Durante la conversazione con un italo israeliana di Tel Aviv, di sottofondo si sente la radio. A un certo punto, si percepisce un suono che sa di allarme: “Non ti preoccupare – risponde subito l’interlocutrice, intuendo la curiosità relativa a quel rumore di sottofondo – è così da giorni: tra una canzone e un’altra, in radio passano avvisi diretti alla popolazione su cosa fare in caso di guerra”. Da nord a sud, in Israele il venerdì è trascorso in questa maniera: una nuova giornata di attesa, un’altra in cui sui media sia interni che esteri tra le “breaking news” sono passate anche le notizie circa un attacco imminente da parte dell’Iran.
Esattamente come venerdì scorso, le dichiarazioni provenienti dalle fonti diplomatiche e militari, nonché le decisioni di molti governi di emettere avvisi per chi si trova in Israele e in Iran, hanno fatto temere il peggio. Tuttavia, proprio per l’appunto come la settimana scorsa, la notte è trascorsa via densa di tensioni ma senza alcun attacco. Il medio oriente, contrariamente alle impressioni trapelate per tutta la giornata di ieri, si è risvegliato senza la temuta escalation. Ma l’attenzione è ancora molto alta: l’Idf è in stato di allerta, al pari delle forze Usa nella regione, mentre proseguono contatti frenetici con le parti in causa per evitare guai. Venerdì ad esempio, anche il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, ha tenuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano. Una vera corsa contro il tempo per fermare quello che poche ore fa sembrava inevitabile.
I nuovi raid di Hezbollah
Per la verità, uno scambio di colpi nel bel mezzo delle tensioni del venerdì è stato registrato. Nel tardo pomeriggio infatti, le sirene di allarme antiaereo hanno iniziato a risuonare nel nord di Israele. I bagliori dei missili prima e il rumore delle esplosioni in cielo poi, hanno fatto capolino per diverse ore a ridosso del confine libanese. Secondo quanto riportato in seguito dai vertici dell’Idf, sono stati sparati almeno 50 missili e molti di questi sono stati intercettati e abbattuti dal sistema Iron Dome. Pochi i danni riportati, ma mentre il raid dal Libano era in corso in tanti hanno pensato che si trattava dell’inizio delle ostilità. Del resto, a lanciare quei razzi sono stati i miliziani di Hezbollah dalle loro postazioni poco oltre le linee di frontiera.
Tuttavia, spente le sirene di allerta, non si è registrato più nulla. Si è trattato, in poche parole, di uno dei tanti episodi in cui la milizia sciita libanese e le forze israeliane ricordano vicendevolmente alle controparti la propria esistenza. Dal 7 ottobre, data delle stragi attuate da Hamas e di fatto primo giorno della nuova guerra mediorientale, scambi del genere sono stati quasi all’ordine del giorno. Hezbollah attacca con i suoi missili, l’Idf risponde colpendo basi del movimento a volte anche in profondità all’interno del territorio libanese. Altre volte accade il contrario, con Israele che attacca obiettivi del gruppo sciita e con i miliziani che rispondono lanciando missili verso lo Stato ebraico. Quello di ieri è stato quindi un “raid ordinario” ma che, in previsione di un attacco iraniano, potrebbe avere una sua specifica funzione: saturare il sistema Iron Dome e saggiare la capacità di difesa di Israele.
Lo stato d’allerta
Per questo dunque, nonostante i raid di Hezbollah non abbiano poi avuto seguito, lo stato di attenzione è rimasto al massimo livello. Tanto in Israele, quanto all’interno della comunità internazionale. Anche nelle ultime ore si sono moltiplicati gli avvisi dei governi in cui si invita, o in certi casi si obbliga, i propri concittadini a lasciare il territorio dello Stato ebraico e quello iraniano. Da Parigi è pervenuta la notizia secondo cui il ministero degli Esteri transalpino ha emanato una nota che impone l’evacuazione dei familiari dei funzionari dell’ambasciata francese a Tel Aviv, nonché dei vari consolati situati in Israele. Diverse compagnie aree invece, stanno seguendo l’esempio di Lufthansa e nelle ultime ore hanno cancellato i voli diretti a Tel Aviv e a Teheran. Si è mossa in questa direzione anche l’India, il cui governo pochi giorni fa aveva stretto un accordo con l’esecutivo di Netanyahu per far arrivare almeno diecimila lavoratori indiani e sostituire la manodopera palestinese venuta a mancare dal 7 ottobre.
L’allerta è ovviamente anche militare. Tutte le forze Usa nella regione sono in allarme e devono tenersi pronte ad agire. Ieri Joe Biden ha detto pubblicamente di aspettarsi un raid iraniano nel giro di poche ore, confermando la volontà di agire con Israele nel caso in cui da Teheran dovessero piovere missili in territorio israeliano. Casa Bianca e Pentagono concordano nel ritenere plausibile un attacco della Repubblica Islamica con l’ausilio di almeno cento droni e diversi missili. Washington sta spingendo i suoi alleati a parlare con i vertici iraniani e prova a evitare l’escalation. Al momento però, nonostante una nottata di relativa calma, il raid di Teheran sembra solo un appuntamento rinviato. Con l’intero medio oriente che tratterrà il fiato anche in questo fine settimana.
Prosegue la guerra a Gaza
Quanto sta avvenendo sul fronte iraniano però, non deve far dimenticare che un conflitto si sta ancora combattendo all’interno della Striscia di Gaza. Venerdì ad esempio, è stata registrata una nuova incursione israeliana nel centro della Striscia: diversi militari dell’Idf hanno raggiunto alcuni obiettivi ritenuti sensibili. Secondo una nota delle stesse forze israeliane, sono stati colpiti “diversi territori e alcune infrastrutture usate da Hamas”. La guerra sta proseguendo anche dal cielo, con altri raid dell’aviazione dello Stato ebraico contro altri obiettivi del movimento palestinese. Dal cielo non sono piovute solo bombe: in un’area meridionale della Striscia, gli israeliani hanno lanciato volantini con i volti di almeno trenta ostaggi ancora detenuti da Hamas. In basso una didascalia recante la scritta in arabo in cui si invitano i cittadini a collaborare per la loro liberazione e dare in tal senso informazioni utili.
A Il Cairo intanto proseguono le trattative. Nei giorni scorsi è trapelato un lieve ottimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Lo stesso governo di Washington ha parlato di progressi nei messaggi inviati, tramite mediatori, agli iraniani. Un modo per convincere Teheran a non attaccare, sottolineando come l’apertura di un nuovo fronte potrebbe interrompere ogni attuale sforzo diplomatico. Al momento però sono arrivate poche novità. A fare da sottofondo nell’area di Gaza sono ancora i rumori delle battaglie.

