. Allo stesso tempo i miliziani hanno dimostrato di saper essere letali e pericolosi come successo in agosto a Ghazni, ma di non riuscire ad estendere il loro controllo nei centri urbani, dove non godono dei favori dei cittadini. In questo contesto la diplomazia ha provato a portare tutti i contendenti al tavolo delle trattative. La Russia, per giocare un ruolo sempre più da protagonista dopo lo scenario siriano, ha avviato una serie di meeting per il momento non troppo fruttuosi, mentre dall’altro gli Usa stanno provando a lavorare al futuro del Paese dopo la loro partenza con una serie di incontri avvenuti nei Paesi del golfo, l’ultimo in ordine di tempo a metà dicembre ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti. In mezzo ai movimenti delle grandi potenze c’è però il martoriato Paese dell’Asia centrale. Una nazione che ha pagato un debito di sangue per decenni, martoriata da terrorismo, bombardamenti ed estremamente fragile. Ecco 10 infografiche che raccontano la sua situazione.

1. Le vittime: il Paese più pericoloso del mondo

Secondo i dati provvisori l’anno che si è appena chiuso è stato uno dei più difficili. Secondo l’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) gli episodi di violenza nei Paesi in conflitto da anni sono aumentati rispetto al 2017 e le guerra in Afghanistan, Yemen e Siria, da sole, sono costate la vita a 100mila persone. In particolare la “long war” afgana sarebbe il conflitto più letale del mondo. Almeno il 30% (41mila circa) di tutti i decessi documentati dal think tank sarebbero avvenuti nel Paese. Secondo i dati dell’Unama (la missione di assistenza dell’Onu nel Paese), tra il 1° gennaio 2018 e il 30 settembre ci sarebbero stati oltre 8mila civili colpiti, con 2.798 morti e 5.252 feriti. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno le morti sarebbero aumentate del 5%. La gran parte delle vittime è stata causata sia da attacchi suicidi che da ordini improvvisati, gli Ied (Improvised explosive device), un segno evidente del riacutizzarsi degli attentati terroristici.

2. Il terrorismo: l’avanzata di talebani e Stato islamico

Il 2018 è stato l’anno in cui la provincia locale dello Stato islamico, identificata come Stato islamico del Khorasan o anche Isis-K, ha mostrato la sua pericolosità. Non solo colpendo con diversi attentati, ma anche contendendo il territorio agli stessi talebani. Uno scenario che ha fatto diventare il Paese nuovamente un porto sicuro per i terroristi, come ha scritto un anno fa l’Institute for the Study of War. Il caos degli ultimi due anni e il contemporaneo collasso del Califfato in Siria e Iraq ha offerto ai terroristi un nuovo “paradiso” dove poter lavorare per lanciare attacchi in loco, ma soprattutto all’estero. Secondo i dati preliminari, nel 2018 ci sono stati oltre 150 attacchi con almeno 19 che hanno superato la ventina di vittime. Uno dei più letali è avvenuto durante la vigilia di Natale a Kabul e ha causato 43 morti.

3. Il controllo dei distretti: sempre più incertezza nel Paese 

Il terrorismo, come abbiamo visto, ha avuto degli effetti diretti sul territorio. In particolare il 2018 ha confermato un processo iniziato negli anni precedenti: l’aumento del numero dei distretti contestati tra centro e zone rurali. Lo stesso Sigar, l’ente del governo federale americano che si occupa di valutare la ricostruzione del Paese, a ottobre ha scritto che da quando è iniziato il suo monitoraggio nel novembre del 2015, il numero dei distretti sotto il controllo e l’influenza del governo centrale è diminuito di almeno il 16%. Allo stesso tempo il numero di quelli contestati è aumentato dell’11% mentre quello in mano agli insorgenti è salito del 5,5%. Tra le aree più colpite la provincia dell’Uruzgan, a Nord di Kandahar, quella di Kunduz e quella di Helmand. Proprio per questo nel 2018 l’appoggio aereo americano alle truppe afghane si è fatto sempre più forte.

4. I raid Usa: un’escalation mai vista nel conflitto

Proprio in virtù di questa situazione il Pentagono ha colpito dai cieli con maggiore durezza rispetto agli ultimi anni. Come ha scritto il New York Times, attualmente gli airstrike statunitensi sono a livelli mai visti, nemmeno nelle fasi acute dei 17 anni di conflitto erano stati raggiunti questi picchi. Come hanno spiegato diversi ufficiali americani, il supporto aereo viene usato principalmente per aiutare le truppe afgane a mantenere il controllo del territorio contro i talebani. Secondo le stime del Bureau of Investigative Journalism solo nel 2018 ci sarebbero stati almeno 1.557 strike, con veri e propri record messi a segno in settembre, ottobre e novembre con rispettivamente 465, 393 e 494 strike.

5. Le bombe: sempre più ordigni sull’Afghanistan

Il 2018 è stato anche uno degli anni record per quanto riguarda il numero di armi sganciate sull’Afghanistan con 5.213 ordigni lanciati da caccia e droni. Il record rimane quello del 2011 con 5.411. Ma l’anno che si è appena concluso ha fatto segnare un altro primato, quello del maggior numero di bombe lanciate per singola sortita, che ha toccato quota 7,7. Una media calcolata nei primi nove medi dell’anno e che ha avuto picchi di 9,7 ordigni per uscita tra giugno e settembre.

6. La fragilità dell’esercito afgano

I numeri dell’aviazione americana sono una spia preoccupante soprattutto per le forze armate afgane. Secondo diversi ufficiali Usa il ritiro delle truppe dal Paese fatto da Trump, potrebbe rivelare tutte le fragilità delle neonate forze armate locali che potrebbero non essere in grado di gestire un nuova serie di offensive dei talebani. Non a caso l’ormai ex segretario della Difesa James Mattis aveva spinto l’amministrazione Usa a rimpolpare il contingente con circa 4mila uomini nel 2017, tutti a supporto delle forze armate locali, che negli anni hanno mostrato di pagare un prezzo di sangue altissimo, in particolare gli agenti di polizia nazionale e locale legati al ministero degli Interni. Lo stesso Sigar ha scritto che i circa 312mila uomini registrati quest’anno sono il numero più basso dal 2012. In particolare per le perdite molto pesanti registrate nel primo quarto del 2018. Nel suo rapporto il centro studi americano ha indicato che la forza militare è abbondantemente sotto gli standard fissati degli accordi, cioè 352mila uomini. Secondo il dipartimento della Difesa americano questo declino è da imputare a diversi fattori: gli attentati talebani contro le forze di sicurezza, le diserzioni e il declino degli arruolamenti. Uno scenario preoccupante, e frustrante se si pensa a quanto abbiano speso gli Stati Uniti.

7. Il costo della guerra: 2 trilioni di dollari in 17 anni

A novembre il Brown University’s Watson Institute of International and Public Affairs, ha tratteggiato un quadro non tanto lusinghiero delle spese militari americane degli ultimi 17 anni. In particolare si scrive nero su bianco che la “war on terror” lanciata dall’amministrazione Bush è costata ai contribuenti qualcosa come 6 trilioni di dollari. Lo scenario è impietoso: 2 trilioni spesi per le operazioni di terra, 918 miliardi per il budget del Pentagono, 353 miliardi per l’assistenza medica immediata ai veterani, 924 per la Homeland secutirty e 716 di interessi vari sulle spese. A questi va aggiunto anche 1 trilione di dollari per le assistenze mediche future per il periodo 2020-2059. In questo quadro da solo l’Afghanistan è costato 975 miliardi, il 16,4% della spesa totale. Molti di questi soldi sono andati in truppe, armamenti e spese di guerra, ma un’altra fetta è andata in aiuti. Sempre secondo il rapporto Sigar, al 30 settembre di quest’anno gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi per aiuti diretti alla ricostruzione del Paese. 83 andati per la sicurezza, nella maggior parte dei casi all’esercito afghano, 33 per lo sviluppo delle strutture governative, 11 per le costruzioni civili. In questo senso l’anno più costoso è stato il 2012 con 16 miliardi versati alle attività afgane, ma non si esclude un aumento delle spese per i prossimi anni fiscali a partire dal 2020 nel caso sia necessario rinforzare ancora di più le forze armate locali.

8. I costi umanitari: non si riduce il numero degli sfollati

Tra i fondi versati dagli Stati Uniti il Siger annovera anche gli aiuti umanitari, stimati torno ai 3 miliardi di dollari spalmati lungo 16 anni di guerra. Intanto l’Unhcr continua a monitorare la vita degli afgani. I primi dati mostrano timidissimi numeri positivi, lo si nota osservando il numero degli sfollati. Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 29 dicembre 2019, il numero degli sfollati interni si è attestato sui 343.341 mila unità. Una cifra ancora molto alta e lontana dai numeri di 12 anni fa quando nel 2006 si attestò sulle 129 mila unità. Che la situazione sia ancora delicata è dimostrata anche dal numero dei rientri nel Paese. 

9. I rifugiati: ancora bassi i rientri

Secondo i calcoli dell’Alto commissariato per i diritti umani il 2018 è stato l’anno con il numero più basso di rifugiati rientrati nel Paese dal 2002. Il conteggio finale è stato di 15.678 rientri. La maggior parte di questi rientri, che riguardano i rifugiati assistiti dall’Unhcr, è avvenuto dal Pakistan (13.583 rientri) e dall’Iran (1.907).

10. La mappa dei rientri 

In un breve report pubblicato a inizio dicembre, l’Agenzia delle Nazioni Unite ha spiegato di aver effettuato oltre un migliaio di interviste per capire i motivi dietro al rientro e quasi tutti avevano a che fare più con il Pakistan che con le mutate condizioni dell’Afghanistan. I rifugiati hanno detto di aver lasciato il Paese di accoglienza per mancanza di opportunità lavorative, per gli eccessivi controlli di frontiera (molti rifugiati si muovono lungo il confine senza documenti) e il costo della vita. Le aree che hanno visto il flusso maggiore di rientri sono state quella di Kabul, seguita in ordine da Nangarhar, Sare-Pul, Kunduz e Herat.

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