Gli Stati Uniti lanciano un’ondata di attacchi cyber contro l’Iran e rispondono così all’abbattimento del drone da parte dell’esercito di Teheran. L’annuncio era stato dato ieri da alcuni funzionari del Pentagono, che avevano confermato l’azione del Cyber Command. Una reazione che è servita a Donald Trump per far capire di non essere disposto a scatenare la sua aviazione e la sua flotta contro l’Iran, ma che allo stesso tempo era in grado di colpire il territorio iraniano e i Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, con un attacco chirurgico estremamente pericoloso per l’infrastruttura tecnologica di Teheran. Secondo le prime indiscrezioni, l’attacco avrebbe colpito un gruppo dell’intelligence iraniana responsabile del monitoraggio dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo era quello di “disinnescare” i computer che controllano i lanci di missili nell’area dove sono avvenuti gli attacchi alle due petroliere e dove è stato abbattuto il Global Hawk.

La tensione quindi non accenna a diminuire. Il Golfo Persico ribolle e adesso, nonostante il presidente degli Stati Uniti continui a ribadire di non volere una guerra, è chiaro che i toni non possano diventare meno intensi. Ieri, il parlamento iraniano è diventato teatro di una sessione a dir poco violenta in cui i parlamentari hanno intanto i tipici slogan di “morte all’America”. Il vice presidente del Parlamento della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha detto: “L’America è il vero terrorista che diffonde il caos, fornisce armi avanzate ai gruppi terroristici, e ancora dice ‘venite, negoziamo’”. E nel frattempo, da parte delle Forze armate iraniane è stato dichiarato senza mezzi termini che in caso di conflitto, per gli interessi Usa in Medio Oriente vi sarebbero state conseguenze gravissime. Il generale di brigata Abolfazl Shekarchi, portavoce dello stato maggiore congiunto iraniano, ha avvertito ha dichiarato: “Se il nemico, specialmente l’America e i suoi alleati nella regione, fa l’errore militare di sparare sulla polveriera in cui si trovano gli interessi americani, la regione andrà a fuoco”. Mentre Abbas Mousavi, portavoce del ministero degli Esteri, aveva detto di essere “pronti a fronteggiare qualsiasi minaccia all’integrità dell’Iran”.

Nel frattempo, Donald Trump ha tenuto a precisare di non volere una guerra, in questo sostenuto dal Pentagono. Ha chiesto che Teheran rinunci al programma nucleare e ricordato che l’intervento militare non è la sua opzione preferita, ma che non l’ha neanche riposta nel cassetto. Il concetto espresso dal capo della Casa Bianca è che il raid è stato “soltanto sospeso”. Probabile si tratti di una tattica per negoziare con il governo iraniano paralizzando l’escalation prima che sia troppo tardi e che coinvolga altri attori mediorientali. Ma intanto ha voluto ricordare che l’eventualità di un attacco contro le basi iraniane esiste. Le forze Usa nel Golfo sono in stand-by per 72 ore dal giorno in cui Trump ha detto di aver fermato gli aerei a dieci minuti dal decollo, ma domani scadono i termini dello stallo e la crisi approderà al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove è prevista una riunione d’emergenza a porte chiuse che si preannuncia estremamente calda. Washington ha già annunciato che in meno di 24 ore scatteranno altre pesanti sanzioni contro l’Iran: e per la Casa Bianca, l’unico modo per Teheran di evitare una nuova crisi economica è quella di rinunciare apertamente a ogni tipo di programma nucleare: “Non puoi avere armi nucleari. E se vuoi parlarne, bene. Altrimenti, puoi vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”. E ora il Golfo Persico ribolle.