“La sicurezza del popolo ungherese e dell’Ungheria viene prima di tutto! Le Forze di Difesa ungheresi sono pronte a svolgere i compiti assegnati”. Con queste parole Kristóf Szalay-Bobrovniczky, Ministro della Difesa ungherese, ha annunciato l’invio delle prime unità militari al confine con l’Ucraina. La decisione è stata presa in seguito alla seduta del Consiglio Nazionale di Difesa (CND) del 25 febbraio, presieduta da Viktor Orbán. Oltre a rafforzare la difesa militare, il Primo ministro ungherese ha ordinato una no fly zone per droni su tutta la contea di Szabolcs-Szatmár-Bereg, al confine con la Transcarpazia. Il compito assegnato ai soldati ungheresi sarà quello di rafforzare la difesa di 20 punti energetici strategici, ai quali se ne aggiungeranno altri 40 nelle prossime settimane.
La prova di forza rappresenta il culmine di tensioni con l’Ucraina che sono esplose ulteriormente nei giorni passati, in seguito all’interruzione del flusso di greggio russo attraverso l’oleodotto Družba. Se la controparte ucraina ha affermato che ad aver sospeso il transito di petrolio sia stato un danno causato da un bombardamento russo, Budapest ha accusato Kiev di aver volontariamente chiuso l’oleodotto. La motivazione sarebbe politica: colpire il governo Orbán in vista delle elezioni di aprile, generando un aumento dei prezzi della benzina e i relativi disservizi per indebolire il governo magiaro.
E proprio Orbán ha affermato che l’Ucraina si starebbe preparando a ulteriori azioni per interrompere il funzionamento del sistema energetico ungherese, salvo non fornire alcuna prova a sostegno di questo timore. “Non dimentichiamolo” ha nuovamente ammonito Viktor Orbán il 27 febbraio “Noi che viviamo qui in questo angolo di mondo sappiamo che gli ucraini sono capaci di tutto. Non a caso ho dovuto mandare i soldati alle centrali elettriche di fondamentale importanza, per tutelare le nostre strutture chiave insieme alle forze dell’ordine. Gli ucraini sono capaci di tutto. Non dimentichiamolo, gli ucraini hanno fatto saltare in aria Nord Stream”.
Rafforzare la presenza militare ai confini non è stata l’unica misura adottata dal governo di Budapest: come rappresaglia, l’Ungheria ha ordinato lo stop di tutte le esportazioni di gasolio verso l’Ucraina, misura che potrebbe colpire pesantemente Kiev in un momento di forte difficoltà non solo militare. Inoltre, Orbán ha preso la decisione di porre il veto a un nuovo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia e al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, almeno fino a quando il flusso di petrolio non verrà ripristinato. La posizione di Budapest si sarebbe poi addolcita, affermando di essere pronta a valutare una rimozione del veto nel caso in cui l’Unione Europea e l’Ucraina approvassero la proposta magiaro-slovacca di creare una commissione di indagine per verificare in maniera indipendente l’esatto stato dell’oleodotto Družba e le cause che hanno portato all’interruzione delle esportazioni di greggio russo verso l’Europa centrale.
Se, da un lato, i toni si fanno sempre più accesi e la decisione di Orbán rappresenta un’escalation non da poco, dall’altro diversi analisti pongono la deliberazione del CND in relazione alle prossime elezioni. Per la prima volta dal 2010, Fidesz sarebbe in forte difficoltà di fronte all’ascesa di un nuovo partito di opposizione, il Tisza guidato da Péter Magyar che proviene proprio dai ranghi del Fidesz. In questo contesto, il governo ungherese starebbe giocando la carta della paura. Fin dal 2022, all’alba dell’invasione russa dell’Ucraina, Viktor Orbán si è posto agli occhi del popolo ungherese e del mondo come unico leader europeo a essere alfiere della pace e a denunciare il pericolo di un allargamento del conflitto. E sicuramente la posizione del governo ungherese in politica estera potrebbe aver influito pesantemente sulla vittoria del Fidesz alle ultime elezioni europee del 2024, quando il partito arancione ha ottenuto il 44,82% dei voti contro il 29,60% del neonato Tisza.
Ma a distanza di due anni e alla luce di sondaggi impietosi che, in certi casi, danno Péter Magyar in vantaggio di 9 punti percentuali, Orbán starebbe ora alzando la tensione per muovere i voti degli indecisi verso Fidesz. La tattica potrebbe essere tanto semplice quanto efficace: presentare il partito come unica forza in grado di proteggere l’Ungheria dal pericolo bellico e mostrare i muscoli di fronte a un nemico, vero o presunto, per rafforzare l’immagine rassicurante di un governo forte e pronto a tutelare gli interessi del popolo ungherese.
E se il movimento di truppe sembra essere un nuovo tassello di una propaganda elettorale che si fa sempre più accesa, Róbert László, esperto del think tank “Political Capital”, ha lanciato un allarme inquietante. Lo studioso ha infatti affermato che, visto il clima attuale, non sarebbe da escludere il pericolo di una false flag, un possibile auto-attacco o un attentato orchestrato da Budapest con lo scopo di far ricadere la colpa sull’Ucraina e compattare i cittadini ungheresi intorno a Orbán. Una sorta di nuova strategia della tensione elaborata a vantaggio dello stato di cose presenti, come estremo tentativo di mantenere il potere orbanista e la democrazia illiberale creata negli ultimi anni.
Al di là di ogni possibile scenario e speculazione, una cosa è certa: il clima politico ungherese si sta scaldando sempre più e la tornata elettorale di aprile vedrà proprio sull’Ucraina e sulla strategia da adottare nei confronti di questo Paese uno dei suoi punti fondamentali. Anche a costo di far tornare a suonare i tamburi della guerra in Europa centrale.