Altro giro, altro regalo. L’ennesima purga zelenskiana, varata all’improvviso dopo i giorni dell’euforia per la spedizione nella regione russa di Kursk, ha fatto in poche ore le seguenti e illustri vittime: la vice primo-ministro nonché ministro per i Territori temporaneamente occupati Irina Vereshchuk; la vice-premier Olha Stefanyshina, responsabile del processo di integrazione europea; il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba; il ministro della Giustizia Denys Malyuska; il ministro dell’Industria strategica Oleksandr Kamyshin; il ministro della Protezione ambientale Ruslan Strylec; il direttore del fondo demaniale Vitalii Koval. E non è detto che sia finita qui.
Come si può facilmente notare, il “rimpasto” (così lo chiamano pudicamente i media occidentali) ha toccato i gangli vitali della politica, e diciamo pure della sopravvivenza, dell’Ucraina di Volodymyr Zelensky: il recupero dei territori invasi dai russi, il processo di integrazione nella Ue, la politica estera (che drammaticamente è, in queste circostanze, politica degli aiuti finanziari e militari), l’amministrazione della Giustizia in un Paese ormai ossessionato dal tema dei potenziali tradimenti (ieri il comandante in capo delle forze armate dell’Ucraina, generale Aleksander Syrsky, ha sospeso dalle sue funzioni il capo di stato maggiore delle forze aeree dei droni Roman Gladky, in attesa che l’SBU completi l’indagine sui presunti legami della famiglia dell’ufficiale con la Russia) e della renitenza alla leva. Da non trascurare, peraltro, il siluramento di Koval, direttore del Fondo che gestisce i beni dello Stato ucraino considerati inalienabili: è una carica molto sensibile, non a caso prima occupata da Rustan Umerov, dal settembre scorso ministro della Difesa.
È difficile capire quante di queste “dimissioni” siano davvero tali (ovvero, abbandoni dovuti a un dissenso politico) oppure siano pure e semplici rimozioni (con le lettere a fare da paravento in stile sovietico). Il ministro degli Esteri Kuleba, pochi giorni fa, era a Bruxelles, al fianco dell’Alto commissario europeo Borrell, impegnato a rimproverare i Paesi Ue per la troppo lenta consegna degli armamenti. Lo stesso Zelensky, peraltro, nei giorni scorsi aveva annunciato l’intenzione di “cambiare mezzo governo”. Qualunque sia l’interpretazione corretta, due fatti sono assolutamente evidenti.
Il primo è che, a dispetto dei circa 1.000 (ma forse anche meno) chilometri quadrati di territorio russo occupati nella regione di Kursk, le cose non vanno affatto bene per l’Ucraina. Più passa il tempo, più sembra che il piano degli strateghi di Kiev, indubbiamente ben pianificato e brillante, si stia rovesciando nel suo contrario. Per invadere la regione di Kursk, e spingere i russi a ritirare truppe dal Donbass, gli ucraini hanno impiegato le truppe, gli armamenti e i mezzi migliori. Ma il risultato qual è, ora? I russi non hanno abboccato e attaccano come prima, anzi più di prima, nel Donbass. Mentre le truppe ucraine sono bloccate in territorio russo, costrette a spendere sempre nuove risorse per attestarsi e non essere rimandate indietro. Dimissioni e/o rimozioni hanno a che fare con tutto questo? Che cosa eventualmente veniva rimproverato a Kuleba (Esteri) o alla Vereshchuk (Territori occupati)?
Il secondo fatto è che, con questa ennesima purga, Zelensky ha praticamente liquidato gli ultimi rimasti dei fedelissimi della prima ora. La Vereshchuk era con lui fin dal 2019 ed era stata eletta al Parlamento, nelle file di Servo del popolo, nelle elezioni politiche del 2020. Zelensky l’aveva addirittura candidata quale sindaco di Kiev e le aveva “perdonato” il clamoroso insuccesso portandolo addirittura al vertice del Governo. Anche la Stepanyshina, l’altra vice-premier che lascia, era con Zelensky dal 2020. Per non parlare del ministro della Giustizia, Malyushka, in carica addirittura dall’agosto del 2019. Oggi, della vecchia guardia zelenskiana, resta in pratica il solo Andrij Jermak, il capo dell’amministrazione presidenziale, non a caso da molti considerato il presidente-ombra dell’Ucraina.
C’è chi potrebbe pensare che che il monta-smonta zelenskiano sia causato dalle difficoltà enormi e dai drammi portati dall’invasione russa. Crederlo sarebbe un grosso sbaglio. Non è l’emergenza, è il modo che Zelensky ha scelto per gestire il potere. Anche prima della guerra. Nel biennio del Covid cambiò 5 ministri della Sanità. Prima della guerra 3 ministri della Difesa (Umerov è il quarto) e un numero indefinito di generali. Prima dell’invasione russa 3 ministri degli Esteri (e ora arriva il quarto). Dopo l’invasione russa ha cambiato il comandante in capo delle forze armate, generale Zaluzhny, con il generale Syrsky. Per non parlare della serie infinita di consiglieri, ultimo ma non ultimo quel Serhiy Shefir che era con lui fin dalla giovinezza, che per lui ha rischiato anche la pelle (subì un attentato nel 2021) e che è stato liquidato pochi mesi fa.
Quanto avviene nei palazzi di Kiev va ora osservato attentamente. Con un Parlamento scaduto e non rinnovato, un Presidente scaduto e non rinnovato, la legge marziale in vigore, una mobilitazione militare di necessità sempre più intensa e un’offensiva russa che non sembra calare d’intensità, non si può escludere a priori un’implosione del governo Zelensky. Il presidente può certo contare sul sostegno decisivo delle forze armate e delle forze di sicurezza, oltre che sull’appoggio degli alleati occidentali, ma i segnali interni sono poco incoraggianti.
Fulvio Scaglione
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