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Una cristallizzazione delle linee del fronte in un conflitto capace di proseguire a lungo o di andarsi gradualmente a spegnere nei mesi a venire. Ma anche un sostanziale stallo che si risolva nel nuovo confine politico sul terreno conteso in battaglia al momento di un possibile armistizio. Oppure, semplicemente, una negoziazione a partire dalla situazione de facto. Lo scenario coreano per l’Ucraina è stato ipotizzato più volte ai tempi delle prime trattative di pace divise tra Bielorussia e Turchia.

A fine marzo il presidente Volodymyr Zelensky ne ha parlato come di una possibile minaccia all’integrità territoriale del suo Paese. In particolare, sul suo canale Telegram ne ha parlato apertamente anche Andriy Yermak, capo dello staff del presidente; accusando Vladimir Putin di volerlo, nei fatti accelerare. Su InsideOver ne avevamo fatto cenno come di un’ipotesi che poteva aver fatto capolino nei pensatoi strategici del Cremlino dopo il fallimento del “piano A”, l’occupazione di Kiev e la caduta di Zelensky.

Dopo oltre un mese, dopo la ritirata russa da Kiev, dopo l’intensificazione dei combattimenti a Mariupol e dopo Bucha questo scenario appare, al tempo stesso, come più concretamente in grado di essere il vero progetto russo ma difficilmente in grado di trovare un avallo diplomatico.

Da un lato, è chiaro che Mosca stia forzando la mano sulla divisione dell’Ucraina proprio con l’obiettivo di russificare le aree contese in maniera analoga a quanto fatto con le repubbliche separatiste del Donbass. La scelta degli occupanti di promuovere l’introduzione del rublo nella città occupata di  Kherson, la prospettiva di un referendum secessionista nella regione della città occupata e addirittura di una proposta di annessione lo testimonia. “Che cosa vogliano fare i russi di Kherson non è ancora del tutto chiaro”, sottolinea Repubblica. “Una delle possibili opzioni è che la città, assieme a parti del territorio ucraino del sud vicino a Zaporizhzhia, sia annessa alla Crimea e quindi diventi fin da subito territorio russo senza passare per la fase da repubblica indipendente”. L’altra è che invece si costituisca uno Stato-fantoccio a mo’ di protettorato per legittimare l’amputazione territoriale dell’Ucraina in nome del principio dell’autodeterminazione dei popoli già invocato da Putin per sostenere la dichiarazione d’indipendenza del Donbass alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina.

Dall’altro, è chiaro che queste manovre impongano un disaccoppiamento ancora più ampio tra Mosca e il resto della comunità internazionale tale da togliere totalmente dal tavolo delle trattative ogni possibilità di giungere a un accordo che inserisca parte delle logiche dello scenario coreano nel calcolo. A marzo Zelensky era perfino risultato disposto a discutere di una soluzione diplomatica dei nodi della Crimea e del Donbass contesi che per Mosca rappresentano presupposti vitali per delle trattative, ora invece la dottrina occidentale di sostegno a tutto campo a Kiev dopo il naufragio dei negoziati impone come obiettivo fondamentale la vittoria sul campo dell’Ucraina e la conseguente espulsione dal Paese delle forze russe.

Prospettive inconciliabili, dato che nella sostanza uno scenario coerano prevedrebbe, sul richiamo di quanto successo nel 1953 al termine dei tre anni di guerra nella penisola contesa, perlomeno un’accettazione di fatto dei contendenti dei nuovi confini imposti dalla linea del fronte. Il tutto a seguito, se non di una pace, perlomeno di un cessate il fuoco e di un armistizio in grado di aprire la strada a nuovi equilibri e ricostruzione. Tra Russia e Ucraina nulla di questo sembra all’orizzonte e, soprattutto, da parte di Mosca sta crescendo la spinta a cercare un successo militare decisivo in maniera simmetrica al rafforzamento degli obiettivi di vittoria militare da parte ucraina.

Dopo Lugansk e Donetsk potrebbe essere presto il turno di Kherson. E i russi guardano anche Kharkiv, Dnipro e, in prospettiva, Odessa come perni della Novorossja che ritengono di dover occupare pienamente nel Paese invaso. E di governare attraverso un misto tra Stati-cuscinetto e annessioni dirette. Mentre per l’Occidente lo “scenario coreano” potrebbe assumere una nuova connotazione: quella di un’apertura ufficiale della Guerra Fredda 2.0. Come riporta Formiche, le analogie con 1950-1953 sono evidenti: “come nel 1950 Stalin, Mao e Kim Il Sung hanno gravemente sottovalutato la durata, la portata e il costo dell’invasione della Corea del Sud, insieme alla reazione americana, così Putin ha sottovalutato lo tsunami che avrebbe innescato la sua operazione speciale in Ucraina. Con la differenza che oggi i ruoli sono invertiti, ha notato l’ex consigliere della Casa Bianca Matt PottingerXi Jinping nel ruolo di Stalin, Putin nei panni di Mao, risoluto a inviare le sue truppe al massacro”.

La Corea segnò la divisione del mondo in due blocchi, un attrito in Ucraina non farà lo stesso ma senz’altro segnerà l’imposizione di un nuovo livello di conflittualità tra potenze e di gestione del diritto internazionale, specie se la Guerra Fredda 2.0 inizierà con annessioni ulteriori dopo la Crimea, secessioni pilotate, stravolgimenti delle mappe in grado di mutare ogni logica dell’ordine globale dal 1945 ad oggi. In quest’ottica il vero “scenario coreano” non è quello della divisione dell’Ucraina, ma è più preoccupante: ha a che fare con la trasformazione del Paese in porta del caos nel mondo europeo con un conflitto di medio-lunga durata logorante. Punto di inizio di un nuovo momento di rafforzamento delle rivalità tra i grandi attori planetari, capace di avere sul lungo termine conseguenze imprevedibili.

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