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In Un maestro per Samir. Storie di rinascita dalla Siria devastata Andrea Avveduto porta il lettore dentro un Paese che da quattordici anni sembra non avere più parole, solo macerie. E invece, capitolo dopo capitolo, scopriamo che tra quelle crepe la vita continua a farsi strada. Il libro, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (192 pagine, prefazione di Andrea Tornielli), raccoglie una serie di storie nate dagli incontri dell’autore lungo gli anni di viaggio in Siria come responsabile comunicazione di Pro Terra Sancta.

Samir, il ragazzo abbandonato dal padre e partito in cerca di un futuro migliore; Myriam, madre rimasta senza figli per un missile cieco; Basel, il frate che si offre al posto di un condannato; Omar, il ciabattino di Aleppo che non ha mai messo piede in una scuola: sono volti concreti, non personaggi costruiti a tavolino. Nascono da fatti reali, rielaborati in forma narrativa anche per proteggerne l’identità, ma conservano la ruvidità della vita vera, con le sue ferite e le sue sorprese.

La Siria che emerge da queste pagine è “ricettacolo di ogni malanno del mondo”: guerra, estremismo, fame, insicurezza, migrazioni, miseria. Ma Avveduto evita il tono compiaciuto del disastro. Non fa il catalogo delle tragedie, segue piuttosto le traiettorie fragili delle persone che, dentro quell’abisso, scelgono qualcosa di diverso: perdonare invece di vendicarsi, restare quando tutti scappano, riaprire una scuola in un quartiere che non ha più niente. È un libro costruito per contrasti: da una parte le strade sventrate, dall’altra i gesti minuscoli che tengono insieme la giornata – un tè condiviso, una risata in cortile, una mano sulla spalla.

Lo stile è quello consueto di Avveduto: sguardo giornalistico, ma mai freddo; dettagli concreti, dialoghi asciutti, nessuna retorica superflua. È come se l’autore camminasse accanto al lettore tra le vie di Aleppo o di Idlib, indicandogli le case distrutte e, nello stesso tempo, le persone che continuano ostinatamente a costruire. La scelta della forma “romanzata” permette di entrare più a fondo nei personaggi senza tradire la verità delle vicende: quel tanto di invenzione serve solo a proteggere chi vive ancora in contesti pericolosi.

In filigrana passa una domanda che non viene mai urlata ma che accompagna tutte le storie: è possibile credere ancora nel bene quando tutto intorno sembra smentirlo? Una risposta l’autore la suggerisce in una frase che suona come una chiave di lettura: “Se la luce si può vedere dove ci sono le crepe, allora la Siria è il posto più luminoso del mondo”. È il paradosso cristiano della speranza: non nasce quando va tutto bene, ma proprio dove la realtà è più sfigurata.

La prefazione di Tornielli parla di “storie solo apparentemente piccole, ma veramente grandi”, e in effetti il libro funziona così: non offre analisi geopolitiche, ma mette il lettore davanti a volti e scelte che interrogano anche chi vive lontano dalla Siria. Perché il punto, alla fine, non è solo scoprire qualcosa in più di un Paese devastato: è lasciarsi provocare da chi, pur non avendo quasi nulla, riesce ancora a credere che un’altra vita sia possibile.

Un maestro per Samir è un mosaico di vite luminose nonostante le ferite, un piccolo libro che si legge in fretta ma rimane addosso a lungo. Per chi conosce già il lavoro di Pro Terra Sancta è quasi un “dietro le quinte” delle storie che spesso passano solo in forma di appello o di comunicato. Per chi non ne ha mai sentito parlare, è un ottimo punto di partenza: un invito a guardare la Siria non solo come teatro di guerra, ma come luogo in cui, ostinatamente, continuano a nascere maestri – e discepoli – di umanità.

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