“Unifil si ritiri”: adesso Netanyahu minaccia anche l’Onu. I carri di Tel Aviv irrompono in una base

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Unifil e i suoi militari sono uno “scudo umano” per Hezbollah, la sua presenza nelle aree di combattimento crea problemi alle operazioni di Israele in Libano e l’Onu dovrebbe ritirarle. Sancendo, di fatto, la fine della missione in Libano.

Sono queste le prese di posizione espresse ufficialmente dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un intervento video in cui Bibi si rivolge direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. A cui Tel Aviv ha aggiunto la provocazione dello sfondamento da parte di due carri armati dell’ingresso della base Unifil di Ramyah – sotto controllo della Brigata Sassari.

Le parole di Netanyahu sono pesanti. Parliamo del terzo videomessaggio in poche settimane dopo quelli sull’invito al cambio di regime in Iran e sul futuro del Libano, in una strategia comunicativa innovativa con cui Bibi parla direttamente ai suoi rivali e ai suoi critici. Confermando spesso i loro timori.

Netanyahu conferma i timori dei critici

Così è anche in questa occasione. In sostanza, Netanyahu dà ragione ai critici più duri della strategia di Tel Aviv, che nella giornata del 10 ottobre ha iniziato a mandare colpi di avvertimento sulle postazioni della missione d’interposizione. Chi criticava le mosse di Israele sottolineava che, essenzialmente, Netanyahu volesse mano libera in Libano e nessun testimone. Del primo ministro si può criticare tutto, ma non l’assenza di chiarezza: ha minacciato il Libano di un destino “simile a quello di Gaza”, scoprendo le carte sulla distruzione che Israele sta infliggendo nella regione. Ha messo in chiaro la sua guerra aperta al sistema internazionale basato sulle regole. E, soprattutto, ha enormemente messo in difficoltà gli alleati e i partner occidentali.

Fulvio Scaglione ha di recente scritto che la linea rossa tracciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto in relazione agli attacchi di Israele a Unifil (“Non prendiamo ordini da Israele”) debba essere messa alla prova di fronte ai fatti concreti. Nella giornata di domenica, anche Giorgia Mel0ni si è aggiunta a Crosetto: il presidente del Consiglio ha definito “inaccettabili” gli attacchi a Unifil in una conversazione con Netanyahu avvenuta poco dopo il messaggio a Guterres.

Parole pesanti, ma necessarie, dovranno ora trovar conferma: la comunità internazionale è attaccata da Netanyahu, considerata un surplus bypassabile, un dettaglio trascurabile. Se non una “palude di bile antisemita”, Netanyahu dixit poche settimane fa di fronte all’Assemblea Generale dell’Onu. Il diktat di Netanyahu, espresso con una franchezza tanto sorprendente quanto disarmante, offre perlomeno l’occasione di mettere alla prova questa presa di posizione. Ora e più che mai da ribadire con fermezza.

Israele-Libano e Russia-Ucraina, il doppio standard

Si può ricordare l’incompletezza del mandato e delle prospettive di Unifil, si può pensare che la fragilità del Libano non abbia garantito il rispetto della Risoluzione 1701 del 2006, si può insomma considerare sotto una luce critica l’impegno di diciott’anni delle Nazioni Unite nel Paese. Tutto questo è legittimo e meritevole di discussione politica. Quel che non si può fare è accettare che un contingente multinazionale sia preso a cannonate da uno Stato che, di fatto, ha aggredito il territorio di un membro dell’Onu, e che il governo del Paese invasore detti condizioni alla comunità internazionale.

Che cosa avrebbe detto la comunità internazionale se nel febbraio 2022 fosse stato presente un contingente Onu nel Donbass e Vladimir Putin avesse minacciato di farvi sparare addosso dalle truppe russe? Si sarebbe, giustamente, indignata. Come hanno reagito la stragrande maggioranza dei Paesi democratici di fronte all’attacco all’Ucraina? Con un sostegno al Paese attaccato e al diritto internazionale. In che misura i tentativi di Mosca di cercare giustificazioni sono stati accettati? In termini pressoché minimi. Ebbene, confrontiamo questo atteggiamento con quanto accaduto ultimamente in Libano: anche senza considerare la strage di Gaza, un mese di attacchi israeliani al Paese dei Cedri, giustificati con la scelta di eradicare Hezbollah, non stanno ricevendo la stessa convinta opposizione.

Dove vuole andare Netanyahu?

E sorge, in quest’ottica, spontanea la domanda: dove vuole arrivare Netanyahu? Al netto di politiche che mostrano un palese predominio della tattica sulla strategia, un obiettivo chiaro è emerso. Ed è quello di rendere sul terreno inefficace e ininfluente ciò che resta del diritto internazionale; di demolire la forma, prima ancora che la sostanza, dell’ordine multilaterale come lo conosciamo; di riscrivere con le logiche della forza gli scenari regionali, come dimostra l’attacco su ogni fronte di Tel Aviv che riguarda Palestina, Libano, da ultimo la Siria e in prospettiva anche l’Iran.

In questo Netanyahu è più radicale di Putin perché gli è permesso di spingersi fin dove vuole, soprattutto dal pusillanime atteggiamento di chi, nel campo euroatlantico, non ha voluto fermarlo in tempo. Il diktat all’Onu lo conferma. E mostra il volto di una politica in cui la tracotanza la fa da padrona. E che sul lungo periodo rischia di trascinare il Medio Oriente in una guerra infinita per il semplice timore di Netanyahu di affrontare, senza conflittualità, problemi giudiziari e guai personali che lo ha spinto a mettere il futuro del Paese nelle mani del nazionalismo più esasperato.