La guerra è, da sempre, anche una questione di psicologia. Perché il nemico, oltre che fisicamente, va vinto anche mentalmente, psicologicamente. Questo è il motivo per cui gli antichi si dipingevano la faccia, per cui i guerrieri maori danzavano alternando grida e pose guerresche prima della battaglia. Questo è il motivo per cui i più grandi strateghi di ogni tempo, da Vlad l’Impalatore a Napoleone, hanno sempre pensato a dei modi per convincere i propri soldati di essere imbattibili e simultaneamente demoralizzare il nemico di turno, terrorizzandone tanto i civili quanto i militari.
Psicologia, la guerra è anche, e soprattutto, una questione di psicologia. E l’avvento prima della stampa e poi di Internet, a seconda del punto di vista, ha cambiato tutto o non ha cambiato niente. Non ha cambiato niente perché il nucleo delle operazioni psicologiche (psyop) è rimasto lo stesso: terrificare il nemico, sollevare il morale del proprio popolo. Ha cambiato tutto perché oggi è possibile immortalare una psyop in una foto, in un video, e internazionalizzarla in tempo zero grazie a piattaforme sociali come YouTube, Facebook e Twitter.
Le piattaforme sociali sono dei luoghi di incontro virtuali, il simbolo del mondo diventato villaggio globale, ma in un contesto bellico, e anche in altre occasioni, possono essere convertite in amplificatori della (dis)informazione, alteratori di percezioni e costruttori di consenso. Le tesi sulla psico-guerra di Edward Bernays e Charles Douglas Jackson attualizzate e trasposte sui media sociali. La militarizzazione di ogni cosa e persona, dai prodotti di intrattenimento come musica e pellicole agli influencer.
Oggi, epoca delle guerre senza limiti, dove tutto è o può essere trasformato in un’arma, nessuno è al riparo da operazioni psicologiche e guerre dell’informazione. Nessuno. E quanto sta accadendo in Ucraina, laboratorio a cielo aperto di nuovi modi di penetrare la mente delle persone, ne è la prova.
La strategia ucraina
Comico nato, abituato alle telecamere e con la battuta sempre pronta, Volodymyr Zelenskij è riuscito nel mirabile tentativo, senza precedenti storici, di trasformare un teatro di guerra in un palcoscenico. Verrà ricordato anche per questo, per essere stato il primo “e-leader in tempo di guerra”. I social network, anziché i bunker, come rifugio.
La strategia comunicativa di Zelenskij è stata sin dall’inizio ad alto impatto, dalla scelta di abbandonare giacca e cravatta per vestire gli abiti delle masse – diventando uno del popolo – al ricorso massiccio ad una “mediaticità intelligente”: dirette, messaggi preregistrati e visite improvvise tra le macerie e negli ospedali, naturalmente davanti alle telecamere, sullo sfondo di un tour virtuale dei parlamenti e dei congressi occidentali. L’effetto complessivo è stato dirompente, straordinariamente incisivo, tanto che non è esagerato affermare che il “fattore Zelenskij” è stato fondamentale sia nel foraggiare una resistenza civile di vaste proporzioni sia nel convincere un riluttante Occidente ad agire con maggiore fermezza nei confronti della Russia.
A livello prettamente informativo, cioè di notizie e prodotti propagandistici, l’Ucraina ha puntato molto sulla realizzazione di contenuti simil-pubblicitari concepiti per suscitare sommovimenti emotivi tra i soggetti più sensibili, come i video sulla nazione prima e durante la guerra, sull’attivismo social degli influencer, dai cantanti agli sportivi, dimostrando di aver interiorizzato le misure attive di sovietica memoria – fatte proprie, aggiornate e potenziate.
La strategia russa
Rimasti vittime del proprio inganno, e caduti nell’abile tranello dell’amministrazione Biden, i russi hanno iniziato una guerra, fuori di ogni logica strategica – dato il rapporto costi-benefici tutto a danno di Mosca –, che non avevano mai voluto realmente combattere. E il loro modo di fare la guerra informativa è la prova di quanto fossero impreparati: strategia comunicativa diretta all’esterno debole, quasi farsesca – si pensi, ad esempio, all’utilizzo di “operazione militare speciale” in luogo di guerra e/o invasione – e poco o nulla persuasiva, strategia comunicativa diretta all’interno delineata soltanto con l’incedere della guerra.
A livello esterno, perlomeno in Occidente, la guerra informativa della Russia ha attecchito poco per via della censura preventiva applicata dai regolatori dell’informazione e dalle grandi piattaforme sociali ai media russi in qualche modo legati e/o finanziati dal Cremlino, come RT e Sputnik, i cui canali sono stati rimossi da Facebook e YouTube, le cui trasmissioni sono state sospese e il cui normale accesso da Google è stato bloccato.
I soprascritti organi di informazione, prima che venissero censurati, stavano concentrandosi sulla mera ripetizione dei pretesti utilizzati dal Cremlino per giustificare l’invasione dell’Ucraina: la presunta esistenza di un programma militare nucleare sotterraneo, il presunto sviluppo di armi di distruzione di massa nei bio-laboratori statunitensi localizzati nel Paese, la conduzione di un genocidio fisico e culturale ai danni della minoranza russofona, il potere politico detenuto da una cricca neonazista. Pretesti forti e deboli al tempo stesso: forti per le accuse rivolte a Kiev e a Washington, deboli nel contenuto effettivo.
Minimizzate le possibilità di portare avanti una campagna propagandistica a mezzo della stampa virtuale, il Cremlino ha ripiegato su tattiche vecchie, come la negazione di fatti compiuti – vedasi il bombardamento dell’ospedale di Mariupol, inizialmente negato e poi ammesso “a proprio modo” –, e nuove, come l’utilizzo dei famigerati eserciti di troll telecomandati dall’Internet Research Agency, che ha aperto pagine e profili su Facebook, Telegram e Twitter per diffondere contenuti atti a denigrare le forze armate ucraine, quando identificandole come naziste e quando come effeminate ed omosessuali – un ritratto che se nel liberale Occidente otterrà scarsi risultati, in Russia e nel resto del mondo stuzzicherà nazionalisti, conservatori e religiosi, conformemente alla volontà di spiegare questa guerra anche in termini di confronto civilizzazionale.
La campagna comunicativa diretta all’opinione pubblica domestica è stata ed è sicuramente più solida, nonché maggiormente persuasiva, perché il Cremlino, rispondendo pan per focaccia alla censura occidentale, ha prima silenziato gli organi informativi europei ed americani e dopo ha stretto la morsa sui propri e avviato una campagna di incensamento all’insegna del trascinante slogan Za pobedu (let. Fino alla vittoria). Una tecnica, questa, mutuata dal passato sovietico – il celebre Za mir (per la pace) dell’era staliniana – e che si riallaccia al mito della Grande guerra patriottica contro la Germania nazista, sul quale Vladimir Putin ha costruito una parte significativa dell’identità della Russia postsovietica.
Chi sta vincendo la guerra informativa?
La guerra informativa della Russia, in sintesi, ha avuto e ha come colonne portanti la pubblicizzazione della propria narrativa sui fatti bellici, il trascinamento della propria opinione pubblica attraverso l’utilizzazione della “Z”, divenuta il simbolo della cosiddetta operazione militare speciale – venendo dipinta sui carri armati, sui palazzi e sulle strade, venendo stampata nelle magliette e nelle felpe e apparendo persino nei video propagandistici del governo –, e l’utilizzo dell’IRA per demonizzare gli ucraini, a fasi alterne dipinti come nazisti e omosessuali.
Con l’esclusione del mondo occidentale, dove la collaborazione tra governi, stampa e piattaforme sociali, da Facebook a TikTok, ha ridotto al minimo il potenziale della guerra informativa, analisi basate sull’intelligence delle fonti aperte (OSINT) hanno catturato una tendenza interessante: la narrativa russa ha trovato terreno fertile e riscosso consenso in Latinoamerica, Africa subsahariana e Asia, ovvero in (quasi) tre quarti del mondo. È solo in Occidente, in pratica, che la narrativa ucraina sembra aver egemonizzato il panorama pubblico e alimentato estese simpatie verso la causa di Zelenskij.
Debole in Occidente, ma forte in gran parte del pianeta, la strategia informativa russa potrebbe condurre a esiti sorprendenti nel dopoguerra – perché l’ingegneria del consenso non è mai fine a se stessa, in quanto funzionale alla costruzione e/o al consolidamento di relazioni interstatali. Qualcosa su cui riflettere: la guerra informativa russa ha perso, sì, ma solo in un piccolo giardino, l’Occidente, che non rappresenta il mondo intero. Un’ulteriore prova della natura paradigmatica di questa guerra: spartiacque di questa parte di XXI secolo e catalizzatrice di una nuova globalizzazione, compartimentata e a più velocità, all’interno della quale l’Occidente non sarà che una delle diverse polarità esistenti.