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Per gli Stati Uniti, la Cisgiordania, le alture del Golan e Gaza non sono più “territori occupati”. Una scelta di definizione che sembrapiccola, quasi irrisoria. Ma che in realtà rivela molto della nuova politica dell’amministrazione di Donald Trump riguardo a Israele.

La nuova “definizione” scaturisce da un documento del Dipartimento di Stato. Venerdì scorso, l’organo dell’amministrazione statunitense ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. In questo documento, per la prima volta, non ci si riferisce più alla cosiddetta West Bank come “territorio occupato”.

Mentre le versioni precedenti dei rapporti sui diritti umani avevano una sezione dedicata a “Israele e territori occupati”, il documento di quest’anno si riferisce a “Israele, Alture del Golan, Cisgiordania e Gaza”. Una scelta che ovviamente ha un preciso significato politico. Riferirsi a quelle aree come “territori occupati” implicherebbe una divergenza importante rispetto alla politica israeliana. Escludere il concetto di occupazione di quei territori, invece, fa sì che l’amministrazione Usa di fatto escluda che siano territori che Israele ha ottenuto de facto con un’opzione militare.

Questo cambiamento di passo è stato dovuto anche alle ottime relazioni che Donald Trump intrattiene con Benjamin Netanyahu. Ma di fatto è tutta l’attuale amministrazione americana ad avere un rapporto estremamente proficuo con quella israeliana. Rapporti che hanno avuto, tra le altre cose, un’accelerazione negli ultimi mesi. Perché all’inizio, dagli Stati Uniti questa idea del cambiamento di nome non era particolarmente apprezzata.

Lo scorso dicembre, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso Israele, David Friedman, chiese al Dipartimento di Stato USA di smettere di chiamare la Cisgiordania come “territorio occupato”. Ma da Washington risposero che sarebbe stato Donald Trump ad aver l’ultima parola, cercando di non dare troppo credito alle volontà di Friedman.

E ancora prima, a settembre, il governo degli Stati Uniti aveva respinto pubblicamente le osservazioni dell’ambasciatore relative alla presenza di Israele in Cisgiordania. La portavoce Heather Nauert dichiarò che i commenti di Friedman, in un’intervista in cui affermava di considerare gli insediamenti in Cisgiordania come parte dello Stato di Israele, non avrebbero dovuti essere letti “come un cambiamento nella politica degli Stati Uniti”.

Adesso, qualcosa è cambiato. E probabilmente Trump ha dato il via libera a questa nuova maniera di riferirsi ai territori palestinesi. Una scelta che orienta evidentemente l’asse della politica americana. O che, in fin dei conti, chiarisce semplicemente la posizione di Washington dopo anni di definizioni che poi non avevano alcuna declinazione pratica in sede internazionale.

Interessante anche la parte del rapporto relativa al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Come si legge nel documento, “i problemi relativi principalmente ai residenti palestinesi di Gerusalemme sono trattati nella sezione ‘Cisgiordania e Gaza’“. Una scelta molto interessante. In sostanza, i palestinesi di Gerusalemme vengono inseriti nell’ambito di quelli che erano i “territori occupati”, creando in realtà una curiosa dicotomia fra israeliani e palestinesi che vivono però nella stessa capitale. Preludio di una possibile divisione in base agli accordi tra Paesi arabi e Israele?

Nel frattempo, il documento ricorda come “il 6 dicembre 2017, gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. È la posizione degli Stati Uniti che i confini specifici della sovranità israeliana a Gerusalemme sono soggetti a negoziati sullo stato finale tra le parti”. Le trattative dunque proseguono. E chissà che Trump non dia altre indicazioni a riguardo.