diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Tassello dopo tassello il piano di Kim Jong Un ha quasi preso forma. Il sogno del Grande Leader, ovvero trasformare la Corea del Nord in una potenza nucleare a tutto tondo, è ormai a un passo dalla realizzazione. Non fosse stato per la pandemia di Covid-19, che ha costretto Pyongyang a chiudersi a riccio, rendendosi ancora più impenetrabile del normale, probabilmente la fumata bianca sarebbe già arrivata. La paranoia del coronavirus ha costretto le autorità nordcoreane a modificare la propria agenda, piazzando al primo posto la lotta contro il Sars-CoV-2, onde evitare l’ingresso del virus all’interno del Paese e la sua diffusione incontrollata (ufficialmente, oltre il 38esimo parallelo, non è ancora stato rilevato un solo caso di Covid anche se permangono dubbi).

Salto di qualità

Il commercio con i pochi partner rimasti sta ripartendo soltanto adesso, mentre i voli da e per il Sunan International Airport di Pyongyang sono ancora bloccati. Questo significa che anche i viaggi sono sottoposti a rigide restrizioni, e che scienziati ed esperti militari provenienti da Cina, Russia e Iran – gli stessi che in passato hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a plasmare il programma nucleare nordcoreano – non possono incontrare i loro omologhi nordcoreani per aggiornarsi sulle ultime novità. Nonostante l’emergenza sanitaria, l’isolamento sempre più stringente, il peso soffocante delle sanzioni economiche, la presunta carenza di cibo – riscontrabile in alcune zone dopo una serie di fenomeni metereologici avversi – e i soliti ostacoli geopolitici da tenere in conto, la Corea del Nord ha continuato a lanciare missili ed effettuare test.

Dall’avvento di Joe Biden in poi, Pyongyang ha testato un missile ipersonico, lo Hwasong-8, un missile antiaereo fresco di sviluppo, un missile da crociera lanciato a bassa quota e un missile balistico da un treno. L’atteggiamento mostrato dai nordcoreani sottintende un messaggio chiaro: la Corea del Nord ha imparato a camminare con le proprie gambe. In realtà è ancora presto per parlare di autonomia completa. Possiamo però dire che il Paese di Kim sta iniziando a muovere i primissimi passi in completa autonomia. La conferma arriva da uno studio accademico citato da Reuters e pubblicato sulla rivista Science and Global Security, secondo il quale la Corea del Nord sarebbe in grado di ottenere tutto l’uranio di cui ha bisogno per produrre bombe nucleari. Il tutto senza la necessità di dover costruire nuove strutture o installazioni per l’estrazione dell’elemento chimico.

Le chiavi del successo

Le immagini satellitari raccolte lasciano presupporre che i tecnici di Kim Jong Un possano produrre molto più combustibile nucleare di quanto immaginato dalla comunità internazionale. “La Corea del Nord sembra avere una capacità di macinazione sostanzialmente maggiore di quella utilizzata fino ad oggi. Ciò significa che la Corea del Nord potrebbe produrre quantità molto maggiori di uranio naturale, se lo si desidera”, afferma il rapporto. La chiave del successo sta nell’impianto di concentrazione dell’uranio di Pyongsan (nessun ispettore esterno lo ha più visitato dal 1992 a oggi) e nella sua miniera, ma anche nell’espansione – rilevata da altre immagini satellitari – del reattore nucleare di Yongbyon.

Non sappiamo quante armi nucleari possiedano i nordcoreani, ma adesso sappiamo che Kim può vantare capacità e materiale tali da sfornare dalle quattro alle sei testate all’anno. Lo scorso settembre, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) aveva dichiarato che il “programma nucleare della Corea del Nord va avanti a pieno ritmo con i lavori sulla separazione del plutonio, l’arricchimento dell’uranio e altre attività”.

Nel frattempo, secondo quanto riportato da Associated Press, per alleggerire la pressione su Pyongyang, Cina e Russia stanno sollecitando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a porre fine a una serie di sanzioni contro Kim, tra cui il divieto di esportazione di prodotti ittici e tessili, un tetto alle importazioni di prodotti petroliferi raffinati e il divieto ai suoi cittadini di lavorare all’estero e di mandare a casa i loro guadagni.