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Per la prima volta un missile Rim-161 “Standard” Sm-3 Block 2A lanciato da una nave ha colpito un veicolo di rientro di un missile balistico intercontinentale (Icbm) nello spazio.

La U.S. Missile Defense Agency (Mda) comunica che un cacciatorpediniere equipaggiato con il sistema Bmd (Ballistic Missile Defenser) Aegis ha intercettato e distrutto un bersaglio che rappresentava un Icbm durante un test tenutosi nell’ampia area di Oceano Pacifico a nord-est delle Hawaii il 16 novembre.

Come riporta Naval News, verso le 00:50 del 17 novembre (tempo della costa occidentale degli Stati Uniti) il vettore rappresentativo del missile balistico intercontinentale è stato lanciato dal sito di test per la Bmd “Ronald Reagan” situato sull’atollo di Kwajalein nelle Isole Marshall diretto verso il tratto di oceano a nord-est delle Hawaii. In questo test, il cacciatorpediniere ha utilizzato capacità di ingaggio in remoto tramite la rete del Command and Control Battle Management Communications (C2bmc) utilizzandone i dati di tracciamento per poter effettuare il lancio del missile intercettore tipo “Standard” Sm-3 che ha distrutto l’obiettivo nello spazio.

Sulla base dei dati preliminari, il test ha raggiunto il suo obiettivo principale ovvero dimostrare la capacità di un missile “Standard” di intercettare un Icbm, ma le valutazioni finali verranno fatte solo nei prossimi giorni dopo che i dati telemetrici saranno analizzati in modo approfondito.

Questo test è stato il sesto test di volo effettuato da una nave equipaggiata col sistema Aegis ed era originariamente previsto per lo scorso maggio 2020, ma ha dovuto essere rimandato a causa delle restrizioni nel movimento del personale e delle attrezzature per via della pandemia da Covid19.

In particolare questa serie, di cui l’ultimo è il primo in assoluto che dimostra la capacità del missile Sm-3 di colpire il suo bersaglio nello spazio, soddisfa un mandato del Congresso per valutare la capacità o meno dello “Standard” di neutralizzare la minaccia data da un missile balistico intercontinentale prima della fine del 2020, in quanto il Rim-161 è stato originariamente progettato per colpire gli Irbm, ovvero i missili balistici a raggio intermedio.

Il sistema Aegis è la componente navale della rete di difesa antimissile degli Stati Uniti. In particolare la Mda e la U.S. Navy gestiscono in cooperazione l’Aegis e l’Aegis Ashore ricevendo i dati di tracciamento dal C2bmc, vengono così create soluzioni di controllo del fuoco, quindi i missili vengono lanciati e guidati per distruggere i veicoli di rientro degli Icbm in arrivo. La finalità della Mda è sviluppare e schierare un sistema di difesa missilistica “a strati” per difendere gli Stati Uniti, e i suoi alleati dagli attacchi missilistici di ogni tipo e in tutte le fasi del volo.

La rete antimissile statunitense, infatti, può contare su diversi assetti sparsi ovunque nel mondo che lavorano in modo integrato. Esistono infatti radar di scoperta e tracciamento posizionati in diversi settori: alle Hawaii, in Alaska (Clear Afb), in California ( Beale Afb), a Capo Cod, a Thule (Groenlandia), a Rota (Spagna) dove sono presenti in modo continuo i cacciatorpediniere Arleigh Burke col sistema Aegis, a Kurecik (Turchia), in Israele, in Qatar, a Shariki e Kyogamisaki (Giappone) e nell’isola Shemya (Aleutine) dove c’è un radar tipo Cobra Dane.

Tutta questa fitta rete radar fa capo a due basi per il controllo del fuoco, a Fort Greely (Alaska) e Schriever (Colorado), mentre i nodi di comunicazione sono situati a Vandenberg (California), ancora a Fort Geely, a Fort Drum (New York) e nelle Aleutine. Fanno parte della rete missilistica vera e propria i due siti per i Gmd (Ground-based Midcourse Defense) di Vandenberg (4 silos di lancio) e Fort Greely (60 silos). Questi ultimi vengono affiancati, oltre che dai missili del sistema Aegis, da sette batterie di Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) efficaci contro missili a corto e medio raggio, e da 15 battaglioni di missili Patriot Pac-3 efficaci solo contro quelli a corto raggio. Col test di oggi, il missile Sm-3 dell’Aegis diventa capace non solo di colpire gli Irbm ma anche gli Icbm, affiancando così i vettori del Gmd.

Tutto questo complesso meccanismo multistrato funziona utilizzando non solamente i sistemi di scoperta radar, ma anche quelli satellitari: esistono satelliti con sensori all’infrarosso che individuano i lanci di missili balistici ed altri in grado di tracciarne il volo esoatmosferico, oltre ovviamente a quelli che gestiscono i dati raccolti e li trasmettono alle installazioni di terra.

Si tratta, ovviamente, di un sistema con capacità di ridondanza per metterlo al sicuro dalla possibile minaccia antisatellite nemica, che recentemente, come abbiamo avuto modo di dire più volte, è tornata a essere presente e viva nello scenario della space warfare. Russia e Cina stanno sviluppando diversi sistemi Asat (Anti-Satellite) che sfruttano mezzi cinetici basati a terra e nello spazio (banalmente missili lanciati da terra e veicoli killer rilasciati da satelliti) oltre a mezzi ad energia diretta (laser) che possono “accecare” i satelliti avversari.

Attualmente il sistema antimissile americano, frutto di un lavoro ormai quasi ventennale a seguito dell’uscita di Washington dal trattato Abm (2002), è l’unico ad avere capacità globali di intercettazione in quasi tutte le fasi del volo di un missile balistico (fatta eccezione per la fase di spinta iniziale): i sistemi similari russi (Abakan, S-400, S-500 e soprattutto Nudol e A-135) sono in grado di colpire i vettori solo nella fase di rientro e soprattutto non possono fare affidamento su una rete radar di scoperta globale come quella statunitense.

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