La situazione in Libano, con gli attacchi aerei israeliani in tutto il Paese e l’evolversi delle situazioni politiche in tutto il Mediterraneo orientale, per la popolazione civile dal punto di vista sociale ed economico è disastrosa. Secondo l’UNHCR, l’Agenzia Onu per i rifugiati, “il Libano ospita circa 1,3 milioni di rifugiati siriani, oltre a popolazioni minori di iracheni, sudanesi e altre nazionalità. La situazione in termini di protezione è ulteriormente peggiorata in seguito all’escalation delle ostilità tra Israele e gruppi armati in Libano alla fine del 2024, che ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone e una distruzione diffusa, con bombardamenti sporadici che continuano soprattutto nel Sud”. Abbiamo raggiunto UnPontePer, associazione umanitaria e Ong pacifista che dal 1991 lavora in aree di conflitto tra Asia Occidentale, Nord Africa e Europa tra cui Libano, Palestina Siria e Iraq. UnPontePer è presente in Libano dal 1997, e svolge varie attività per la popolazione civile e i rifugiati per il diritto allo studio, il fabbisogno alimentare e tutto ciò che serve per un popolo martoriato dalla bombe aeree.
Quali sono le principali difficoltà nel lavorare in Libano prima dei bombardamenti israeliani di marzo – aprile?
“Come giustamente menzioni, il “cessate il fuoco” avvenuto a novembre 2024 si è tradotto in una lunghissima serie di violazioni, di guerra a bassa intensità e di guerra psicologica, con attacchi mirati a edifici e persone e con l’uso costante di droni. Sebbene in linea generale la situazione permettesse di lavorare nel Paese, la situazione era molto diversa a seconda dalle zone, con difficoltà maggiori nei governatorati di Sud Libano e Nabatieh e di Baalbek-Hermel e Bekaa. Essendo basati a Beirut, la difficoltà principale è stata in termini di spostamenti e pianificazione di visite, incontri e attività specie nelle zone precedentemente elencate, trovandoci spesso a dover cancellare i piani in seguito a un attacco. Dall’altro lato, sicuramente sapere o sentire droni o jet israeliani nei cieli libanesi, di lanci di fosforo bianco a Sud e di movimenti al confine ha contribuito al sentimento di sfiducia nei confronti del cosiddetto cessate il fuoco, alimentando lo stress e la tensione soprattutto nelle aree sopra menzionate”.
Quanto hanno peggiorato la situazione i recenti sviluppi?
“I recenti sviluppi hanno chiaramente riportato la situazione a un picco di criticità, rispetto a una apparente stabilità precedente, soprattutto all’inizio di questa nuova escalation, essendo i primi momenti quelli più delicati: numeri degli sfollati in crescita esponenziale in pochissimo tempo, con il sovraffollamento dei rifugi e in molti casi sfollamento urbano, al di fuori di strutture adibite. Un’altra difficoltà è sicuramente quella della gestione del senso di insicurezza e rischio, sapendo che pochissime aree possono essere considerate sicure, il che causa movimenti a volte confusi e spinti dal panico, cosa che si è vista con i vari ordini di evacuazione massiccia o con gli attacchi simultanei dell’8 aprile. Questa ulteriore escalation sta quindi progressivamente stremando una popolazione, già direttamente colpita nel 2024, comunque colpita anche solo a livello economico quando non direttamente a livello personale o familiare. Il peggioramento riguarda anche le possibili tensioni inter-comunitarie che vengono intenzionalmente suscitate e riaccese a fronte di attacchi fortemente connotati dal punti di vista settario contro la popolazione sciita.
A tutto questo si aggiunge inoltre la possibilità, sempre più concreta, di un’effettiva occupazione di una parte del territorio a Sud del Libano, che comporterebbe non solo uno sfollamento temporaneo ma una reale ricollocazione di parte della popolazione civile. Questo rappresenterebbe un grave peggioramento della situazione per tutto il Paese in termini di perdita di unità nazionale, un’ennesima ferita difficile da rimarginare. Un’altra questione importante è la difficoltà nel sensibilizzare le persone, che desiderano tornare alle loro case, alla pericolosità di ordigni inesplosi, che sono spesso di nuova produzione e quindi sconosciuti anche per gli addetti ai lavori“.
Il governo libanese e le forze presenti sul terreno si confrontano con organizzazioni come la vostra?
“Attualmente, la situazione richiede il coordinamento stretto di tutti gli attori presenti sul territorio, governativi, civili, internazionali e locali. In particolare, per la risposta all’emergenza, il coordinamento con le autorità libanesi avviene soprattutto attraverso i rappresentanti del ministero degli Affari sociali, incaricato di supervisionare distribuzioni di cibo, materiali per l’igiene personale e altri generi di prima necessità, oltre che di assicurare coordinamento e scambio in tempo reale delle informazioni sia a livello locale sia nazionale, con il supporto dei diversi gruppi di lavoro settoriali e delle agenzie presenti nel Paese. Come potete immaginare, questo coordinamento non è sempre facile, a causa dell’altissimo numero di persone costrette ad evacuare i propri villaggi e le proprie case, e, in parallelo, dell’intensità degli attacchi israeliani che hanno colpito il pPese almeno fino al “cessate il fuoco” di metà aprile. Successivamente, si è visto lo spostamento di famiglie o di singoli verso le città di origine, spesso temporaneamente, o verso altri rifugi o case più vicini ad esse. Negli ultimi giorni sono ripresi gli ordini di evacuazione e gli attacchi nei distretti a Sud del Paese, portando a ulteriori movimenti della popolazione e rendendo necessario l’aggiornamento in tempo reale per assicurare una risposta più ampia possibile in termini di beni di prima necessità e servizi”.
Che cosa chiede, soprattutto, la popolazione civile?
“Da quella che è la nostra percezione, che rimane parziale e non può essere generalizzata, la popolazione è soprattutto, anche se i ripetuti sfollamenti hanno creato, forse, una sorta di rassegnazione. Tuttavia rimane una forte rivendicazione delle proprie case, terre, villaggi e luoghi d’origine e della propria memoria. Non ci sono particolari richieste, se non appunto il desiderio di ritorno, che è un diritto e che come tale andrebbe tutelato, sia nell’offerta di aiuto umanitario che in termini di advocacy per tutti coloro che lavorano a contatto con la popolazione colpita”.
Perché oggi si può dire che Israele sta replicando il modello Gaza sul Libano?
“Israele sta ripresentando il modello già visto a Gaza da vari punti vista, primo tra tutti come distruzione e occupazione territoriale, questo è il modello già implementato anche in Libano storicamente ma che ha visto la sua massima esposizione a Gaza dal 2023 in poi. Inoltre, sta ripetendo il modello Gaza negli attacchi deliberatamente rivolti a civili, personale umanitario, medici, paramedici, strutture ospedaliere, giornalisti e altre categorie notoriamente protette dal diritto umanitario internazionale, approfittando anche del fatto di essere riuscito, in questi anni e proprio attraverso l’esperienza di Gaza, a far perdere di significato il concetto stesso di diritto e di legalità. Sta in un certo senso approfittando di quanto ottenuto finora in termini di impunità e di propaganda”.