La grande epidemia di ebola che proprio in queste settimane sta mietendo le prime vittime al di fuori dei confini della Repubblica Democratica del Congo, non è la sola sfida con la quale si stanno misurando i governi dell’Africa centrale. Un’altra ombra, anche in questo caso inquietante, si staglia su Uganda e Ruanda, ma anche sui loro vicini: quella di un conflitto armato tra Kampala e Kigali, le cui avvisaglie sono sempre più davanti agli occhi di tutti.

Un tempo amici

I due protagonisti delle tensioni tra i due Paesi sono anche le massime cariche di questi ultimi: il presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo omologo ugandese Yoweri Museveni. I due sono tutt’altro che sconosciuti, e, dando uno sguardo alla loro storia politica, ci si può rendere conto di come le loro vicende si siano ripetutamente intrecciate nel corso degli anni. Kagame, di etnia tutsi, ha trascorso la sua giovinezza nei campi profughi fondati in territorio ugandese per dare rifugio a chi cercava la salvezza scappando dai massacri messi in atto dagli hutu -l’altro gruppo etnico dominante in Ruanda- negli anni Cinquanta e Sessanta, e proprio lì ha frequentato la Ntare High School, un istituto maschile che vede tra i suoi membri più illustri lo stesso Museveni. Ma non solo: Kagame, insieme ad altri tutsi ruandesi, farà parte dell’esercito di ribelli che, tra il 1980 e il 1986, lancerà ripetuti attacchi contro il regime di Milton Obote -noto per le sue crescenti persecuzioni contro i rifugiati tutsi- allo scopo di guadagnare sufficiente esperienza sul campo per prepararsi a una futura invasione del Ruanda. Grazie alle efficaci tattiche di guerriglia, i gruppi antigovernativi riusciranno a imporsi sull’esercito ugandese, permettendo al loro capo di diventare il nuovo presidente del Paese. Il suo nome? Yoweri Museveni. Riconoscente per l’appoggio ricevuto, quest’ultimo nominerà Kagame capo del suo staff di intelligence militare, ma nel 1989 sarà costretto a fare marcia indietro a causa delle lamentele di Juvénal Habyarimana, il presidente hutu del Ruanda ucciso nel 1994 in quello che è cnsiderato il vero inizio del genocidio ruandese. Tuttavia, nel 1997 Museveni sarà ancora a fianco del giovane leader ruandese, supportando la sua invasione della Repubblica Democratica del Congo che condurrà alla deposizione del dittatore Mobutu Sese Seko. Il caos e il vuoto di potere successivi porteranno però ad aspri scontri tra le forze tutsi e quelle ugandesi: ed è qui che iniziano ad apparire le crepe tra Kagame e il suo ex mentore.

Ipotesi di coalizione

Lo stesso Kagame non è privo di oppositori, interni ed esterni: il Burundi, con il quale Kigali ha da sempre una relazione altalenante e complessa, e il Congo, hanno più volte espresso il loro disappunto verso il presidente ruandese. Proprio il territorio congolese è il punto di partenza di numerosi incursioni messe in atto dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), un gruppo anti-Kagame a maggioranza hutu. Ma un altro personaggio è ritenuto la chiave del movimento di opposizione al governo ruandese: si tratta di Kayumba Nyamwasa, ex comandante dell’esercito che, negli ultimi vent’anni, è passato dall’essere uno dei più grandi sostenitori di Kagame all’opporlo veementemente, subendo anche un tentativo di omicidio dietro al quale si sospetta possa esserci proprio la mano di Kigali. Oltre all’essere il leader in esilio del Congresso Nazionale Ruandese, Nyamwasa sarebbe a capo di una formazione paramilitare chiamata Platform Five (P5). Quest’ultima è stata descritta da un rapporto dell’Onu risalente allo scorso dicembre come sostenuta non solo dal Burundi e dal Congo, ma soprattutto dall’Uganda, che avrebbe messo a disposizione dei ribelli propri istruttori e ufficiali. Kagame, dunque, avrebbe le sue ragioni per dubitare dell’ex amico Museveni, al quale un indebolimento politico del vicino farebbe estremamente comodo: il Ruanda, nonostante il tragico e recente passato, è un Paese giovane e in rapido sviluppo, che potrebbe minare la posizione di leadership regionale alla quale l’Uganda aspira da sempre. Ma da Kampala smentiscono, affermando invece che sarebbe lo stesso governo ruandese a cercare lo scontro, magari attraverso la sponsorizzazione di un golpe in Burundi, Stato il cui 85% della popolazione appartiene all’etnia hutu.

Il pericolo è alla frontiera

Negli ultimi mesi, lo stallo tra i due Paesi si è trasferito su un ulteriore fronte: quello del confine che li separa. Entrambi i contendenti accusano l’avversario di approfittare della relativa permeabilità della frontiera per compiere le più svariate attività, naturalmente tutte illegali. Il distretto di Rukiga, in Uganda ma direttamente addossato sul territorio ruandese, sarebbe scenario di contrabbando, guerriglie e sconfinamenti. Qui, lo scorso maggio sono stati arrestati due cittadini del Ruanda, accusati di spionaggio dalla polizia ugandese ma forse di fatto vittime di una ritorsione a causa dell’uccisione, occorsa due giorni prima, di due persone da parte della polizia del Ruanda, in territorio ugandese; un destino simile a quanto accaduto poche settimane fa a 40 ruandesi, coinvolti in una retata in una chiesa nei pressi di Kampala. Secondo Kagame, 100 connazionali si trovano oggi nelle carceri dell’Uganda, un’affermazione categoricamente smentita da Museveni.

Che cosa accadrà ora? Nonostante sia Museveni che Kagame si siano detti aperti al dialogo e a una soluzione pacifica, arrivando a incontrarsi in Angola lo scorso 12 luglio, i negoziati non accennano a partire, e i recenti avvenimenti non fanno che renderli sempre più improbabili: i due ex compagni di battaglia non sono mai stati così lontani, e la lotta per il dominio della regione non è che al suo inizio.