Benjamin Netanyahu è il “guastatore” da tenere d’occhio mentre Usa e Iran stanno confrontandosi per porre fine alla Terza Guerra del Golfo iniziata il 28 febbraio scorso. Il primo ministro israeliano è stato di fatto tagliato fuori dal processo di dialogo tra Washington e Teheran triangolato con il Pakistan e diversi Paesi arabi e che nella giornata di sabato 23 maggio ha avuto un’accelerazione tale da rendere possibile parlare di accordo a un passo. Per il primo ministro israeliano che si prepara al decisivo voto anticipato autunnale, la prospettiva della pace rischia di essere spiazzante: a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026 Israele ha pesantemente colpito l’Iran nelle due guerre combattute con raid aerei e missilistici e Netanyahu ha alzato l’asticella fino a indicare in ogni membro del regime di Teheran un bersaglio legittimo, ma nonostante una serie di colpi durissimi, inclusa l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stato Ebraico non ha raggiunto alcun obiettivo strategico.
Una pace difficile e ancora non scontata
Una pace Usa-Iran lascerebbe Israele col cerino in mano: nessun tracollo della Repubblica Islamica, nessuno sfaldamento territoriale dell’Iran, nessuna vittoria decisiva, nessun annichilimento militare delle capacità di Teheran, contusa ma non travolta. Sulla carta, l’accordo prevede anche la pace in Libano e la fine del conflitto Israele-Hezbollah. Possibile? Netanyahu studia le opzioni per capire come Tel Aviv dovrà digerire e potrà gestire il cessate il fuoco.
La traccia viene dalla giornata dell’8 aprile scorso: mentre a Islamabad si chiudeva il negoziato per una tregua mediata dal Pakistan, Israele ha bombardato il Libano con l’Operazione Tenebre Eterne, dal nome evocativo e inquietante quanto l’estensione dei raid condotti su Beirut e il Sud del Paese. Ebbene, oggi Netanyahu chiede garanzie per poter rispondere “a qualunque minaccia” possa emergere in Libano dopo la pace con l’Iran e al contempo chiede garanzia su un altro obiettivo chiaro, la denuclearizzazione dell’Iran.
Donald Trump, che dalla Casa Bianca ha guidato in cabina di regia il tentativo americano di districarsi da una guerra controproducente per gli Usa, ha avuto confronti tesi con Netanyahu ma non può ignorare il peso che le apprensioni, le ambizioni e le strategie di Israele continuano a esercitare sulla sua amministrazione e, soprattutto, sul primo cerchio esterno di sostenitori e alleati del presidente Usa. Il quale di recente non ha avuto remore, ad esempio, a usare la cavalleria d’appoggio filoisraeliana dell’Aipac per far perdere le primarie in Kentucky al repubblicano “ribelle” Thomas Massie, emblema del movimento Maga ripudiato dal comandante in capo, e ora deve fare i conti con un rumore di fondo da parte degli stretti alleati di Tel Aviv che hanno benedetto la guerra in Iran e criticano ora ogni prospettiva di pace. Dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo al Senatore della Carolina del Sud e “falco” interventista Lindsey Graham, sono molti i personaggi di punta le cui posizioni sembrano guardare più al mantenimento dell’asse Washington-Tel Aviv che alle prospettive della stabilità mediorientale.
La rischiosa strategia degli Accordi di Abramo
Farina del sacco di Graham, ad esempio, è la proposta trasmessa da Trump ai leader arabi e musulmani sentiti in chiamata sabato per inserire nelle condizioni di pace nella trattativa con l’Iran l’estensione degli Accordi di Abramo di distensione con Israele. Il riferimento sembra soprattutto a Arabia Saudita, Qatar e Pakistan. Ipotesi, questa, rilanciata da Axios, testata ben informata di ciò che bolle nello Stato profondo americano, e enfatizzata da Graham su X, che ha paventato “gravi ripercussioni sulle nostre future relazioni” per i Paesi che rifiuteranno questa prospettiva.
Si nota a prima vista l’ampia matrice filoisraeliana di questa proposta. Gli Accordi di Abramo non sono solo un patto di distensione bilaterale tra Paesi arabi e Israele, ma anche una strategia pensata nel 2020 dal primo Trump (e da Pompeo) come esplicito contenimento all’Iran che, peraltro, porta con sé un elefante nella stanza, ovvero la prospettiva per i firmatari di riconoscere Israele ridimensionando al contempo l’attenzione alla questione palestinese.
I falchi Usa nel panico
Emblematico il caso degli Emirati Arabi Uniti, la cui critica dei massacri a Gaza è stata vocale ma non risolutiva dei rapporti consolidati con Israele dal 2020 in avanti. Netanyahu, sostanzialmente, sta facendo pressione per ottenere dagli Usa il via libera a un’operatività senza limiti in Libano, che vorrebbe dire mettere le premesse per una guerra permanente, e aprire la strada a un discorso sugli Accordi di Abramo che pregiudicherebbe la ratio della distensione con l’Iran e, peraltro, negherebbe anni di ripensamenti del mondo arabo, soprattutto dei sauditi, a riguardo. Una forma di sabotaggio sostanziale molto raffinata e che coinvolge tutte le forze a disposizione nel campo dei “falchi”, tra i quali “esistono persone la cui intera carriere dipende dalla prosecuzione del conflitto con l’Iran”. Parola di qualche sostenitore radicale del regime dei Pasdaran? No, a scriverlo su X è Danny Citrinowicz, analista di scenari securitari dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University e lucido commentatore della realtà bellica coinvolgente l’Iran.
“Ammettere che questa strategia ha fallito porterebbe inevitabilmente a un rendiconto, non solo con il crollo di un concetto di politica a lungo sostenuto, ma anche con il fatto che il loro stesso futuro professionale potrebbe improvvisamente diventare incerto”, aggiunge l’analista. Una chiave di lettura che il politologo Phil Gordon rafforza sottolineando che i falchi “non riescono a difendere i risultati della politica che hanno sostenuto così a lungo e quindi sono ridotti ad affermare che la vittoria sarebbe stata dietro l’angolo se solo Trump avesse mantenuto la rotta”
E così, le strade di Netanyahu e dei suoi maggiori sostenitori americani tornano a convergere: per interesse strategico-politico, dal punto di vista di Tel Aviv; per difendere tesi consolidate che stanno venendo rovinosamente smentite, da quello degli interventisti più radicali. Trump, e il caso Massie lo dimostra, spesso nei mesi scorsi ha criticato chi avvertiva della rotta dannosa su cui la guerra stava conducendo gli Usa. Saprà ora tenere la barra dritta e condurre in porto una barca su cui bisogna attendersi molti abbordaggi da parte di chi non si rassegna alla fine della guerra senza limiti all’Iran? Dalla risposta alla domanda in questione dipende molto della pace mediorientale.
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