Le trattative sulla guerra ucraina stanno producendo qualche risultato, anche se nulla si sa dei contenuti. A segnalare che qualcosa si muove, al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei report (vagamente ottimisti o decisamente pessimisti che siano), è il fatto che subito dopo l’incontro tra i mediatori americani e la delegazione russa guidata da Kirill Dmitriev (successivo al round negoziale Usa-Ucraina di venerdì scorso) Rustem Umerov, a capo della delegazione di Kiev, abbia annunciato un nuovo incontro con i mediatori statunitensi.

Il fatto che le trattative proseguano e che siano tanto serrate significa che le pressioni degli Usa su Kiev perché receda dalle sue posizioni, in particolare sull’irrealistica inviolabilità dell’integrità territoriale, stanno ottenendo qualcosa, un qualcosa su cui Mosca può ragionare in termini di compromesso (probabilmente si sta giocando su quanto territorio rimarrà sotto il controllo dei russi e in quale modalità, usando della variante “zona smilitarizzata”).
Un passo iniziale, dopo i passi falsi pregressi, che magari non porterà da nessuna parte, ma che rappresenta già qualcosa più di zero. Ad alimentare lo scetticismo il fatto che le forze di contrasto sono ancora forti, in America, dove i neocon non demordono, e nell’asservita Europa, mentre la leadership ucraina è dilaniata da scontri intestini che s’intersecano con le pressioni esterne e le inchieste della magistratura, fattori che determinano la posizione di Kiev rispetto alle trattative.
Su quest’ultimo punto val la pena riferire che secondo il Times di Londra Andrij Yermak, il potente capo staff di Zelensky, sarebbe ancora in contatto con Zelensky. In particolare, il media londinese riporta le dichiarazioni del deputato Oleksiy Goncharenko secondo il quale Yermak visita a Zelensky quasi ogni giorno, aggiungendo: “Certo, non ha più l’influenza di una volta, ma sta gradualmente iniziando a recuperarla”.

Il Times si rammarica della resilienza di Yermak, che impedirebbe a Kiev di sperare in una leadership più votata al bene della nazione, e ricorda che Zelensky, “nel suo primo anno da presidente, ha infranto le promesse elettorali nominando 15 persone con un passato da comici in posizioni di governo, nove dei quali sono stati poi licenziati”.
Mai il Times aveva accennato a queste risibili – nel senso letterale – nomine e colpisce l’acredine verso Zelensky, sempre trattato da eroe dalle élite britanniche alle quali il giornale dà voce. Probabile che in Gran Bretagna, votata alla guerra senza fine contro Mosca, inizino a diffidare della loro marionetta e sperino nell’intronizzazione dell’ex Capo di Stato Maggiore e attuale ambasciatore a Londra Valerij Zaluzhny, ormai cooptato alla causa albionica (sul punto basta ricordare le laudi sperticate di Zaluzhny tessute da Vogue).
Quanto alla posizione di Yermak c’è controversia: se il governo ha dichiarato che insieme a lui sono stati licenziati tutti i suoi collaboratori, questi ultimi invece hanno dichiarato ai media di essere stati riconfermati… uno dei tanti gialli degli interna corporis ucraini che ne evidenzia la follia dilagante.
Tra le influenze straniere in Ucraina anche quella potente dell’Fbi, che ha collaborato con le agenzie europee alla nascita delle Agenzie anti-corruzione ucraine, create per controllare la dirigenza di Kiev attraverso il maglio della magistratura.
Il fatto che il capo della delegazione ucraina, Umerov, anch’esso coinvolto nelle inchieste, abbia avuto un incontro riservato con il direttore del Boureau Kash Patel segnala che ha probabilmente ottenuto un salvacondotto personale, che ai suoi protettori assicura un dialogo più proficuo con lo stesso. Resta da vedere se gli ha anche conferito leve in patria capaci di spostare la politica verso posizioni più realistiche.
Insomma, il puzzle ucraino resta complesso, una complessità nella quale l’amministrazione Trump si è inserita con notevole ritardo riuscendo a ottenere qualche influenza rispetto al passato. Ma resta che si tratta di un puzzle impazzito e chiuso, che cioè ha poco a che vedere con il destino di un Paese in guerra, conflitto che continua a mietere vittime, quanto sul destino dei singoli attorucoli di questo ignobile teatrino.
Al di là, e in attesa di sviluppi, qualche segnale sulla possibilità di un esito positivo dei negoziati si intravede. Anzitutto, il fatto che Macron si sia un po’ sfilato dalla cricca pro-guerra, rilanciando la possibilità di aprire un dialogo con Mosca, apertura accolta con prudente plauso del Cremlino.
Inoltre ci sono le parole del vicepresidente Usa J.D. Vance, il quale ha dichiarato che i negoziatori ucraini avrebbero ammesso che il Donbass è ormai perso, nel breve o lungo periodo, anche se per ora non demordono sulle loro richieste.
Quanto ai sabotaggi, che si alimentano dell’isteria europea sull’inesistente minaccia russa all’Europa, si segnala la durissima presa di posizione del capo dell’intelligence nazionale Usa Tulsi Gabbard contro la Reuters, che aveva riferito dei ripetuti allarmi “dell’intelligence statunitense sul fatto che il presidente russo Vladimir Putin non ha abbandonato i suoi obiettivi di conquistare tutta l’Ucraina e di reclamare parti dell’Europa”.
“Bugie e propaganda”, ha replicato la Gabbard su X, aggiungendo: “State pericolosamente alimentando questa falsa narrazione per bloccare gli sforzi di pace del Presidente Trump e fomentare isteria e paura tra la gente per indurla a sostenere l’escalation bellica, che è ciò che la NATO e l’UE vogliono realmente per trascinare l’esercito degli Stati Uniti in una guerra diretta con la Russia”.

“La verità è che la comunità dell’intelligence statunitense ha informato i responsabili politici, compreso il membro democratico dell’HPSCI [House Permanent Select Committee on Intelligence ndr.] citato dalla Reuters, che l’intelligence statunitense ritiene che la Russia cerchi di evitare una guerra più ampia con la NATO. Inoltre valuta che, come hanno dimostrato gli ultimi anni, le prestazioni della Russia sul campo di battaglia indicano che attualmente non ha la capacità di conquistare e occupare tutta l’Ucraina, per non parlare dell’Europa”. Esaustiva.


