Da un mese nessun aiuto umanitario entra a Gaza. Un mese senza cibo, senza medicine, senza i beni essenziali per sopravvivere. Da quando Israele ha bloccato l’accesso il 2 marzo, le richieste delle organizzazioni umanitarie vengono respinte una dopo l’altra, lasciando più di un milione di persone sull’orlo della carestia.
Gli ospedali sono senza forniture, le famiglie senza acqua potabile, i bambini senza cibo. Tutti i passi avanti fatti durante la tregua sono stati cancellati, sostiene l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) e ogni giorno che passa la situazione peggiora. Sempre l’Ocha ha sottolineato che le richieste respinte da Israele tra il 18 e il 24 marzo sono state l’82%, ovvero 40 su 49.
Gli accessi sono stati bloccati il mese scorso a causa di divergenze con Hamas in merito alle modalità di gestione della tregua. Prima di ciò, in media avevano accesso circa seicento camion di aiuti al giorno, mentre ora i valichi sono serrati. Questo vuol dire anche che il cibo raccolto sta andando a male e i medicinali rischiano di scadere.
Dopo la ripresa dei bombardamenti israeliani sul territorio palestinese il 18 marzo 2025, la situazione umanitaria a Gaza è drasticamente peggiorata, portando alla chiusura di numerose cucine comunitarie. Secondo l’Ocha, al 16 marzo, 19 delle 25 panetterie sovvenzionate dal Programma Alimentare Mondiale (Pam) erano operative, ma sei hanno chiuso nei giorni precedenti a causa della carenza di gas da cucina.
Il Pam ha recentemente lanciato un grave allarme riguardo alla carestia imminente a Gaza, stimando che le risorse necessarie per produrre pane finiranno entro circa dieci giorni. Con l’esaurimento di farina e carburante, la situazione alimentare è diventata critica. L’unica risorsa rimasta per far fronte alla crescente scarsità di cibo sono i biscotti fortificati, una razione di emergenza che sarà distribuita a circa 415.000 persone. Questi biscotti, sebbene progettati per fornire un minimo apporto nutrizionale, non sono sufficienti a soddisfare le necessità di una popolazione che sta affrontando una crisi senza precedenti.
Una crisi umanitaria che rischia di essere peggiorata dal fatto che ha dispiegato truppe lungo il nuovo “corridoio Morag”, separando la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese.
La fine del Ramadan non si può festeggiare
L’Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan, è tradizionalmente un momento di gioia e condivisione nel mondo arabo, caratterizzato da incontri familiari, preghiere, pasti comuni e doni ai bambini. Anche quest’anno a Gaza le celebrazioni sono state gravemente compromesse. Come sostenuto da ActionAid, invece di celebrare con musica, dolci e regali, gli abitanti di Gaza stanno lottando per sopravvivere tra bombardamenti quasi continui e una grave carenza di cibo e acqua.
In Palestina, l’Eid è tradizionalmente un’occasione per visitare familiari e amici, indossare abiti nuovi e preparare dolci come il Ma’amoul, un dolce tradizionale composto da pasta frolla farcita con datteri, fichi o frutta secca. Ma, con l’assenza di aiuti umanitari, molte persone non dispongono nemmeno del necessario per sfamarsi. Inoltre, gran parte delle moschee, dei parchi e degli edifici storici che un tempo erano luoghi di ritrovo e celebrazione sono stati ridotti in macerie.
In Cisgiordania e in molte comunità musulmane nel mondo, le celebrazioni saranno cancellate o ridimensionate in segno di solidarietà con Gaza. Nonostante le difficolta. il giorno dell’Eid la popolazione di Gaza ha svolto la tradizionale preghiera all’alba, in un atto di resistenza e speranza.
Gli attacchi agli operatori umanitari
L’Ocha riporta che, tra il 18 e il 25 marzo, almeno otto operatori umanitari sono stati uccisi e due strutture umanitarie sono state colpite a Gaza. Secondo le Nazioni Unite, almeno 1.060 operatori umanitari sono stati uccisi nei diciotto mesi trascorsi dall’inizio della guerra israeliana nella Striscia di Gaza. Si parla di medici, infermieri e altri lavoratori del settore sanitario, oltre a chi si occupa di fornire assistenza alimentare e di emergenza.
Recentemente, in una fossa comune nel sud di Gaza sono stati trovati i corpi di 15 operatori umanitari, tra cui otto membri della Mezzaluna Rossa Palestinese, sei della Difesa Civile e uno delle Nazioni Unite. Gli operatori sono stati uccisi in un attacco israeliano mentre partecipavano a una missione di emergenza a Rafah. Testimonianze e organizzazioni umanitarie dichiarano che diversi corpi avevano mani e gambe legate e ci sono segni che abbiano ricevuto colpi da distanza ravvicinata, suggerendo che ci siano state esecuzioni dopo il bombardamento iniziale.
Le richieste per accedere al luogo dell’attacco sono state ripetutamente respinte dalle autorità israeliane, ritardando il recupero dei corpi. Le Nazioni Unite e le organizzazioni coinvolte hanno definito l’attacco un crimine di guerra, denunciando violazioni del diritto internazionale umanitario. L’esercito israeliano ha giustificato il bombardamento affermando che i veicoli non erano correttamente identificati e ha collegato le vittime a gruppi terroristici, accusa smentita dalle organizzazioni umanitarie.
Questa non è solo una crisi umanitaria, è una condanna alla fame e alla sofferenza per un’intera popolazione e per chi tenta di aiutarla. Non bisogna smettere di raccontare la verità e lottare per far sentire la voce di chi sta lottando per la propria vita e per quella altrui.