La geopolitica della corsa allo spazio
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Quando è iniziata la guerra in Ucraina, tanti osservatori hanno ipotizzato che l’obiettivo del presidente russo Vladimir Putin fosse quello di una guerra-lampo: un blitz per arrivare tra due ali di folla a Kiev, “detronizzare” il governo di Volodymyr Zelensky, distruggendo tutte le infrastrutture militari del Paese.

In realtà, la guerra si è dimostrata una cosa molto più complessa rispetto a questa ipotesi, più teorica che pratica. Il conflitto, quello che in Russia è ancora una “operazione militare speciale”, si è rivelato logorante, devastante e soprattutto ben lontano dalle logiche di un “blitzkrieg” come fu quello della Germania hitleriana. Ma quello che è sembrato evidente a molti analisti è che l’idea di una guerra rapida è stata soprattutto un azzardo dato da letture spesso superficiali di come sarebbe stata condotta la guerra. Al punto che si è arrivati al paradosso per cui il concetto stesso di blitzkrieg è stato utilizzato da detrattori e sostenitori di Putin come se questo fosse stato in effetti un obiettivo della campagna militare russa in Ucraina.

La realtà come sempre risulta più complessa. Innanzitutto, dal punto di vista concettuale, la cosiddetta guerra-lampo è ormai considerato quasi un mito che una vera dottrina militare presente in diversi comandi e accademia del mondo. L’idea è stata applicata da molti teorici della guerra per definire la campagna militare tedesca all’inizio della Seconda guerra mondiale, al limite utilizzata anche come strumento di propaganda, ma molti studiosi affermano che in realtà non sia possibile considerare una idea di blitzkrieg valida per ogni esercito, quanto il piano molto più pragmatico di sfruttare il massimo della tecnologia bellica esistente e delle tattiche a sorpresa surclassando le potenze rivali impreparate. Una tattica ben chiara in alcune precise campagne, ma che non sembra essere una costante delle forze armate mondiali.

Se il blitzkrieg potrebbe addirittura non essere stato ipotizzato in via generale nemmeno dai comandi tedeschi, tanto più non pare esserlo in un Paese come la Russia che ha costruito la propria dottrina militare su basi estremamente diverse. E in cui la cosiddetta guerra-lampo non è mai esistita, se non studiando le tattiche nemiche. L’Unione Sovietica aveva concepito la battaglia in profondità, ma non il blitz in senso tecnico.

Questo vale anche (e soprattutto) per la guerra in Ucraina, in cui probabilmente Putin pensava sì, di poter risolvere prima il conflitto, ma non perché la Russia avesse teorizzato una guerra-lampo a tutti gli effetti. Putin probabilmente credeva di poter fare affidamento su una popolazione ucraina non così legata al proprio Stato e su una divisione dell’Occidente che non si è palesata. Tuttavia, il concetto di una guerra rapidissima ed esclusivamente basata su obiettivi militari non è mai stata  teorizzata dai comandi di Mosca, che hanno invece avuto in testa da sempre piani molto differenti.

Già ai tempi dell’Unione Sovietica, infatti, periodo in cui si sono formati tutti i più alti comandanti delle forze armate di Mosca, a cominciare dallo stesso Putin, non si parlava di conflitti fondati sulla rapidità ma su schemi molto precisi che appaiono ben presenti anche in questo conflitto. E questo nonostante per anni la cosiddetta dottrina Gerasimov, dal nome del capo di Stato maggiore russo, abbia in qualche modo modificato i parametri di riferimento del modo di fare una guerra da parte del Cremlino.

A questo proposito, già negli Anni Ottanta del secolo scorso, in piena Guerra Fredda, gli studi sulla dottrina militare sovietica avevano dimostrato alcune basi ideologiche e strategiche della guerra secondo Mosca che non sembrano così differenti da quelle osservate in Ucraina.

Per capirle, bisogna partire dall’idea di chi ha plasmato l’Urss: Vladimir Lenin. La sua idea sul fatto che “lo scopo politico determina la condotta della guerra” ha strutturato la dottrina militare sovietica e anche quella della Federazione Russa. Tanto che anche nella dottrina militare attuale si può leggere che la natura delle guerre moderne “è determinata dai loro obiettivi politico-militari, dai mezzi per raggiungerli e dalla portata delle operazioni militari”. Tra queste due visioni, quella leninista e quella attuale “putiniana” c’è stata la lunga esperienza sovietica. Un’esperienza che dal punto di vista della teoria militare è stata studiata con molta attenzione dagli americani al punto che nel 1984 un documento dell’esercito Usa affermava che “il concetto sovietico di guerra rappresenta una continuazione della politica. Nella percezione occidentale, la guerra si verifica quando la politica non riesce a risolvere i conflitti in modo non violento. I sovietici ritengono che la guerra sia il metodo meno desiderabile con cui le forze della storia si muovano verso la vittoria completa del socialismo”

Se rimuoviamo il concetto del socialismo e inseriamo l’idea di Russia, notiamo che esiste una linea di continuità tra quanto teorizzato agli inizi del Novecento e quello visto ancora oggi: il conflitto non è una parentesi dettata da un fallimento, ma uno strumento estremo con cui Mosca applica la sua strategia politica.

Se questo è il retroterra culturale, è chiaro che la guerra-lampo non è necessariamente un obiettivo, semmai un mero risvolto tattico che in questo caso non si è avverato. Sia per errori di valutazione russi, sia per l’evidente capacità ucraina di difendersi e il sostegno del blocco occidentale alle forze armate di Kiev. Ma in ogni caso, è solo l’obiettivo politico a decretare la conduzione della “operazione militare speciale”: e questo implica che per Mosca è essenziale una vittoria che sia allo stesso tempo militare e politica. Tanto è vero che, come ricorda Francesco D’Arrigo su Startmag, la dottrina militare russa “definisce vittoria la conclusione delle ostilità con il raggiungimento di tutti gli obiettivi militari e politici, riconosciuta da un documento firmato tra le Parti”. E questo comporta che “l’importanza del raggiungimento degli scopi politici ha la prevalenza su quelli militari” perché “perfino in caso di una sconfitta militare sul campo si possono ottenere tutti gli obiettivi politici e quindi una vittoria”. Cosa che implica anche che la sconfitta politica supera di gran lunga anche l’eventuale vittoria militare.

Questo ci aiuta a comprendere un ulteriore elemento. Se l’obiettivo è politico, la guerra non deve terminare solo con una vittoria militare. Non a caso, Putin dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina ripete costantemente che i suoi scopi sono non solo la piena garanzia sul Donbass e la Crimea, ma anche la fantomatica “denazificazione” e “demilitarizzazione” dell’Ucraina. Senza questi due elementi, il conflitto, per quanto logorante e sanguinoso, non può fermarsi a pena di una sconfitta che significherebbe la fine della stagione di potere di Putin e forse anche della stessa idea di Russia come potenza.

Corollario di tutto questo è quello che leggiamo ogni giorno dalle cronache ucraine. Le forze russe, rallentate e certamente colpite da notevoli perdite di uomini e mezzi, con sconfitte cocenti in alcuni teatri apparentemente importanti, continuano la loro inesorabile avanzata. Domenico Quirico su La Stampa l’ha definita “guerra-macina”, una guerra totale e asfissiante, “un enorme macigno ruota su un’altra lastra di ardesia e a poco a poco, chicco dopo chicco, il grano, l’avena, tutto viene ridotto in polvere”.

La guerra russa è appunto questa: un mix di ondate di uomini, di avanzate per grandi scaglioni, di utilizzo dell’artiglieria e assedi. Come scrivevano gli studiosi dell’esercito americano, il primo “scaglione” attacca e penetra le difese tattiche del nemico, mentre il secondo scaglione sfrutta il primo per attraversare il territorio nemico in profondità fino alle “retrovie operative”. I teorici militari sovietici hanno sempre ipotizzato l’attacco simultaneo di artiglieria e raid aerei su tutta la difesa nemica, sfruttando l’avanzata via terra per colpire la linea difensiva tattica. Infine, come ricorda il documento Usa “le linee di comunicazione, comando e controllo del nemico verrebbero quindi distrutte o interrotte e il resto del suo sistema difensivo tattico comincerebbe a frammentarsi e crollare. I comandanti nemici disorganizzati, demoralizzati e isolati non sarebbero in grado di ristabilire una difesa efficace e coordinata”. “L’obiettivo principale a tutti i livelli è portare la battaglia rapidamente e violentemente nelle retrovie nemiche” ricorda l’esercito statunitense.

E così si è andato realizzando anche in Ucraina. Le forze russe stanno conquistando territorio a discapito di una comunicazione che ha più volte sostenuto l’inadeguatezza del dispositivo militare russo e il suo tracollo di fronte al fallimento di un presunto blitzkrieg. Idea che a questo punto è certamente tramontata, ma anche perché la Russia, dai tempi dei soviet, non concepisce in radice quel tipo di guerra. Quel mondo in cui le classi dirigenti russe si sono formate e nelle cui accademie sono stati allevati i generali che oggi decidono le sorti del conflitto. Una guerra che si fonda quindi su una dinamica antica e sulle tecnologie utilizzabili dalla Russia, con un unico obiettivo: vincere principalmente sul piano politico-strategico. Senza il raggiungimento di questo scopo, per Putin non c’è vittoria. Nemmeno esclusivamente militare.

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