La storia ci ha abituato a strani paradossi: conflitti ravvicinati, minacce a distanza e scenografiche distensioni su un campo da gioco: chi non ricorda la celebre “diplomazia del ping-pong” nello scenario della Guerra fredda? È un po’ quello che tutti si aspettavano accadesse lo scorso 5 dicembre quando, nella cornice della Coppa del Golfo, Arabia Saudita e Qatar sono scese in campo l’una contro l’altra armate…di pallone. Il match calcistico si è concluso con la vittoria 1 a 0 per i sauditi facendo da prequel alle trattative di pace che porrebbero fine all’embargo del piccolo ma potente Stato arabo.

Il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed Al Thani, ha dichiarato che il suo Paese sta intrattenendo colloqui con l’Arabia Saudita, offrendo il segnale che una situazione di stallo senza precedenti potrebbe presto essere risolta passando da un punto morto della crisi del Golfo ad un possibile dialogo. Le speranze arrivano dopo che il re Salman dell’Arabia Saudita ha invitato il sovrano del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, a partecipare al vertice di questo mese delle monarchie arabe del Golfo a Riad, un gesto che segnerebbe un importante passo avanti nei tentativi di porre fine alla faida araba. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto hanno interrotto i legami diplomatici e commerciali con il Qatar nel 2017 dopo aver accusato lo stato ricco di gas di stringere stretti legami con il loro principale nemico regionale, l’Iran, formulando le celebri “13 richieste impossibili” al Qatar per evitare la crisi che poi, inevitabilmente, è scoppiata.

Una svolta? Forse no

Ma, al di là degli inviti formali, dei goal e delle prove tecniche di distensione, le ragioni delle 13 richieste impossibili restano e nessuna delle due Nazioni sembra fare un passo indietro su quelle che sono le direttrici di politica estera e regionale dei due Paesi arabi. Una delle questioni fondamentali è il futuro del network Al Jazeera: l’emittente panaraba accusata di essere il microfono della Fratellanza musulmana. Difficile se non impossibile. Come potrebbe il Qatar rinunciare ad un network che conta quasi 50 milioni di utenti e che è diventato negli anni la voce del mondo arabo, o meglio, di un certo mondo arabo? Nata nel 1996, Al Jazeera fu il colpo di genio dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, fortemente intenzionato a trasformare il suo Paese, piccolo e storicamente irrilevante, nel centro culturale della regione. Strettamente legato alla questione Al Jazeera, l’appoggio ai Fratelli Musulmani: un peccato tutt’altro che veniale da cui il Qatar non può e non vuole liberarsi. Le ambizioni dell’emirato si sposano perfettamente con le ambizioni della Fratellanza, decisa a sfruttare l’opera di penetrazione compiuta nell’arco di decenni all’interno del tessuto politico-culturale dei Paesi dell’area per prendere il potere.

Non solo, non si ferma la cosiddetta Qatar charity volta a finanziare, con il denaro dell’emirato, moschee e centri culturali legati ai Fratelli musulmani in varie parti del Mondo e d’Europa. Rompere con i Fratelli Musulmani è elemento imprescindibile per il disgelo verso il Qatar ma a questo proposito non sono seguite né dichiarazioni di intenti né tanto meno operazioni decisive. Tuttavia, un rumors incombe sulla vicenda: secondo il Wall Street Journal, in un rapporto esclusivo pubblicato alla fine di novembre, il ministro degli esteri del Qatar Mohammad Bin Abdul Rahman Al Thani avrebbe recentemente fatto una visita senza preavviso a Riad, nella speranza di porre fine a una disputa di due anni. In cambio della revoca del blocco imposto nel 2017, si sarebbe offerto di allentare i legami con i Fratelli musulmani, senza però alcuna menzione sui finanziamenti del gruppo, delle risorse basate su Doha e dei massimi funzionari, incluso l’ideologo della Fratellanza, l’egiziano Shaikh Yousuf Al Qaradawi. Come ha sostenuto il celebre columnist kwaitiano Fouad Hashem:

La Fratellanza Musulmana per il Qatar è ciò che le armi nucleari sono per la Corea del Nord

Il gruppo ha fatto affidamento su generosi finanziamenti del Qatar per anni, sponsorizzando le sue attività in Egitto, Siria e Palestina. Un Qatar senza Fratellanza è un Qatar smilitarizzato perché la Fratellanza è stata la fonte della sua influenza regionale.

Vi è poi il panorama della politica internazionale sul quale Qatar e Arabia Saudita non sembrano ancora trovare un punto in comune: dalle divergenze sul futuro dell’Egitto dopo Morsi, all’appoggio dei filo islamisti a Tripoli, passando per il sostegno ad Hamas nella striscia di Gaza, le due Nazioni sembrano non convergere mai verso una medesima linea di politica estera che ha portato entrambi i loro governi ad appoggiare ed armare fazioni differenti nel dramma siriano.

Il nodo gordiano: il rapporto con l’Iran

Ma il groviglio più complesso di questa pace fredda, tra summit e pallone, è l’atteggiamento verso l’Iran, l’impero sciita tentacolare che si candida a regina regionale. I leader del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), composto da sei nazioni, si riuniranno martedì per il loro vertice annuale a Riad, nel mezzo di seri sforzi per curare una frattura prolungata tra un blocco a guida saudita e il Qatar per affrontare meglio le sfide regionali, comprese le minacce iraniane. Da tempo immemore il Qatar intrattiene con l’Iran un atteggiamento ambiguo dovuto soprattutto a questioni energetiche e finanziarie: i suoi maggiori giacimenti di gas sono operanti nel Golfo Persico dove grava la potenza militare di Teheran. Il Qatar ha una struttura economica simile all’Iran: i due vicini hanno un’economia che si basa sulle loro enormi risorse energetiche e ciò li ha portati a sostenersi a vicenda e a formare una nuova struttura che ricorda l’Opec e che, sebbene sia stata originariamente progettata dall’Iran, è stata ospitata a Doha. Iran e Qatar condividono il South Pars field, un campo di condensazione di gas naturale situato nel Golfo Persico, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, detiene circa 1.800 trilioni di piedi cubi di gas naturale e circa 50 miliardi di barili di condensati di gas naturale.

Si può rinunciare tutto questo per riconciliarsi con i sauditi e cominciare ad agire in linea con le regole del Golfo? Piuttosto difficile.

Nel campo comunista di Goli Otok
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