La caduta di un elicottero al largo di Hormuz, che secondo l’esercito statunitense sarebbe stato abbattuto da Teheran, ha scatenato nuovi raid contro l’Iran. A sua volta Teheran ha risposto attaccando basi militari Usa nella regione.
Le autorità iraniane non ha confermato l’abbattimento dell’elicottero, come invece avrebbero dovuto fare. In altre circostanze, infatti, hanno sempre brandito i propri successi militari per dimostrare le proprie capacità. Il silenzio sulla vicenda interpella.
Non è raro che aerei ed elicotteri militari siano funestati da incidenti di percorso – l’U.S. Air force ne sa qualcosa – ed è possibile che un banale incidente aereo sia stato fatto passare per tutt’altro al fine di innescare un’escalation. Un’escalation che peraltro non sarebbe stata giustificata neanche se le cose fossero andate secondo la versione americana.
La presenza di una forza ostile che insiste sui propri confini, per di più a seguito di un’aggressione del tutto immotivata, può facilmente indurre la Difesa iraniana a percepire come minaccia un elicottero che vola dove non dovrebbe, magari pilotato da qualche elicotterista fan di Top gun, da cui la reazione (peraltro, se un elicottero iraniano si fosse avvicinato indebitamente a una nave militare americana sarebbe stato abbattuto).
Insomma, quanto avvenuto ricorda fin troppo da vicino il famigerato incidente del Tonchino, che fu strumentalizzato per motivare l’intervento americano in Vietnam.
Ma se ieri le dichiarazioni di Trump sembravano limitare il bombardamento a una fiammata limitata (come limitata è stata la risposta iraniana), avendo dichiarato che i rinnovati raid non avrebbero inciso sul negoziato, oggi è tornato in modalità gangster riproponendo le usate minacce.
Teheran avrebbe allungato indebitamente i negoziati, così che ora “dovrà pagarne il prezzo”, ha detto Trump, aggiungendo che starebbe valutando nuovi attacchi.
Eppure qualcosa sembrava muoversi. E non solo per lo stop di Trump a Netanyahu sul conflitto libanese, come si evince dall’editoriale del Washington Post di ieri. Sebbene lo scritto abbia un tenore guerrafondaio, dal momento che sollecita Trump a non fare nessun accordo con l’Iran, vi si legge: “Nelle ultime settimane Trump è sembrato fin troppo ansioso di negoziare un accordo di pace per ritirare gli Stati Uniti dalla guerra che ha iniziato a febbraio”.
“Sebbene l’amministrazione ripeta spesso che nessun accordo è meglio di un cattivo accordo, il presidente annuncia frequentemente che una svolta definitiva è imminente (di solito per rassicurare i mercati poco prima della loro apertura). Ha inoltre fatto intendere di non avere intenzione di riprendere i bombardamenti su larga scala e, nel fine settimana, ha fatto pressione su Israele affinché non rispondesse al fuoco in caso di attacco da parte dei gruppi filo-iraniani”.
“Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto la richiesta di Trump di porgere l’altra guancia. Tutto ciò, però, ha incoraggiato l’Iran a sfruttare la propria superiorità nello Stretto, dove entrambi i paesi mantengono blocchi navali”.
“È evidente che il regime percepisce l’ascesa delle colombe all’interno dell’amministrazione Trump. Una risposta decisa all’attacco con gli elicotteri potrebbe far ricredere l’Iran, facendogli perdere la convinzione che Trump non abbia la volontà di continuare a combattere”.
Anche a stare alle dichiarazioni odierne, sembra che Trump abbia obbedito al diktat dei falchi ai quali il Wp ha dato voce. A questo punto si spera nella sua proverbiale incoerenza perché si eviti il peggio. L’arrivo di una delegazione qatariota in Iran stamane potrebbe favorire una de-escalation, ma l’incertezza domina.
Nella nebbia, due segnali importanti. Il primo è la visita del Capo di Stato Maggiore libanese, il generale Rodolphe Haykal, in Pakistan dove ieri si è incontrato con il feldmaresciallo Asim Munir, il suo omologo pakistano attorno al quale gira il complesso gioco diplomatico del negoziato Iran-Usa.
Una visita dal valore simbolico perché finora Netanyahu e soci sono riusciti a dividere le trattative sul cessate il fuoco in Libano – in realtà alquanto grottesche a causa dell’esclusione di Hezbollah dal tavolo dei negoziati – da quelle più ampie tra Iran e Usa, nonostante Teheran abbia più volte ribadito che il conflitto del Paese dei cedri deve essere ricompreso nel negoziato più alto.
La pioggia di missili caduta su Tel Aviv in risposta al bombardamento di Beirut meridionale da parte dell’IDF ha reso la richiesta iraniana più stringente, da cui il viaggio a Islamabad del generale libanese. Detto questo è da vedere se il simbolo diventerà qualcosa di più o se la parola resterà alle armi.
Altra nuova degna di nota le dichiarazioni di Recep Erdogan. Parlando al Parlamento turco, ha affermato che “gli attacchi di Israele contro Siria e Libano minacciano la Turchia”, aggiungendo che “l’aggressione israeliana rappresenta una minaccia per il mondo intero e deve essere fermata”.
Non è la prima volta che il presidente turco critica Israele e la macelleria che ne promana, ma stavolta è andato oltre. Affermare che le guerre di Netanyahu minacciano il suo Paese non è certo una dichiarazione di guerra, ma la percezione di una minaccia esistenziale può innescare reazioni.