Una flotta più ampia, una rete di alleanze consolidata e armi all’avanguardia. Gli Stati Uniti giocano tutte le carte a loro disposizione per tenere testa alla Cina. Anche se la competizione tra le due superpotenze è globale, la zona calda ha l’epicentro nel Mar Cinese meridionale. È qui che, a sentire il segretario della Difesa Usa, Mark Esper, Washington dovrà prendere al più serio provvedimenti.

In particolare, Esper chiede al Congresso americano più denari per mantenere e sviluppare una flotta che supera le 350 unità. Il motivo di un simile incremento è semplice: rispondere al programma di Pechino che, stando anche all’ultimo report diffuso dal Pentagono, mira ad avere la bellezza di 425 navi da qui al 2030. Insomma, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di farsi cogliere alla sprovvista.

L’idea più ottimale sarebbe quella di potenziare da una parte i mezzi convenzionali e dall’altra quelli senza equipaggio. Il problema, invece, sta tutto nella reperibilità dei soldi necessari per realizzare ambizioni così costose. Già, perché mentre la Cina continua a sfornare nuovi pezzi ed equipaggiamenti, il governo americano non può muoversi con altrettanta facilità, dovendo dare uno sguardo al budget nazionale.

Le minacce nel Pacifico

Il Pacifico è diventata probabilmente l’area più importante ai fini della politica estera statunitense. Se in passato tutte le attenzioni erano rivolte al Medio Oriente, ora i riflettori sono puntati sulla regione indo-pacifica. È fondamentale, per gli Stati Uniti, mantenere una presenza nell’area. E questo sia per garantire il controllo americano sulle più importanti rotte commerciali marittime, sia per limitare l’ascesa cinese.

Ma attenzione, perché Washington non deve fare i conti soltanto con la Cina, ormai desiderosa di dominare nel proprio cortile di casa. L’altra minaccia si chiama Corea del Nord. A quanto pare Pyongyang potrebbe presto effettuare un test missilistico sottomarino, lanciando l’ennesimo segnale di forza a Donald Trump.

Esper, intervenuto a un seminario online organizzato dal think tank Rand Corporation, ha affermato che nell’Indo-Pacifico gli Usa hanno la necessità di concentrarsi su un piano di cooperazione multilaterale, più che sulle sole alleanze bilaterali. Certo, Giappone e Corea del Sud restano “asset a costo zero per la deterrenza di conflitti con Cina e Russia”. Ma in vista del futuro potrebbero non bastare.

Tra alleanze e partenariati

Esper è stato ancora più chiaro, spiegando che gli Stati Uniti devono fare leva sulla “robusta rete di alleanze” instaurata nella regione, che impone “un costo a paesi come Russia e Cina”. Anche perché Mosca e Pechino, tranne che supportarsi reciprocamente, non possono contare – a detta del segretario Usa – su relazioni consolidate come quelle americane.

“Quando la Cina deve pensare a un potenziale conflitto con gli Stati Uniti, non può pensare solamente agli Stati Uniti. Deve pensare a Stati Uniti, Giappone, Australia, Corea, Singapore e altri” ha dichiarato il segretario. Per sfruttare al meglio questo vantaggio Washington dovrebbe cambiare paradigma, archiviando il tradizionale sistema delle alleanze bilaterali per consolidare una rete di alleanze collettive multilaterali.

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la mossa americana provocherà una reazione da parte della Cina: Pechino sarà ancora più risoluta nel completare il suo piano di ammodernamento militare. Nel frattempo l’Esercito popolare di liberazione cinese  ha annunciato nuove esercitazioni navali nel Mar Giallo. Come ha scritto il quotidiano cinese Global Times, l’Amministrazione cinese per la sicurezza marittima ha pubblicato un avviso di restrizione alla navigazione e ha annunciato che il Pla terrà missioni militari nel Mar Giallo settentrionale fino a domenica. Ecco perché gli Stati Uniti non possono perdere ulteriore tempo.

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