In ognuna delle nostre società, l’istruzione dovrebbe essere un diritto universale, ma per migliaia di giovani sotto bombe o occupazione militare diventa un’opportunità irraggiungibile. Giovanna Cavallo, cofondatrice e coordinatrice di Yalla Study, ci racconta la battaglia per portare in Italia tre studentesse di Gaza, Shahd, Majd e Zaina, già vincitrici di borse di studio all’Università di Siena ma bloccate dall’assedio israeliano. Le sue parole svelano il meccanismo sommerso della burocrazia europea, l’indifferenza delle istituzioni e la resistenza quotidiana di chi, in mezzo alle macerie, non smette di aggrapparsi alla possibilità di un dopo. Nello stesso moemento in cui i loro coetanei occidentali pianificano Erasmus e sessioni di studio in biblioteca, Shahd, Majd e Zaina lottano per la sopravvivenza quotidiana a Gaza, senza acqua né elettricità, con la speranza appesa a un visto che tarda ad arrivare. La loro vicenda è una tragica intersezione tra il diritto all’istruzione e la violazione dei diritti umani, in cui la possibilità di accedere a un percorso accademico ridisegna il valore di un passaporto, assumendo una dimensione vitale. Yalla Study si fa portavoce di questa resilienza, denunciando gli intricati e spesso oscuri ingranaggi burocratici che ostacolano diritti fondamentali e testimoniando la tenace speranza di coloro che, pur vivendo nella devastazione, continuano a perseguire un futuro di opportunità.
Ci racconti di Yalla Study e della sua missione, e come avete scoperto la storia delle tre studentesse di Gaza?
“Yalla Study è un progetto che promuove il diritto allo studio per giovani provenienti da contesti di crisi, come la Striscia di Gaza e che si inserisce nella generale campagna del Forum Nazionale “Per Cambiare l’ordine delle Cose” che ha come scopo quello di promuovere una politica di accesso sicuro e legale al territorio dell’Unione Europea e rimettere al centro dell’agenda politica europea una politica dei flussi aperta e includente. La nostra mission è favorire flussi di ingresso sicuri, per garantire il diritto allo studio e la libertà di movimento facilitando l’accesso all’istruzione superiore per studenti in situazioni difficili, offrendo supporto logistico e legale e denunciando le pessime prassi nelle procedure di richiesta e di rilascio del visto. Abbiamo conosciuto la storia delle tre studentesse di Gaza attraverso le nostre reti di contatto di watermelonist e ci siamo attivati per aiutarle”.
Quali erano i loro ambiti di studio nella striscia e come si sono imbattute nell’offerta formativa di Siena?
“Shahd e Majd sono due sorelle gemelle, unite da un legame profondo che va oltre il sangue: condividono sogni, determinazione e una tenacia rara. Prima che le bombe distruggessero ogni loro punto di riferimento, erano studentesse di informatica all’Università Al Azhar di Gaza City — un luogo che, come tanti altri simboli di futuro nella Striscia, è stato raso al suolo nelle prime settimane del genocidio in corso. Entrambe brillavano per risultati accademici, guidate da una forte passione per la tecnologia, forse anche come strumento per immaginare un mondo diverso, più connesso e meno ostile. Quando, circa un anno fa, l’Università di Siena ha pubblicato un bando rivolto a studenti provenienti da contesti di guerra e crisi umanitarie, ho pensato subito a loro. Le ho incoraggiate a provarci, anche se l’idea stessa di fare domanda da Gaza sembrava, allora, quasi un gesto di ribellione alla realtà. Nonostante le mille difficoltà — ottenere un passaporto, raccogliere la documentazione universitaria, tradurre certificati, superare blackout e interruzioni delle comunicazioni — siamo riusciti, passo dopo passo, a presentare tutto il necessario. Per Shahd e Majd questa borsa non rappresentava solo un’opportunità di studio, ma una possibilità concreta di salvezza. Non di fuga, attenzione: non hanno mai parlato di abbandonare Gaza, ma piuttosto di mettersi in salvo, formarsi, e magari un giorno tornare con strumenti in più per ricostruire.
Zaina, invece, frequentava il primo semestre del terzo anno del corso di studi di Business Administration del Dipartimento “Administrative and financial sciences” dell’università Al-Azhar di Gaza. Un percorso di studi eccellente con votazioni sempre molto alte. Il campo di studi era nel campo economico e della business administration. Il suo obiettivo era prendere una laurea che le permettesse di fare un lavoro utile allo sviluppo economico del suo Paese. Per rispondere alla domanda “cosa ha spinto Zaina a scegliere l’Università di Siena” serve fare una premessa. Zaina è seguita da una volontaria di Watermelon Friends Italia. Questa volontaria ha conosciuto Zaina per motivi differenti alla sfera accademica. All’interno di Watermelon, gruppo autogestito di volontari, si è creato un gruppo più ristretto di volontari/volontarie che cercano opportunità di studio valide per poter far applicare studenti in età accademica e dargli così una possibilità in più per evacuare e avere un futuro. La volontaria in questione fa parte anche di questo sottogruppo. Quando è uscito il bando di Siena, è apparso subito, rispetto a tutti i bandi attivi sul territorio nazionale, che fosse l’unico davvero realizzabile per ragazzi/e che vivono all’interno della Striscia di Gaza (nella maggior parte dei casi, nei bandi è richiesto che gli studenti abbiano cittadinanza palestinese ma con già un permesso di soggiorno valido, il che esclude totalmente tutta la popolazione della Striscia di Gaza). L’università ha ricevuto per questo bando circa 1200 candidature. La volontaria ha presentato la possibilità di poter applicare per questa borsa di studio a Zaina e, insieme, hanno convenuto di fare un tentativo. Zaina aveva tutti i requisiti richiesti e le votazioni alte la rendevano un’ottima candidata. In tutto il periodo e il processo Zaina si è affidata totalmente alla volontaria dandole piena fiducia”.
In che modo Yalla Study ha supportato concretamente il processo di ammissione delle ragazze all’Università italiana e quali ostacoli avete affrontato in questa fase?
“Abbiamo assistito le studentesse nella preparazione della documentazione necessaria per la richiesta del visto. Per quanto riguarda le procedure di ammissione universitaria queste le risposte dei volontari che ci hanno segnalato i casi:
Paola per Zaina
Zaina, vivendo nella Striscia di Gaza, nel pieno del genocidio, ripetutamente sfollata, spesso separata dalla madre, dal padre e dalle sorelle e frequentemente senza connessione internet, non era in grado di occuparsi direttamente della produzione di tutta la documentazione necessaria. Pertanto, mi sono adoperata per elencarle i documenti richiesti (che Zaina mi ha poi fornito), produrre la documentazione mancante, creare tutti gli account e gli accessi necessari sulle piattaforme richieste e inviare la documentazione all’università, agendo anche da mediatrice in caso di necessità. Con Yalla Study abbiamo concordato il corso di studi da scegliere, ma l’intera mediazione è stata condotta da me, interloquendo direttamente con l’università e i responsabili del progetto “Just Peace”. L’intero processo è risultato molto stressante a causa delle procedure complesse e della compilazione imprecisa di alcuni documenti. Si è inoltre presentato un problema relativo ai documenti personali di Zaina, la cui risoluzione ha richiesto notevoli sforzi anche da parte di Zaina stessa che, dopo un ulteriore sfollamento da Al-Zawaida a Khan Younis, si è trovata a doversi spostare più volte correndo molti rischi per recuperare il documento. Grazie a Yalla e ai suoi suggerimenti, sono riuscita a individuare i canali appropriati per supportarla, fornendo consigli utili e soprattutto pratici per la compilazione, ad esempio, della domanda di visto presso il consolato.
Stefano per Shahd e Majd
Il mio ruolo è stato quello di mediatore, coordinatore, custode di ogni dettaglio burocratico e umano. Ho seguito tutta la parte organizzativa: dalla raccolta e traduzione della documentazione accademica, alla corrispondenza costante con le referenti del progetto a Siena, fino alla gestione delle tempistiche di invio e verifica dei documenti. Quando finalmente è uscito il decreto rettorale e abbiamo letto i loro nomi tra le vincitrici, ci è sembrato di poter finalmente respirare. Per un attimo abbiamo davvero creduto che il sogno potesse avverarsi. Ma oggi, mesi dopo, restiamo in attesa. Le comunicazioni ufficiali da parte degli enti competenti non arrivano, e perfino l’università ha ormai interrotto le risposte, spiegandoci che — di fatto — non hanno potere decisionale su ciò che avviene all’interno delle ambasciate.
Considerando la prolungata attesa per lasciare Gaza e la drammatica situazione umanitaria nella Striscia, potreste descriverci la situazione attuale al valico di Rafah e, in base ai vostri contatti diretti con le studentesse, come stanno vivendo questo blocco e questa incertezza?
Le studentesse attendono da mesi di poter lasciare Gaza, ma il valico di Rafah rimane spesso chiuso o soggetto a restrizioni, anche per motivi umanitari o di studio. Non ci sono stati progressi significativi nonostante la richiesta di visto registrata all’inizio dell’anno e il ricorso al TAR del Lazio presentato dall’avvocato Parisio.
Manteniamo contatti regolari con loro: Zaina, Shahd e Majd vivono un’altalena di emozioni tra speranza e disperazione. Zaina, dopo essere tornata al Nord durante il cessate il fuoco, si aggrappa alla borsa di studio come unica ancora di salvezza, sognando un futuro di stabilità nonostante la depressione che a volte la travolge (‘qualcosa in me si è rotto’, scrive). Shahd, con cui Stefano ha costruito un’amicizia quotidiana attraverso WhatsApp, descrive un ‘equilibrio instabile’: ‘Se riuscissi a uscire, potrei muovermi verso il mio futuro. Ma da qui… è terribilmente difficile’. Prima degli sfollamenti forzati (4-5 spostamenti della famiglia), teneva lezioni di arabo online per sostenersi; oggi, insieme a Majd, affronta la paura costante e la monotonia di giorni identici, pur continuando a parlare di futuro. Tra pacchi di pasta italiana ricevuti come aiuto umanitario e battute sullo shopping insieme, cercano di resistere. Ma l’attenzione mediatica sulla loro storia, se da un lato le tiene attive, dall’altro aumenta la frustrazione per l’immobilismo delle istituzioni.
Avete provato altre vie o contatti per agevolare la loro uscita da Gaza?
“Non abbiamo lasciato alcuna strada inesplorata. Abbiamo attivato contatti con organizzazioni internazionali, ONG locali, parlamentari italiani ed europei, oltre a istituzioni per i diritti umani. Sebbene molti abbiano espresso sostegno verbale, nessuno è ancora intervenuto concretamente. L’università di Siena, invece, ha richiesto in un’unica occasione che le studentesse descrivessero le loro condizioni e la loro ubicazione. Oltre a questo, non ha fatto altro, o per lo meno non alla luce del sole. Le risposte del Consolato italiano a Gerusalemme e dell’Ambasciata al Cairo sono state chiare: con le frontiere ermeticamente chiuse, il rilascio di visti risulta impossibile. Riconosciamo le oggettive difficoltà, ma non possiamo accettare che in una crisi umanitaria di queste proporzioni non esistano procedure speciali per casi eccezionali come il loro. Se altre evacuazioni umanitarie sono state possibili, perché non per queste studentesse meritevoli? Continuiamo a insistere perché il diritto all’istruzione non diventi un privilegio riservato a chi nasce nel posto giusto”.
Yalla è a conoscenza di altri casi simili di studenti bloccati a causa di conflitti o regimi autoritari?
“Sì, ci sono numerosi casi di studenti in tutto il mondo che non possono accedere all’istruzione superiore a causa di conflitti o restrizioni imposte da regimi autoritari. Ad esempio, studenti siriani, afghani e yemeniti affrontano sfide simili nel perseguire i loro studi all’estero. L’ostacolo più grave è il requisito economico che non rende immediatamente accessibile l’accesso alla procedura di studio all’estero. Si aggiungono poi la scarsa conoscenza delle procedure, la valutazioni delle ambasciate che pongono il rischio migratorio, come ostacolo alla valutazione positiva del visto”.
Qual è la posizione di Yalla sul ruolo che le istituzioni internazionali dovrebbero avere nel garantire il diritto allo studio in contesti di crisi?
“Yalla ritiene che le istituzioni internazionali abbiano una responsabilità morale e politica nel garantire il diritto allo studio anche — e soprattutto — in contesti di crisi. In situazioni segnate da conflitti, occupazioni o regimi autoritari, l’accesso all’istruzione superiore diventa una delle prime vittime, privando intere generazioni della possibilità di costruire un futuro diverso. Le istituzioni internazionali dovrebbero attivare canali sicuri e legali che consentano agli studenti di uscire da zone di guerra e proseguire i loro studi in contesti protetti, superando gli ostacoli burocratici e politici che spesso bloccano questo diritto fondamentale.
Ma non basta. È necessario un ripensamento strutturale delle priorità politiche: riteniamo fondamentale aumentare significativamente il numero di borse di studio dedicate a studenti provenienti da aree di crisi, facilitando procedure di ammissione e accesso ai visti. Parallelamente, Yalla sostiene che parte delle risorse oggi impiegate nelle spese militari — spesso giustificate come “stabilizzazione” o “sicurezza” — debbano essere dirottate verso investimenti nell’istruzione. Garantire il diritto allo studio non è solo un atto di giustizia, ma una forma concreta ed efficace di cooperazione internazionale: aiutare i giovani a formarsi, studiare e accedere a opportunità globali contribuisce a costruire società più resilienti, inclusive e pacifiche. Promuovere l’educazione, in particolare per chi vive in ambienti violenti o repressivi, non è assistenzialismo: è un investimento globale nella pace, nella prevenzione dei conflitti e nello sviluppo sostenibile. Se vogliamo un futuro più equo, dobbiamo iniziare da qui”.
Qual è stato finora il riscontro della società civile ai vostri appelli e, soprattutto, cosa possono fare concretamente le persone per sostenere queste studentesse e il diritto allo studio in contesti di crisi?
“La società civile ha risposto con notevole solidarietà e supporto, manifestando un’ampia adesione e contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difficile situazione delle studentesse di Gaza. Ma nonostante questa accresciuta consapevolezza, la pressione sulle istituzioni competenti non si è ancora tradotta in azioni concrete capaci di sbloccare la loro situazione.
Per sostenere concretamente la causa di queste studentesse e, in generale, il diritto allo studio in situazioni difficili, le persone possono partecipare attivamente alle nostre campagne di sensibilizzazione, firmare e diffondere petizioni, contattare i propri rappresentanti politici a livello locale, nazionale ed europeo per sollecitare interventi specifici e urgenti. Un altro contributo fondamentale consiste nel diffondere la conoscenza della loro storia e della più ampia problematica attraverso i social media e altri canali di comunicazione, contribuendo a mantenere alta l’attenzione pubblica e a esercitare una pressione costante sulle istituzioni affinché si assumano le proprie responsabilità”.
Ti andrebbe di rivolgere un appello diretto alle autorità italiane competenti?
“Come Yalla Study rivolgiamo un appello urgente alle autorità italiane affinché si adoperino per cessare il genocidio a Gaza, che si fermi l’aggressione israeliana e per il caso specifico che adottino misure straordinarie per permettere alle tre studentesse di Gaza di raggiungere l’Italia e proseguire i loro studi. Cosi anche per tutti gli altri studenti e studentesse nelle stesse condizioni. Il diritto all’istruzione è fondamentale e non può essere negato a causa di ostacoli burocratici o politici”.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

