Le ricorrenze sono importanti. Insegnano a imparare dagli errori del passato. A maggior ragione se questi errori hanno generato oltre 2.280 morti, di cui 280 civili, e oltre 130 mila sfollati. A tanto ammonta il bilancio dell’offensiva lanciata un anno fa, il 4 aprile del 2019, dall’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar per conquistare Tripoli. Esercito è una parola grossa: è più una coalizione di milizie, alcune delle quali composte da fanatici dell’islam salafita, riunite in “battaglioni” e “brigate” per dare l’impressione di una forza ufficiale, spalleggiata da sponsor stranieri. Non che dall’altra parte del fronte la situazione sia migliore.

A difendere il Consiglio presidenziale (Cp) del Governo di accordo nazionale (Gna), il doppio nome che identifica l’organo esecutivo ufficialmente riconosciuto dalla Comunità internazionale guidato da Fayez al Sarraj, ci sono i gruppi armati che si sono spartiti la torta dopo la rivoluzione del 2011 e che non hanno alcuna intenzione di cedere il potere. E, soprattutto, ci sono i Fratelli musulmani. Ecco dunque che in Libia si combatte una guerra per procura stile Siria, ma in scala ridotta e a bassa intensità, con poche migliaia di uomini (circa 3.000 per parte, con poche centinaia schierati al fronte) sul terreno ma una grande quantità di aiuti stranieri, in barba ai divieti delle Nazioni Unite e alle conferenze internazionali. E’ come si combattesse una piccola guerra mondiale a poche miglia nautiche dall’Italia: noi non ce ne rendiamo conto, ma l’esito di questo conflitto potrebbe cambiare l’assetto geopolitico del Mediterraneo.

I segnali ignorati

I segnali che la Libia sarebbe potuta ripiombare nel caos non sono certo mancati. Per esempio quando Haftar, invece di togliersi la divisa militare e indossare la cravatta Talarico che gli aveva regalato a Palermo il nostro premier Giuseppe Conte, ha cominciato a conquistare uno a uno i pozzi petroliferi e le basi aeree del Fezzan, un chiaro preludio all’assedio di Tripoli. Lo ha fatto senza vere e proprie vittorie militari sul campo, ma negoziando accordi con tribù, milizie e gruppi locali e utilizzando l’arma più convincente di tutte: il denaro fornito dagli sponsor arabi. Un modus operandi che ha consentito all’Lna di arrivare a pochi chilometri da Tripoli senza praticamente incontrare resistenza.

Ci sono alcune date chiave nella storia dell’offensiva battezzata “Operazione inondazione di dignità” (Taufan al Karama). Ma per prima cosa bisogna fare un passo indietro al 28 febbraio 2019. Il generale incontra il suo rivale Sarraj negli Emirati Arabi Uniti, principale sponsor arabo dell’uomo forte della Cirenaica, sotto gli auspici delle Nazioni Unite. In quell’occasione vengono gettate le basi di un accordo che, di li a poco, avrebbe dovuto portare al compimento della famosa “road map” dell’inviato Onu, Ghassan Salamé. Era tutto pronto per la conferenza nazionale libica che avrebbe dovuto tenersi il 14 e 16 aprile 2019 nella località di Ghadames, la “città bianca” che sorge nel deserto al confine con l’Algeria. Ma qualcosa è andato storto: Haftar ha fatto saltare il tavolo e il 4 aprile ha lanciato un attacco per conquistare Tripoli. L’obiettivo è sbaragliare le mal addestrate milizie di Tripoli e, probabilmente, contare sull’effetto sorpresa. Non sarà così. Haftar non sfonda e Sarraj chiede aiuto a Misurata, la potente città-Stato sede delle milizie considerate più forti del paese. Inizia così una lenta guerra di posizione che dura ancora oggi.

Gli attori stranieri

E’ un conflitto che si gioca su più livelli: uno che coinvolge gli attori locali divisi fra milizie, tribù, clan e municipalità rivali; un altro relativo agli attori regionali, che sostegno attivamente l’una o l’altra parte, in particolare Turchia e Qatar contro Emirati Arabi Uniti e Egitto; infine ci sono gli attori esterni, comunque influenti, come Italia, Francia, Russia, Stati Uniti senza dimenticare la Cina, che con la caduta di Gheddafi ha perso importantissime commesse nell’ex Jamahiriya. Il coinvolgimento francese emerge dapprima in sordina, quando un gruppo di diplomatici di ritorno da un viaggio di “routine” in Libia (dove la Francia non ha fisicamente un’ambasciata) con scorta armata al seguito si rifiuta di consegnare le armi – non dichiarate come da procedura standard – alla dogana tunisina; fatto peraltro illegale che scatena la contro-norma che consente di perquisire veicoli con targa diplomatica. Perfino le scorte dei ministri o del presidente devono dichiarare le armi: possibile che i francesi si siano scordati di una regola così elementare? Il sospetto è che “imboscati” tra i diplomatici francesi ci fossero consiglieri militari entranti clandestinamente per appoggiare il generale Haftar.

Il ruolo della Francia

Un’altra data chiave è il 27 giugno del 2019. Il generale Haftar prede l’avamposto di Gharian, importante snodo per i rifornimenti situato circa 80 chilometri a sud di Tripoli. E’ la prima, tangibile vittoria campo per gli uomini fedeli al premier Sarraj, passati alla controffensiva dopo l’assedio della capitale Tripoli con l’operazione denominata “Vulcano di Rabbia”. Lo sviluppo assume ancora più rilevanza perché a Gharian vengono trovati dei missili Javelin francesi. Dopo lo scoop del New York Times, il ministero della Difesa francese non ha potuto negare quanto sostenuto dai reporter americani: “I missili Javelin trovati a Gharian appartengono effettivamente ai militari francesi, che li hanno acquistati negli Stati Uniti”. Da quel giorno l’attivismo francese in Libia si è notevolmente affievolito e, almeno a parole, Parigi sembra aver deposto l’ascia di guerra mostrandosi più collaborativa. Al punto che il successivo 26 settembre, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian (in veterano della politica estera e militare francese in Nord Africa) co-presiede insieme a Luigi Di Maio, fresco di nomina alla Farnesina, una riunione sulla Libia a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Riunione che però non ha cambiato di una virgola la situazione sul campo.

L’arrivo della Wagner

Il giorno prima, il 25 settembre, sempre a New York l’agenzia di stampa statunitense “Bloomberg” pubblica un articolo-denuncia sulla presenza di mercenari russi in Libia tra le forze di Haftar. Si tratta della Wagner, la compagnia di proprietà di Yevgeny Prigozhin, faccendiere considerato molto vicino al presidente Vladimir Putin. Le informazioni dell’agenzia di stampa non vengono smentite e, del resto, erano già stata anticipate dai report delle Nazioni Unite. Non è dato saperlo, ma l’arrivo delle forze russe in Libia potrebbe essere coinciso con la tregua di quattro giorni in occasione dell’Eid Al-Adha, la Festa islamica del Sacrificio segnata peraltro dal sangue versato il 10 agosto da tre funzionari delle Nazioni Unite morti nell’esplosione di un’autobomba a Bengasi, nell’est del Paese. Alla scaltrezza della Russia, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha risposto firmando il 27 novembre due controversi memorandum con il Governo di Tripoli: il primo estende di fatto la Zona economica esclusiva di Ankara fino alle coste della Cirenaica di Haftar, peraltro infischiandosene se in mezzo c’è la più grande isola greca (Creta); la seconda intesa sulla sicurezza e la difesa è una foglia di fico per inviare uomini, mezzi e mercenari siriani a difesa di Tripoli e di Misurata. Il risultato è un’esacerbazione del conflitto che emerge in tutta la sua drammaticità in un’altra data simbolica, il 5 gennaio del 2020.

Un nuovo anno di sangue

L’arrivo del nuovo anno in Libia è stato marcato dall’orribile attacco nel quinto giorno di gennaio contro la sede dell’accademia militare di al Hadhba, a Tripoli. Il video ripreso dalle telecamere di sorveglianza mostra uno degli episodi più cruenti dall’inizio della battaglia per la presa di Tripoli e che ha causato oltre 30 morti. Pochi giorni dopo, il 12 gennaio, Turchia e Russia sollecitano i loro rispettivi partner libici (il Gna da una parte e l’Lna dall’altra) a rispettare una tregua che sia almeno temporanea. L’effetto dura poco e gli scontri non solo riprendono, ma alla vigilia della Conferenza internazionale di Berlino (rivelatasi infine l’ennesima passerella per Haftar e la pietra tombale del mandato dell’inviato Onu, Ghassan Salamé) le forze della Cirenaica chiudono i terminal di esportazioni del petrolio: una mossa “tattica” per svuotare le casse del governo di Tripoli e prendere la città per fame. Nemmeno l’arrivo del coronavirus ha placato il conflitto. Il cessate il fuoco chiesto dalla Comunità internazionale per scongiurare l’epidemia di Covid-19 non solo non è entrato in vigore, ma anzi come spesso accade in questi frangenti è stato sfruttato per compiere attacchi a sorpresa e nuove conquiste. Ai bombardamenti di Haftar contro la città vecchia di Tripoli, il Governo di accordo nazionale ha risposto con un’operazione militare sardonicamente chiamata “Tempesta di Pace”.

Gli ultimi sviluppi

Il primo obiettivo dell’offensiva Gna è stata la base area di Al Watiya, avamposto che consente all’Esercito di Haftar di colpire la capitale con droni forniti dagli Emirati Arabi Uniti. La supremazia aerea delle forze dell’Lna, infatti, è uno dei principali fattori che ha consentito agli uomini di Haftar di sostenere un assedio così a lungo e lontano da Bengasi, capoluogo della Cirenaica e sede del comando centrale dell’Esercito. A un primo attacco a sorpresa su Al Watiya, le milizie dell’Lna hanno risposto con una controffensiva lungo la costa che ha portato a consolidare la presa su Zuara (da tempo circondata) e a prendere la cittadina di Ras Jedir, al confine con la Tunisia. Non a caso le autorità di Tunisi hanno elevato il livello di allerta lungo le frontiere terrestri e il nuovo premier tunisino, Elyes Fakhfakh, ha presieduto un Consiglio dei ministri “ad hoc”, raccomandando di intensificare il coordinamento tra le diverse forze militari e di sicurezza dall’altra parte del confine. Più ad est, invece, Gna e Lna combattono per il controllo Abugrein, cittadina strategica per gli approvvigionamenti di Misurata, la potente città-Stato alleata di Tripoli (sede peraltro dell’ospedale da campo dell’Italia), e per Sirte, ex roccaforte dello Stato islamico e dei gheddafiani passata sotto il controllo di Haftar dopo il “tradimento” di una milizia salafita passata con Bengasi.

La riposta dell’Unione europea

Intanto l’Unione europea ha ufficialmente dato il via libera lo scorso 31 marzo alla nuova missione europea “Irini”. I dettagli sono ancora in fase di definizione, ma ci sono già alcune certezze:

  • le navi europee torneranno a solcare il mare davanti alle coste della Libia dopo oltre un anno di stop;
  • ci sarà una sorveglianza radar e satellitare per vigilare sul rispetto dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi non solo via mare, ma anche via area e via terra;
  • in caso di salvataggi di migranti in mare, gli sbarchi non avverranno più in Italia;
  • si tratta del primo tentativo dell’Europa di dare una risposta collettiva alla crisi in Libia;
  • la guida della missione è rimasta nelle mani di Roma.

L’obiettivo principale resta quello di impedire la fornitura di armi sia a Tripoli che a Bengasi, teoricamente in egual maniera. Ma il ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico (Gna), Muhammad Siala, ha espresso delle riserve per la “mancanza di completezza” della nuova missione che, a suo dire, non controllerà lo spazio aereo e terrestre della Libia ma solo quello navale, favorendo quindi le forze del generale Khalifa Haftar. L’appunto del capo della diplomazia di Tripoli appare fondato. L’operazione a guida del contrammiraglio italiano Fabio Agostini sarà dotata di un sistema di sorveglianza satellitare in grado di rilevare i casi di sospetti traffici illeciti tanto via area, quanto via terra. Ma la capacità d’intervento della missione resta fortemente limitata al dominio del mare. “Irini”, in altre parole, può fermare un carico di armi trasportato solo via nave (con modalità di ingaggio ancora “top secret”), limitandosi a segnalare gli aerei e i veicoli sospetti senza poterli ispezionare ed eventualmente sequestrare. Ciò significa che gli sponsor di Haftar potranno continuare a rifornire Bengasi di armi e uomini, con buona pace dei richiami dell’Onu che, del resto, fin qui sono rimasti inascoltati e anzi hanno esacerbato ancor di più la situazione.

Scenari futuri

Tra i possibili effetti collaterali del lancio di “Irini” potrebbe esserci un aumento delle tensioni tra Ankara e l’Europa. I terreno di scontro tra la Turchia e il Vecchio Continente non mancano: si pensi ad esempio ai flussi di migranti verso la Grecia, una minaccia che Erdogan è già tornato ad agitare nelle ultime settimane. Altrettanto problematico è il dossier dello sfruttamento energetico delle risorse di gas al largo di Cipro e nel Mediterraneo orientale, dove sono coinvolte importanti aziende europee, inclusa Eni. Da una parte, la missione europea appare troppo debole per ridare voce alla diplomazia, mentre dall’altro rischia di provocare uno sbilanciamento in favore di Haftar. Intanto l’economia libica dipendente quasi interamente sulle esportazioni di petrolio rischia di essere ulteriormente colpita. Al blocco dei terminal si è aggiunta anche la congiuntura internazionale della Covid-19, con i prezzi scesi nei giorni scorsi ai minimi degli ultimi 17 anni. La produzione del paese membro dell’Opec è scesa da 1,2 milioni di barili al giorno ad appena 100 mila, con perdite per la National Oil Corporation (Noc, la compagnia petrolifera libica) di quasi 4 miliardi di dollari. Intanto il potente governatore della Banca centrale di Tripoli, al Sadiq al Kabir, potrebbe presto esser emesso in minoranza nel consiglio di amministrazione. Sarraj ha convocato una riunione urgente del Cda della Banca per sfiduciarlo. Ma la rimozione del governatore potrebbe valere per le forze della Cirenaica più di una vittoria militare sul campo. Caduto Al Kabir, infatti, Haftar potrebbe utilizzare tutto il suo potere di lobbying per far eleggere un nuovo governatore a lui congeniale. Il controllo della Banca centrale di Tripoli è difatti fondamentale per la distribuzione dei proventi petroliferi alle tre macroregioni del paese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) ed è, a ben vedere, la vera posta in gioco dell’offensiva lanciata un anno fa.