Gli Stati Uniti e la Giordania stanno svolgendo un’interessante esercitazione militare congiunta della durata di 12 giorni. Tutto in territorio giordano. Gli scenari vanno dalla sicurezza delle frontiere all’antiterrorismo fino al bombardamento di un obiettivo a lungo raggio. Ma, per la prima volta, vedono anche la simulazione di un incidente con armi chimiche.

Come scrive il New York Times, l’esercitazione Eager Lion è iniziata domenica 15 aprile. Esattamente un giorno dopo che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno lanciato l’attacco missilistico contro gli obiettivi militari siriani in risposta al presunto attacco chimico di Douma. Ovviamente la data delle esercitazioni era stata decisa molto prima, ma è interessante le coincidenza temporale anche per comprendere come sia importante il ruolo delle accuse sulle armi chimiche nel contesto mediorientale.

Il generale Jon Mott, direttore delle Esercitazioni e dell’addestramento presso il Comando centrale degli Stati Uniti, ha parlato con i giornalisti proprio della simulazione su un “incidente” con armi chimiche. Il generale ha voluto specificare che è una “minaccia fin troppo reale, come abbiamo visto recentemente in Siria”.

L’importanza dell’esercitazione Eager Lion

Più di 7mila soldati, di cui 3.500 degli Stati Uniti, partecipano all’esercitazione annuale. Da molti considerata la più importante e complessa simulazione multinazionale della regione.

Come spiegato dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, quest’anno un ruolo fondamentale lo hanno avuto due organi statali. Importanti perché fanno capire gli eventuali scenari ipotizzati anche dal Pentagono per la stessa Giordania. Il primo è l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, parte dell’Office of Foreign Disaster Assistance degli Stati Uniti. Il secondo organo è il Centro nazionale per la sicurezza e la gestione delle crisi della Giordania. L’agenzia statale di Amman coordina tutte le capacità a livello nazionale per affrontare e gestire qualsiasi crisi che la Giordania potrebbe affrontare.

In questo senso, la simulazione di un incidente chimico rientra proprio in questo contesto. Esercitarsi su un eventuale scenario di quel genere ha bisogno delle agenzie statali predisposte per la risoluzione di quelle crisi.

Un modo che serve agli Stati Uniti anche per far capire alla Giordania di avere un legame ben più solido con la strategia Usa di quanto il regno hashemita stia dimostrando. Al Pentagono e alla Casa Bianca sono rimasti parecchio delusi dalla timida reazione giordana al lancio dei missili occidentali sulla Siria. Come riporta Difesa online, Mohammed al-Momani, portavoce del Re, ha inviato una semplice e sterile comunicazione formale che recitava: “Speriamo che la tragedia della Siria si risolva al più presto”.

Una scelta che non è piaciuta a Washington, che spera invece che tutti i partner arabi facciano qualcosa in più nei conflitto in cui è coinvolta la macchina militare americana. L’annuncio di Donald Trump di disimpegnarsi dalla Siria deve essere letto proprio in chiave di un maggiore contributo degli alleati arabi. Un contributo che però sembra venire esclusivamente dall’Arabia Saudita. Gli altri Stati, come la stessa Giordania, sembrano essere titubanti. E questo nonostante la presenza Usa nel regno sia da sempre fondamentale. La Giordania è base di lancio di molte operazioni Usa in Siria. Ma anche Regno Unito e Francia hanno lì le loro forze. E il confine con la Siria rappresenta un nodo cruciale degli sviluppi della guerra.

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