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Guerra /

Un solitario C-17A, un aereo militare da trasporto, solca il cielo del Pakistan in direzione sud. Il suo nominativo è Moose94 ed è l’ultimo volo dell’Usaf (U.S. Air Force, l’aeronautica statunitense) da Kabul. Sono le 22:40 circa, ora italiana, del 30 agosto 2021. La guerra in Afghanistan, per gli Stati Uniti, ora è davvero finita.

A bordo gli ultimi soldati americani che, poche ore prima, avevano ammainato la bandiera “a stelle e strisce” dall’aeroporto della capitale afghana, dove avevano stabilito la loro base per poter completare le operazioni di evacuazione. Simbolicamente, l’ultimo a salire su quel C-17, è stato il generale Chris Donahue, comandante della 82esima divisione aviotrasportata “All American”. Il generale è in tenuta di combattimento: elmetto, visore notturno, fucile d’assalto in mano. Nella fotografia diffusa dal Dipartimento della Difesa Usa, che lo ritrae mentre sta per imbarcarsi sul Globemaster III, Donahue sembra avere lo sguardo contrito, quasi triste, ma forse è solo un’impressione data dalla ripresa notturna in falsi colori.

Sono passati solo 15 giorni dalla caduta di Kabul, e gli Stati Uniti insieme agli altri Paesi della coalizione che hanno operato in Afghanistan per 20 anni, hanno evacuato più di 123mila persone, ma altrettante, se non il doppio, sono rimaste a terra e ora cercano di guadagnare la fuga a piedi o con mezzi di fortuna, verso il Pakistan o l’Iran.

I talebani festeggiano. Quella guerra l’hanno vinta loro, e come ogni vincitore è giusto che festeggino: i filmati che ci sono arrivati stanotte dalla capitale mostrano i bagliori dei proiettili traccianti in aria, si sente il crepitare di mitragliatrici. Stamattina, all’aeroporto, che solo qualche giorno fa è stato letteralmente preso d’assalto dalla popolazione in cerca di una via di scampo, l’atmosfera è spettrale. I talebani hanno tenuto una conferenza stampa per celebrare la vittoria con sullo sfondo un C-130 Hercules, visibilmente danneggiato, abbandonato dagli americani come a simboleggiare la sconfitta del più potente esercito del mondo, ma intorno a loro non c’era nessuno: restano solo le carcasse dell’equipaggiamento militare abbandonato, qualche sedia, e le infrastrutture aeroportuali danneggiate. Ai margini della pista ci sono velivoli civili, ma da Kabul, come in tutto l’Afghanistan, non si vola più: il controllo del traffico aereo era garantito dai soldati statunitensi.

Un altro esercito è arrivato, e un altro esercito se n’è andato. Sconfitto. Giova citare, a questo proposito, un passaggio di “L’arte della guerriglia” di Gastone Breccia. Siamo a Lashkar Gah, all’inizio della missione Isaf. Una pattuglia inglese passa davanti a un anziano: è il dodicesimo esercito che vede nella sua vita. “Arrivano sempre facendo un gran baccano, sicuri della vittoria, ma poi se ne vanno molto più tranquilli” dice il vecchio afghano.

Chissà se il generale Donahue era “tranquillo”; chissà se lo era anche il generale Boris Vsevolodovič Gromov, l’ultimo comandante dell’esercito sovietico ai tempi dell’invasione in Afghanistan. A Mosca ci sono voluti 10 anni per abbandonare quella terra, agli Stati Uniti e suoi alleati 20. Qualcuno oltre Atlantico ha detto che, comunque, è stata una vittoria perché la finalità di quella guerra era eliminare Osama Bil Laden e distruggere la sua rete terroristica. La vittoria ha tanti padri, la sconfitta è orfana.

L’Occidente ha provato a cambiare l’Afghanistan e ci ha provato non solo con le bombe, come la facile retorica di una certa politica va affermando, ma anche costruendo scuole, cercando di riconvertire le coltivazioni a oppio, educando una gioventù e dando istituzioni democratiche. La vera missione fallita è stata proprio questa: quella che si chiama “nation building” non ha funzionato, e non poteva funzionare per via delle peculiarità della società afghana, caratterizzata anche – ma non solo – da una corruzione endemica.

C’è chi si stupisce del fatto che le Ansf, le forze di sicurezza afghane, si siano sciolte “come neve al sole” davanti all’avanzata talebana, ma non poteva andare diversamente, tanto che gli stessi comandi alleati avevano dato al massimo 90 giorni di vita al governo afghano (nella più rosea delle ipotesi). Del resto quando non vieni pagato da mesi, quando il tuo “signore della guerra” patteggia col nemico, ti restano da fare solo due cose: fuggire o cambiare casacca.

Herat caduta. Lashkar Gah caduta. Perfino Mazar-i-Sharif, difesa dal generale Abdul Rashid Dostum, veterano della guerra contro i sovietici, è caduta quasi senza sparare un colpo. Il generale, con chi ha potuto, è scappato in Uzbekistan attraverso lo stesso ponte sull’Amu Darya usato dall’Armata Rossa in ritirata nel 1989. Chi ha l’età per ricordarselo avrà presente le immagini delle colonne corazzate sovietiche che, bandiere al vento, lasciavano l’Afghanistan, e su uno degli ultimi mezzi viaggiava il generale Gromov, creando così l’ennesimo parallelismo di questa guerra.

Donahue come Gromov, Kabul come Saigon. Due guerre americane, una sovietica, stesso risultato. Nel Sudest Asiatico la sconfitta fu più cocente e sanguinosa, soprattutto nelle fasi finali: il 30 aprile del 1975, dopo un mese di ponte aereo, dal Vietnam erano state salvate 51888 persone ad un prezzo elevatissimo (per i sudvietnamiti). Oggi, come abbiamo già detto, sono 123mila. Piccole differenze, altri contesti, ma quello che abbiamo visto a Kabul il 15 agosto e nei giorni immediatamente successivi sembrava arrivare direttamente da un’altra epoca e da un altro continente: gli stessi elicotteri, la stessa paura, la stessa tragedia umana.

La guerra in Afghanistan è finita davvero. Una guerra in cui c’eravamo anche noi, sino alla fine, per questo si può parlare di un nostro, piccolo, Vietnam: la nostra Aeronautica Militare ha evacuato quasi 5mila persone, ma altrettante sono rimaste lì. Abbiamo fatto quello che potevamo fare nei tempi che ci sono stati concessi. Avremmo potuto fare di più, e questo pensiero resterà per sempre nell’anima di chi ha vissuto questi giorni, anzi questi mesi e anni, col cuore e la mente tra Herat, Farah e Kabul.