Urzuf. Qui, cinque anni fa, è iniziata la strana guerra tra Ucraina e Russia. È qui che nel 2014 nacque il battaglione Azov, squadra di volontari formatasi in seguito alle proteste che destituirono il presidente Viktor Yanukovich, destinata a divenire centrale nella guerra del Donbass. In quel frangente, Azov si “distinse” soprattutto per la sua apertura verso neonazisti e suprematisti bianchi provenienti da ogni dove in Europa: guidati dall’ex parlamentare Andrij Biletsky, linguaggio da guerriglieri, mimetica, passamontagna ed un inquietante simbologia legata al culto runico tanto caro ai nazisti, che conservano ancora oggi nel loro scudetto giallo, blu e nero.

Ora spostiamoci in Croazia, in quel di Zagabria. Qui è nato e cresciuto, e vive tuttora, Denis Seler, 43 anni, leader dei veterani croati della guerra del 1991-1995. Militante dell’estrema destra con ambizioni panslave, inglese fluente, si fa ritrarre perennemente in mimetica. Fortemente antieuropeista (per Seler l’Europa non è altro che un'”Unione imperialista”), non fa mistero del fatto che la pazienza dei militari e dei nazionalisti croati sia ad un punto massimo e che, quando esploderà, genererà un “bagno di sangue“.

Un legame strettissimo

Cosa c’entrano tra loro queste due storie? Ebbene, tra Urzuf e Zagabria vi è un legame profondo che lega intimamente i sentimenti antieuropeisti di uomini come Seler e le vicende del Donbass. Tra il 2014 e il 2015, infatti, il militante croato è stato tra i padri fondatori del battaglione Azov. Ai tempi delle operazioni militari era stato lo stesso Seler a descrivere il conflitto ucraino come “la lotta per la razza bianca europea, la sua cultura e storia” e a credere che Azov sarebbe stato lo strumento per la realizzazione dell'”Europa delle nazioni”. Peccato che proprio sul famigerato battaglione, le cui somiglianze con le primissime Ss sono fin troppo inquietanti, pendano numerose accuse per crimini di guerra lanciate prima da Amnesty International e poi dall’Osce nel 2016.

Ma perché tanto interesse dei veterani croati per la causa ucraina? Lo spiega proprio Seler nelle numerose interviste che ha concesso negli anni. Per i nazionalisti croati, infatti, la vicenda ucraina ricorda esattamente quella croata negli anni Novanta: la guerra tra russi ed ucraini perciò è sorella a quella tra croati e serbi. Un odio atavico fra le due nazioni balcaniche mai scemato e che ha portato, nel caso della vicenda ucraina, i serbi a schierarsi con i ribelli russi e i nazionalisti croati a solidarizzare immediatamente con la resistenza in Ucraina.

Azov: da battaglione a organizzazione tentacolare

A lanciare l’allarme circa queste liaisons dangereuses erano stati i reporter del Balkan Investigative Reporting Network che, seguendo gli spostamenti dei gruppi paramilitari in Europa, hanno ricostruito il cordone che lega le due nazioni. La Croazia, infatti, si starebbe trasformando in una vera e propria palestra e nodo nevralgico per questo tipo di formazioni: proprio qui, dove le influenze europeiste e filorusse si edulcorano in una sorta di no man’s land, dove il seme del nazionalismo esasperato può germogliare ancora. Ciò che più preoccupa gli osservatori nei Balcani è la trasformazione di Azov in una vera organizzazione tentacolare, in grado di stringere legami che vanno oltre l’Ucraina, in primis con la destra estrema croata. Non solo, ma Azov oggi è parte integrante della Guardia nazionale ucraina e riferisce direttamente al ministero dell’Interno, possiede un’ala politica (il Corpo nazionale) e tutta una rete subculturale fatta di centri sociali, palestre, scuole di addestramento e circoli come un moderno partito di massa (Leggi il reporage sul battaglione Azov).


A creare un substrato fertile a questo tipo di cultura, i forti sentimenti revanscisti che albergano in entrambe le nazioni: non a caso l’estrema destra ucraina anti-russa inneggia ripetutamente a Stepan Bandera (assurto a eroe nazionale dell’Ucraina), ambiguo personaggio e leader dell’Oun (Organizzazione dei nazionalisti ucraini), struttura che durante la Seconda guerra mondiale si rese protagonista della deportazione e dell’uccisione di migliaia di ebrei e polacchi. Anche la Croazia è alle prese con il revanscismo post Seconda guerra mondiale, arrivando a negare i crimini commessi dai fascisti croati al soldo di Hitler. E mentre questa subcultura cresce, Azov si rimbocca le maniche: organizza conferenze, rilascia dichiarazioni, concede interviste, stringe legami con le destre dell’Europa occidentale; ogni anno l’organizzazione militare si dedica a due appuntamenti fissi, Paneuropa e Intermarium, conferenze attraverso le quali si rivolge alla fratellanza “bianca e cristiana” dell’Europa occidentale (Paneuropa) e a quella dell’ex Jugoslavia e degli ex satelliti sovietici (Intermarium), rispolverando l’idea di un’unione di etno-Stati nazionalisti di estrema destra.

Balcani: ancora polveriera d’Europa?

Fin qui si potrebbe pensare che questa fratellanza sia un caso isolato, legato a poche teste calde e mercenari: il fenomeno dell’Internazionale dei veterani è ben più pericoloso. Si tratta di migliaia di uomini addestrati ad uccidere, che coltivano uno spirito di vendetta e sentimenti anacronistici che l’Unione europea non è stata in grado di edulcorare e neutralizzare; sono uomini (ma vi sono anche donne) che possiedono mezzi militari, armi e che spesso si finanziano con traffici illegali; sono flussi transnazionali che viaggiano indisturbatamente proprio attraverso le frontiere di quell’Unione che tanto demonizzano e che hanno fitti rapporti con organizzazioni politiche che siedono nei Parlamenti nazionali.

Non a caso, uno degli obiettivi dichiarati di Azov è quello di costituire una nuova legione straniera con il supporto dei fratelli croati. La presenza di questi movimenti e di questi sentimenti primordiali mostra due grandi sconfitte: la pacificazione dell’ex Jugoslavia, dopo quasi 30 anni, è tutto tranne che avvenuta; sulla carta forse, ma non negli animi. La seconda, è tutta europea: qui l’Unione non è stata in grado di avere appeal su governi e persone e di pensare ad una strategia che fosse prima politica e poi economica. Se si aggiunge a ciò una Bosnia ancora palestra dei jihadisti ed Albania e Macedonia del Nord, fresche del veto di Macron, i Balcani sono tornati ad essere esattamente la polveriera di cento anni fa.

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