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L’Europa rischia di essere il vaso di coccio tra i vasi di ferro nel conflitto russo-ucraino e nel suo ampliamento a “guerra per procura” tra Washington e Mosca. In un contesto che vede il conflitto sempre più distante da una qualsiasi conclusione realistica, affrontiamo il tema del futuro delle relazioni internazionali e dell’Europa con l’ambasciatore Marco Carnelos.

Carnelos è stato a lungo un funzionario d’alto rango nella nostra diplomazia, avente alle spalle venticinque anni nella carriera diplomatica, incarichi in Somalia, Nazioni Unite, Iraq e come consigliere di tre Presidenti del Consiglio in diversi ambiti (Medio Oriente, Terrorismo, Russia, promozione economico-commerciale, attrazione degli investimenti). Ultimo incarico è stato quello di Ambasciatore d’Italia in Iraq. Attualmente è membro del Board dell’ISPI. Con lui discutiamo delle dinamiche sdoganate dalla guerra in corso.

Ambasciatore Carnelos, la guerra tra Russia e Ucraina ha sdoganato una fase di acuta volatilità e incertezza. Concorda con la definizione di una “guerra per procura” portata oggi dalla Nato alla Russia in parallelo al sostegno alla resistenza ucraina?

“Volatilità e incertezza regnavano sul panorama internazionale ben prima dello scoppio della guerra. È il risultato di un mutamento dell’ordine mondiale che negli ultimi decenni si è centrato sull’indiscussa leadership americana e che ora viene insidiato e contestato dall’ascesa della Cina e dal rafforzamento delle relazioni di quest’ultima con la Russia con il tentativo congiunto, insieme ad altri Paesi, di costituire un grande blocco politico ed economico eurasiatico affrancato dagli USA e dal dollaro. La posta in gioco di questo scontro è l’Europa e il terreno prescelto per la dimensione militare del confronto è la povera Ucraina. Si, a tutti gli effetti è una guerra per procura”.

Putin sembra aver fallito i principali obiettivi strategici nella prima fase di guerra. La debolezza sul terreno aumenta i rischi di una reazione muscolare e imprevedibile del Cremlino?

“Putin ha probabilmente commesso l’errore di affidare la gestione del dossier ucraino a personaggi inaffidabili in seno alla sua intelligence che dovevano propiziare un colpo di stato che non si è invece materializzato. Un errore clamoroso considerati i suoi trascorsi. Recuperare la situazione è piuttosto complesso e costoso ora. Fortunatamente per lui, ha enunciato obiettivi molto generici come de-militarizzazione e de-nazificazione dell’Ucraina e potrebbe decidere, ad un certo punto, di averli conseguiti. Certo il prezzo si rivelerà immenso, anche politicamente. Quanto alla reazione muscolare i rischi aumentano certamente anche perché si moltiplicano iniziative USA che Mosca potrebbe percepire come aperte provocazioni, come l’intelligence fornita per affondare l’incrociatore Moskwa, per l’abbattimento di un aereo da trasporto carico di soldati russi e, da ultimo, stando al New York Times, per eliminare sul terreno diversi generali russi”.

Washington, dal canto suo, ha seguito Londra e Varsavia: sostegno totale all’Ucraina fino alla vittoria militare. Si tratta di una strategia realistica o rischiosa?

“A me sembra una strategia più rischiosa che realistica. Nei confronti di Mosca, Washington e Londra sembra stiano seguendo lo stesso copione stilato da Roosevelt e Churchill nel gennaio 1941 con la sottoscrizione della Carta Atlantica, la quale, nei confronti della Germania nazista, contemplava solo una resa incondizionata. La differenza rispetto ad allora è la presenza delle armi nucleari. Registro con inquietudine dichiarazioni russe sul rischio di uso di queste armi e con altrettanta inquietudine “analisi occidentali” che, vista la posta in palio, giudicano tutto sommato gestibile e giustificato un confronto nucleare. Quanto alla Polonia, l’odio atavico che nutre verso la Russia – in larga parte giustificato – la rende un attore poco lucido”. 

La via della diplomazia, in questo contesto, sembra frenata. Come giudica i tentativi di apertura avvenuta finora? Come mai sono tramontate le mediazioni di Israele e Turchia?

“La reciproca demonizzazione dei contendenti non aiuta la diplomazia. Siamo in una situazione a dir poco paradossale dove l’Europa – salvo Macron – sembra essersi chiamata fuori dai tentativi negoziali per risolvere una crisi in cui in gioco c’è anche il suo destino. Un membro della NATO, la Turchia, che tenta di mediare con la Russia. Quanto ad Israele, dopo le scuse di Putin, è ancora presto per giudicare se i rapporti tra Mosca e Gerusalemme si rimetteranno sulla carreggiata giusta. Il negoziato non si profila perché probabilmente i due contendenti non sono ancora esausti…purtroppo”.

Il Papa ha messo in campo un grande sforzo diplomatico, non risparmiando critiche alla NATO. Può un suo intervento smuovere le acque?

“Me lo auguro sinceramente. Il Santo Padre non ha fatto altro che asserire quanto autorevoli studiosi di relazioni internazionali e figure politiche di primo piano, anche occidentali, hanno sostenuto, inascoltati, per anni. Mi auguro inoltre che non finisca anche lui nelle liste di proscrizione sommarie frutto di un pensiero binario che stanno spopolando da queste parti. Rilevo tuttavia, con amarezza, che al giorno d’oggi i rapporti di forza continuano ad avere la meglio sulle grandi esortazioni morali”.

Veniamo ora all’Europa. Il Vecchio Continente è in crisi: non sa se vuole la pace o la guerra. Tra intervento pro-Ucraina e sanzioni incomplete, possiamo parlare di una strategia incompleta al traino di Washington?

“L’Europa non sa cosa vuole, punto e denota carenza di leadership al suo vertice. Invece di proporre una mediazione si è subito appiattita sulle posizioni di Washington e Londra anche se su embargo del petrolio e del gas si profilano le prime crepe. A Bruxelles ritengono che Europeismo ed Atlantismo siano due termini sinonimi, ma non è così, è sufficiente ripercorrere decenni di relazioni transatlantiche per rendersene conto”. 

C’è il rischio che, in fin dei conti, l’Europa stia con la sua economia facendo da prima linea alla guerra di sanzioni e invio di armi condotta da Washington alla Russia?

“Sia Stati Uniti che Russia hanno un interesse affinché il conflitto si prolunghi. I primi perché ritengono che per avere efficacia le sanzioni verso Mosca necessitino di più tempo, mentre la Russia spera che il perdurante effetto dirompente delle sanzioni finisca per mettere in ginocchio prima le economie occidentali rispetto alla propria, che è assai più autarchica. Indovinate un po’ chi rischia maggiormente di finire stritolato in questo meccanismo infernale”.

Come giudica la condotta del governo italiano? Quali strategie possiamo implementare nello scenario ucraino?

“Una condotta coerente con l’appartenenza dell’Italia alla NATO e con la tesi che tra Europeismo ed Atlantismo non vi sia differenza. Mi auguro solo che il Governo predisponga tutte le misure necessarie per attenuare l’impatto negativo sulla nostra economia già gravata da due anni di pandemia. Sono certo che il Presidente Draghi sia convinto che gli interessi degli italiani vengano prima di ogni altra considerazione”.

Come sarà il mondo dopo la guerra russo-ucraina? Andiamo verso un nuovo bipolarismo capace di mettere all’angolo l’Europa? 

“Difficile fare previsioni, dipenderà molto dall’esito del conflitto. Negli ultimi anni l’Europa ha avuto l’occasione per promuovere gli assetti internazionali verso una formula tripolare. Un irrinunciabile forte legame con gli Stati Uniti basato su valori condivisi da una parte, e un corretto rapporto economico e commerciale con il blocco euroasiatico che si va delineando intorno a Cina, Russia gli altri BRICS e molti altri paesi del cosiddetto Global South dall’altra. Mediando su queste due direttrici avrebbe ulteriormente valorizzato il suo ruolo e, forse, prevenuto e attenuato le intemerate da ambo le parti. Ha scelto con il cuore, non con la testa, un rapporto appiattito sugli Stati Uniti. Spero che la storia le darà ragione”.

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