Un martedì da leoni: Zelensky e Netanyahu da Trump

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Non solo Netanyahu, domani Trump incontrerà anche il presidente ucraino Zelensky, ambedue in America per partecipare ai funerali del senatore Lindsey Graham, che i neocon avevano scelto come corifeo della guerra ucraina e dell’espansionismo israeliano.

I due incontri alla Casa Bianca evidenziano in maniera icastica quel che abbiamo sempre scritto: le due conflittualità sono due facce della stessa medaglia, incendi divampati sulla linea di faglia che divide l’Oriente dall’Occidente per logorare, contenere e marginalizzare gli antagonisti globali dell’Impero.

A segnalare il legame profondo tra i due conflitti, l’attacco a un mercantile iraniano nel Mar Caspio rivendicato da Zelensky: la nave, asserisce, trasportava rifornimenti militari iraniani in Russia.

Davvero difficile credere che Teheran, che si sta confrontando con la potenza militare americana, si privi di armi necessarie alla propria difesa per inviarle a Mosca, ma è inutile smentire certa propaganda di bassa lega. Quel che interessa è il segnale, che è stato inviato forte e chiaro in un momentum preciso, cioè prima dell’incontro Zelensky-Trump.

Così domani Trump sarà sotto un fuoco incrociato dei due guerrieri- guerrafondai, Netanyahu, che è un po’ come il primo motore immobile delle guerre infinite, e Zelensky, uno dei tanti fantocci usati allo scopo. Ambedue cercheranno di convincere Trump a ingaggiarsi di più nelle loro guerre, con il presidente preso in mezzo al fuoco incrociato.

Ad oggi Trump ha mutato atteggiamento verso Zelensky ma, nonostante l’insolita benevolenza verso il fantoccio ucraino, non ha fatto molto per aiutarlo, anche se ha lasciato mano libera agli sponsor della sua guerra, che negli ultimi mesi hanno spinto Kiev a colpire le risorse energetiche russe in terra e in mare, a intensificare l’attacco ai civili (autobus etc) e, più di recente, a bersagliare l’Amazon russa (Wildberries) che, ha differenza dell’omologa occidentale, non ha nulla a che fare con l’apparato militare di Mosca.

L’idea è quella di far dilagare il malcontento tra la popolazione, iniziativa sanguinaria che dovrebbe convincere Putin ad accettare la tregua a condizioni imposte. Memoria corta. Fanno finta di aver dimenticato che nell’inverno del loro scontento, con Napoleone a Mosca o con i nazisti prossimi ad arrivarci, i russi si sono stretti a coorte e vinto guerre che apparivano perse (questa in realtà, è già vinta, come affermato da John Mearsheimer in una recente intervista: “I russi vinceranno questa guerra… [e] l’Ucraina ne uscirà come uno Stato residuale e disfunzionale”).

Ma Zelensky e soci non si accontentano della benevolenza dell’Imperatore, vogliono di più e domani è occasione propizia per tentare di forzare. Peraltro, c’è da affondare ancora una volta la possibilità che inizi una nuova fase negoziale, quella evocata dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio dopo aver incontrato il suo omologo Sergej Lavrov la settimana scorsa al vertice Asean di Manila: “Per la pace in Ucraina servono nuove idee”.

Spiraglio tenue, peraltro aperto da un sostenitore delle guerre infinite (la svolta non è farina del suo sacco, ovviamente), ma certi ambiti si irritano anche solo se si nomina la parola “pace”.

Ma il vero mattatore della giornata di domani sarà Netanyahu che, come scrive Liza Rozovsky su Haaretz, dopo le divergenze pregresse deve ricucire con Trump in vista delle elezioni israeliane. Tanto che, per ottenere il sospirato incontro, ottenuto grazie alle pressioni di Aryeh Lightstone (che siede nel fantomatico Board of peace di Gaza voluto da Trump), ha dovuto fare concessioni.

Ha accettato il ritiro da un’area del Libano, in realtà più che limitata, come preludio a un ritiro più ampio, che mai avverrà se non forzato; e ha finalmente accettato che il governo tecnocratico creato dal Board of peace s’insedi a Gaza, di fatto nella parte residuale in cui sopravvivono ancora dei palestinesi.

Due passi minimali, peraltro precari e facilmente reversibili, che però sono serviti a Netanyahu per ammorbidire Trump. Significativo quanto riferito da “Channel 13, Netanyahu avrebbe informato i suoi ministri che gli Stati Uniti vogliono che Israele ritiri le truppe da Siria, Libano e Gaza, e avrebbe detto loro che non accetterà questa richiesta” (Timesofisrael).

Da Trump, come aggiunge la Rozovsky, cercherà di ottenere una nuova escalation contro l’Iran, con o senza Israele, che Netanyahu forse preferirebbe impegnata nella sola gazificazione di quel che resta della Cisgiordania (ha già dato avvio a una campagna limitata nel territorio palestinese, ma certe limitazioni sono sempre relative).

Per ora tra Iran e Stati Uniti vige una tregua non dichiarata, discendente dalle raccomandazioni dell’ammiraglio Brad Cooper, che ha consigliato di “interrompere la campagna di bombardamenti sullo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”. Inutile proseguirla, a meno di allargare il raggio di azione.

Raccomadazioni che hanno trovato eco presso diversi consiglieri di Trump e sono state rafforzate da quanto riferito dal Capo degli Stati Maggiori congiunti, generale Dan Caine, che ha avvertito che le scorte di intercettori sono sulla via “dell’esaurimento”.

Il media pakistano Dawn, però, rivendica giustamente che a favorire il precario cessate il fuoco sia stato anche l’intenso lavorìo diplomatico dei mediatori. Detto questo, è inutile tirare a indovinare se Trump sarà nuovamente ipnotizzato dal mago Netanyahu o darà retta all’ex comico di Kiev. In attesa, va registrato l’intensificarsi dei contatti tra Iran e Oman tesi a creare un regime di controllo condiviso dello Stretto di Hormuz che risulti accettabile dagli Usa.

Chiudiamo con una citazione di The Atlantic rilanciata da Irna, l’agenzia di Stato iraniana: “La rivista Atlantic ha attaccato i media che sostengono la guerra contro l’Iran e i guerrafondai degli Stati Uniti, scrivendo: ‘Prima accetteremo che gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran e che dobbiamo porvi fine, meglio sarà'”. Importante perché The Atlantic, come evoca il nome, è un media consegnato all’atlantismo senza limitismo.