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Venticinque soldati maliani sono stati uccisi ed oltre sessanta risultano dispersi in seguito ad un duplice attacco che ha colpito i campi di addestramento di Boulkessy e Mondoro, vicino al confine con il Burkina Faso. Il gruppo G5 Sahel, di cui fanno parte  Niger, Mauritania, Ciad, Mali e Burkina Faso e che si occupa di contrastare il terrorismo nella regione, ha indicato i militanti radicali di Ansarul Islam come responsabili di quanto accaduto. Fonti militari riferiscono che uno dei due campi è stato in seguito occupato nuovamente dall’esercito maliano e che 15 aggressori sono stati uccisi, ingenti quantità di equipaggiamento militare sono però state sottratte dai terroristi. Il Mali è colpito da una violenta insurrezione , di matrice radicale islamica, sin dal 2012 e solo l’intervento della Francia con l’ Operazione Serval, nel 2013, ha impedito che il Paese finisse del tutto sotto il controllo dei terroristi.

Un problema difficilmente risolvibile

La situazione in Mali e nel Sahel resta comunque piuttosto complessa. Alcuni dei gruppi islamisti, tra cui la branca locale di Al-Qaeda, Ansar Dine ed Al Morabitoun operano, dal 2017, sotto la sigla comune del Gruppo di Supporto per l’Islam ed i Musulmani ( JNIM). Anche lo Stato Islamico è attivo nella regione e le attività dei diversi gruppi sono facilitate da numerosi fattori. La regione del Sahel è molto vasta, perlopiù desertica ed i confini tra le diverse nazioni non sono ben pattugliati. I terroristi possono così spostarsi tra uno Stato e l’altro oppure rifugiarsi in aree remote al di fuori del controllo governativo. Gli sforzi collettivi della G5 Sahel sembrano non bastare più e le Nazioni Unite, nel mese di luglio, hanno suggerito come siano necessarie nuove forme di intervento per contrastare instabilità e violenza nella regione.

Bamako, malgrado anni di lotteria ed il supporto francese sin dal 2013, non è dunque ancora al riparo dalle attività dei radicali islamici. Questi ultimi hanno perso il controllo territoriale del nord del Paese, arido e spopolato, ma sono riusciti a raggrupparsi nelle aree più remote, da dove conducono continui attacchi, anche con l’uso di IED, contro le forze di sicurezza maliane. I terroristi hanno anche allargato il proprio raggio di attività alle regioni centrali, dove sono presenti tensioni interetniche che talvolta sfociano in veri e propri massacri. Il 17 marzo, ad esempio, trenta soldati di Bamako erano stati uccisi nel corso di un attacco al campo di addestramento di Dioura, proprio nel centro del Mali.

Povertà e mancato sviluppo

L’instabilità ed il terrorismo nel Sahel si rafforzano grazie alla disastrata situazione economica della regione, tra le più povere del mondo. Secondo la  Catholic Relief Service, un’organizzazione che si occupa di fornire aiuti umanitari in queste aree, l’approccio militare non può essere l’unica via per riuscire a sconfiggere il nemico ma servono anche piani di sviluppo economico ed il sostegno agli aiuti umanitari. Nel solo 2018 320.000 persone, in Mali, Burkina Faso e Niger, sono state costrette ad abbandonare le proprie case mentre negli ultimi cinque anni si sono registrati 2.200 attentati che hanno causato 11.500 morti. La mancanza di prospettive rischia di attirare un numero sempre maggiore di potenziali reclute tra le braccia dei radicali. L’area del Sahel è ormai divenuta uno dei fronti più caldi nella lotta al jihadismo militante ma, probabilmente, non riceve tutto il supporto internazionale necessario per affrontare un problema così complesso. Le forme di cooperazione regionale sono al momento insufficienti ed è probabile che, alla fine, saranno Stati Uniti e Francia, su tutti, a dover intervenire più massicciamente sul campo per supportare la G5 Sahel.





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