Nella Striscia di Gaza, una nuova fase della gestione degli aiuti umanitari sembra profilarsi all’orizzonte. Secondo fonti diplomatiche e umanitarie, il Governo israeliano intende affidare a una sola organizzazione non governativa, la Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), il compito esclusivo di distribuire gli aiuti alimentari e sanitari alla popolazione palestinese.
La mossa, che escluderebbe centinaia di enti fino a oggi attivi nella zona, ha sollevato numerose critiche e preoccupazioni sia sul piano operativo che politico. Per la precisione 200 Ong e 15 agenzie delle Nazioni Unite attualmente attive non potrebbero più operare nella Striscia.
Chi c’è dietro l’Ong sconosciuta
La Gaza Humanitarian Foundation è una Ong registrata in Svizzera l’11 febbraio 2025 da David Papazian, ex amministratore delegato del Fondo di interesse nazionale armeno (Anif). In realtà diverse indagini hanno sottolineato che esistono due organizzazioni sotto lo stesso nome, una delle quali registrata negli Stati Uniti, cosa che ha destato sospetti. Al momento non esiste una lista pubblica dei suoi finanziatori, ma diplomaticamente la fondazione gode del sostegno degli Stati Uniti. Secondo una presentazione informale, Ghf dovrebbe garantire l’assistenza inizialmente a 1,2 milioni di palestinesi, con l’obiettivo di raggiungerne 2 milioni.
Alla guida dell’organizzazione era stato designato Jake Wood, ex marine statunitense e fondatore di Team Rubicon, una Ong specializzata nei soccorsi durante e dopo disastri e crisi. Nella stessa presentazione figurano tra i collaboratori anche nomi di rilievo come Nate Mook, ex direttore di World Central Kitchen (l’organizzazione colpita da un attacco israeliano nell’aprile 2024 in cui persero la vita alcuni operatori) e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Ma Wood nella giornata di domenica ha fatto un passo indietro: “Sono orgoglioso del lavoro che ho supervisionato, compreso lo sviluppo di un piano pragmatico che potrebbe sfamare le persone affamate, affrontare le preoccupazioni di sicurezza relative alla deviazione e integrare il lavoro delle ONG di lunga data a Gaza”, ha dichiarato, aggiungendo che “è chiaro che non è possibile attuare questo piano rispettando rigorosamente i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, che non abbandonerò”.
Il piano d’azione è molto chiaro. Se solo la Ghf verrà autorizzata a operare a Gaza, verrebbero drasticamente ridotti i punti di distribuzione, da circa 400 a 4, ma soprattutto verrebbero localizzati solo ed esclusivamente nel Sud della Striscia.
I nuovi Secure Distribution Sites (Sds), così vengono chiamati, previsti da Ghf obbligherebbero quindi decine di migliaia di palestinesi a spostarsi forzatamente verso Sud, non potendo coprire quotidianamente lunghe distanze per accedere agli aiuti. E questo spostamento forzato suona proprio come quei piani definiti ormai molto tempo fa dal regime israeliano.
Una strategia coerente con gli obiettivi militari
Questa nuova centralizzazione sembra infatti rispecchiare la linea già delineata dalle autorità israeliane, che da mesi ipotizzano la concentrazione degli aiuti in pochi grandi centri, con accessi controllati attraverso sistemi biometrici per identificare i palestinesi ai cancelli di ingresso. Una proposta già respinta dalle Nazioni Unite.
L’istituzione degli Sds coordinati con l’esercito israeliano ricorda da vicino la proposta avanzata a inizio maggio e si inserisce nel più ampio disegno militare di “svuotamento” del Nord della Striscia, nonché parte della campagna portata avanti dal Governo Netanyahu.
A partire dal 2 marzo, Israele ha imposto un blocco totale all’ingresso di cibo, carburante e medicinali, portando la crisi umanitaria a livelli estremi. Solo il 19 maggio il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa (parziale) degli accessi per “ragioni pratiche e diplomatiche”, affermando che “non possiamo arrivare al punto delle morti per fame”. Una decisione presa senza coinvolgere il Consiglio dei Ministri, pur rientrando nelle prerogative legali del premier.
Nei giorni successivi, Israele ha annunciato l’ingresso di 98 camion di aiuti umanitari attraverso il valico di Kerem Shalom. Tuttavia, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, i convogli sono stati trattenuti dalle forze israeliane e non sono ancora stati distribuiti ai civili gazawi.
La crescente pressione internazionale
Di fronte alla gravità della situazione, l’Unione Europea ha deciso di rivedere il trattato di associazione commerciale con Israele, in vigore dal 2000. La proposta di revisione, avanzata dai Paesi Bassi, è stata approvata con 17 voti favorevoli su 27, tra cui quelli di Francia, Spagna, Belgio, Svezia e Irlanda. Si sono opposti invece Italia, Germania, Ungheria e Croazia.
Non è passata invece la proposta svedese di imporre sanzioni personali ai ministri del governo Netanyahu considerati parte dell’ala più estremista, bloccata dal veto ungherese. Ora la decisione finale spetta alla Commissione Europea, che dovrà valutare la portata delle presunte violazioni da parte di Israele e stabilire se interrompere o meno alcune forme di cooperazione bilaterale.
Parallelamente, Regno Unito, Canada e Francia stanno considerando l’imposizione di sanzioni per violazioni dei diritti umani.
Il ruolo controverso delle Ong “private” e i legami con i contractor americani
La Gaza Humanitarian Foundation è al centro di una rete complessa che coinvolge società di sicurezza private statunitensi. In particolare, come dichiarato nel progetto di 14 pagine, le operazioni logistiche e di sicurezza della Ghf saranno affidate a due contractor americani, nonché responsabili del progetto: Safe Reach Solutions e UG Solutions.
Safe Reach Solutions ha precedentemente operato nel corridoio di Netzarim, un’area controllata da Israele che separa il nord dal sud di Gaza, fornendo supporto logistico e pianificazione operativa. UG Solutions, fondata nel 2023 in North Carolina, è incaricata della gestione dei checkpoint interni e dell’ispezione dei veicoli, con personale armato impiegato per garantire la sicurezza delle operazioni.
Nella newsletter InsideOsint, disponibile per gli abbonati e resa accessibile ai lettori, è stata condotta un’indagine approfondita proprio sulla UG Solutions. È emerso che la UG Solutions è direttamente collegata a una Ong statunitense, la Sentinel Foundation, che si presenta come un’organizzazione dedita alla protezione dei bambini e alla risposta alle crisi umanitarie.
Secondo quanto ricostruito da InsideOsint, le due entità condividono amministratori e figure dirigenziali, alimentando i dubbi su una sovrapposizione tra operazioni umanitarie e attività paramilitari. La presenza della Sentinel Foundation nel cuore operativo della Striscia è stata documentata presso il checkpoint di Netzarim, dove personale riconducibile alla Ong è stato osservato durante la distribuzione di beni di prima necessità, come acqua e frutta.
Questa commistione tra soggetti apparentemente umanitari e contractor privati solleva interrogativi sulla trasparenza e l’imparzialità dell’assistenza prevista nel nuovo assetto a Gaza. In un contesto dove la gestione degli aiuti è sempre più controllata da Israele e mediata da attori esterni, l’uso di strutture ibride rischia di trasformare l’intervento umanitario in un’estensione indiretta della strategia militare e politica.
L’accentramento della gestione umanitaria nelle mani di una sola Ong, di recente fondazione, ideata da israeliani e sostenuta dagli Stati Uniti, rappresenta un possibile pericolo nel sistema degli aiuti a Gaza. In un contesto segnato da mesi di assedio, distruzioni massicce, morti indiscriminate e spostamenti forzati, le Ong indipendenti e le agenzie Onu denunciano il rischio che l’assistenza umanitaria venga strumentalizzata per fini politici e militari.

