C’è qualcosa che non torna nel video con cui gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran per l’attacco alle petroliere in Oman. Un video che per la Us Navy e Donald Trump è la prova che dietro il colpo alle navi nel Golfo ci sia la mano dei Pasdaran iraniani, ma che merita una profonda attenzione, soprattutto per i rischi che comporta il fatto di fornire prove che appaiono schiaccianti, ma che poi si rivelano molto meno chiare i quanto facciano credere i suoi distributori.

Purtroppo non è una novità che le prove possano essere manipolate, architettate, modificare a regola d’arte. Ma, molto più banalmente, può essere semplicemente che un indizio esista, come il caso del video, ma che venga reso molto più forte e chiaro di quanto in realtà lo sia. E purtroppo, come già visto in Iraq, i precedenti in questo senso non mancano, tra fialette all’antrace e arsenali proibiti che non sono mai esistiti. Proprio per questo motivo, quando si parla del video con la marina degli Stati Uniti punta il dito sui Guardiani della rivoluzione, occorre andare coi piedi di piombo. Perché se è vero che le analisi dimostrano che il video sia effettivamente genuino, le conclusioni su cosa stessero facendo quei pasdaran appaiono molto meno nette. Sicuramente meno di quanto affermato dalla Us Navy e dal suo portavoce.

L’autenticità del video

Secondo quanto affermato dalla Marina americana, il video mostrerebbe un’imbarcazione appartenente ai pasdaran iraniani avvicinarsi alla petroliera Kokuka Courageous e un membro dell’equipaggio rimuovere una mina magnetica inesplosa dallo scafo della nave della società giapponese. Secondo le prime indagini sulla veridicità del video, il filmato appare autentico. Effettivamente quella nave sembra essere la petroliera giapponese e la barca che le si avvicina un mezzo dei militari iraniani.

Il problema è che tra l’autenticità del video e l’autenticità della versione data dagli Stati Uniti, c’è una differenza abissale. Anche perché va ricordato che alle prime indicazioni su un “siluro” o una mina che avrebbero provocato l’esplosione dello scafo. sono seguite le frasi della stessa società giapponese che ha invece parlato di “oggetti volanti” che avrebbero colpito lo scafo. Insomma, la differenza di versione è talmente netta che una contrasta apertamente con l’altra. Quindi esiste già il dubbio sul fatto che possa essere stata una mina ad aver causato l’esplosione.

I dubbi sulla mina usata

Il Pentagono ha subito parlato di una mina patella. La stessa Us Navy ha pubblicato un’immagine della nave indicando da una parte lo scafo danneggiato dall’esplosione e dall’altra parte il punto in cui sarebbe stata rimosso l’oggetto inesploso. L’immagine comunque appare assolutamente poco chiara, oltre che appare anche poco chiaro il motivo per cui gli iraniani abbiano scelto di mettere una mina su quel lato dello scafo. Ed è soprattutto questo ad aver attratto l’attenzione di molti analisti, consapevoli che questo video provi qualcosa ma non per forza quanto sostenuto dalla Casa Bianca.

Il motivo, come spiega Agi, è triplice. Da un lato, spiega l’agenzia, “tali mine vengono piazzate da sommozzatori nella parte dello scafo che si trova sott’acqua, non sopra”. Il motivo è semplice: posizionarla nella parte sotto la linea di galleggiamento implica la possibilità di fare danni maggiori. Si voleva evitare che colasse a picco? In ogni caso, il fatto che sia scoppiato un incendio lascia aperti degli interrogativi di non poco conto. Inoltre, è molto difficile credere che la mina sia stata piazzata durante la navigazione: è molto più semplice farlo dal porto di partenza. Inoltre, è quasi impossibile credere che i Pasdaran, forze d’élite dell’Iran, compiano un’operazione così superficiale, con una barca affollata e senza ad esempio l’ausilio di sommozzatori. Terza questione: il video mostra un uomo rimuovere qualcosa, ma innanzitutto non si sa cosa, poi è abbastanza difficile ritenere che un’operazione così complessa come quella di rimozione di una mina patella venga compiuta con un barchino pieno di persone. 

Le coincidenze

Sulle coincidenze, inoltre, tanti altri dubbi. Come già abbiamo spiegato su questa testata, l’attacco alla Kokuka e alla Altair è arrivato proprio mentre Shinzo Abe era impegnato in una fondamentale visita a Teheran. Il primo ministro giapponese ha incontrato Hassan Rouhani e l’Ayatollah Ali Khamenei e voleva dimostrare di essere in grado di essere il leader di una potenza asiatica in grado di mediare fra gli Stati Uniti (maggiore alleato del Giappone) e il peggiore nemico. Missione fallita anche a causa di questi attacchi, che è impossibile non considerare un chiaro avvertimento nei confronti dell’asse Tokyo-Teheran. Capire chi abbia voluto rendere inefficace questa missione diplomatica è probabilmente la chiave per comprendere la regia dietro gli attacchi alle petroliere al largo dell’Oman. Una frangia interna o un avversario esterno? Forse la prova non è nel video.