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Gli antichi romani credevano che il destino degli uomini fosse nascosto nel loro nome. Una convinzione condensata in una locuzione che ha resistito all’erosione del tempo e al passare delle epoche: nomen omen, il nome è un presagio. Una legge, più che una convinzione, avvalorata dalla storia.

Se è vero che il nome è destino, come credevano i figli della Lupa, allora è noiosamente prevedibile, straordinariamente normale, che l’Ucraina sia al centro della storia dalla notte dei tempi. Perché Ucraina significa “terra” nell’ucraino contemporaneo e significava “al confine” nell’antica lingua slava orientale. Ucraina, terra di confine. E terra di confine, punto di intersezione di una miriade di civiltà e imperi, lo è stata veramente: fonte battesimale del Mondo russo, ancestrale dominio dei magiari, provincia della Repubblica delle due nazioni, Mela d’oro della Sublime Porta e, infine, perno della geostrategia per l’Eurasia degli Stati Uniti.

Ucraina, la terra di confine, non è che qui che sarebbe potuta scoppiare la più grave crisi tra Occidente e Oriente del dopo-guerra fredda. E qui, difatti, è scoppiata. Ieri trincea delle guerre russo-turche, cominciate sul fiume Kalka, e oggi arena del confronto russo-americano, iniziato in Majdan Nezaležnosti.

Ucraina, terra di confine e, dunque, punto di un bivio naturale: teatro di ineludibile scontro o luogo di possibile incontro. Scontro dalle inevitabili ripercussioni globali, come in Crimea nel 1853, come Euromaidan nel 2014 e come nel 2022. Incontro dalle irradiazioni altrettanto globali, come dimostrato dalla Conferenza di Jalta del 1945. Ed è proprio con lo sguardo e il pensiero rivolti a Jalta che Vladimir Putin, il 19 giugno 2020, lanciò una proposta che avrebbe potuto evitare lo scoppio della guerra in Ucraina.



La seconda Jalta mai compiuta

Il 19 giugno 2020, riflettendo sulle cause e sull’esito della Seconda guerra mondiale, Vladimir Putin pubblicava un lungo articolo dal titolo eloquente: “La responsabilità condivisa nei confronti della storia e del nostro futuro”. Un articolo ricco di messaggi, a volte espliciti e altre volte subliminali, che avevamo analizzato, decifrato e interpretato per i nostri lettori.

Conclusione della decrittazione fu la seguente: trattavasi di un invito e di un ultimatum allo stesso tempo. Un invito a riscoprire lo spirito di Jalta, a ponderare un ritorno all’epoca delle sfere di influenza e delle linee rosse. Un ultimatum volto ad evitare l’aggravamento della competizione tra grandi potenze. In entrambi i casi, sia come monito sia come ultimatum, il messaggio era stato indirizzato ad un recapito ben preciso: l’Occidente a guida statunitense.

Il mondo era stato sconvolto dalla pandemia di COVID19, tra i blocchi era un crescendo di tensioni e incomunicabilità, e il capo del Cremlino aveva intravisto in una nuova Jalta, in un incontro multi tematico tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una possibile soluzione ai grandi problemi dell’attualità: le convulsioni del decadente sistema unipolare, il disordine diffuso dall’emergenza sanitaria globale, la necessità di riscrivere (superare?) l’ordine liberale.



Jalta avrebbe dovuto essere il punto di riferimento dell’Incontro dei Cinque. Perché lì, nelle stanze del sontuoso Palazzo di Livadija, “Stalin, Roosevelt e Churchill, pur rappresentando dei Paesi con ideologie, aspirazioni nazionali, interessi e culture differenti, dimostrarono una grande volontà politica […] mettendo i reali interessi della pace al primo posto […] e raggiungendo un accordo, ottenendo una soluzione, dal quale trasse beneficio l’intera umanità”.

La nuova Jalta, da interpretare più come una sorta di Vienna 1815 che come una volontà anacronistica di (ri)spartire l’Europa, avrebbe dovuto fungere da piattaforma presso la quale “discutere i passi [da fare] per lo sviluppo di principi collettivi negli affari mondiali […] su argomenti come la preservazione della pace, il rafforzamento della sicurezza regionale e globale, il controllo degli armamenti strategici, gli sforzi congiunti nel contrastare il terrorismo, l’estremismo e altre grandi sfide e minacce”.

L’iniziativa di riconciliazione globale, secondo quanto dichiarato da Putin, era stata accolta con interesse da ognuno dei potenziali invitati. Eppure, nonostante il clima di apparente distensione – emblematizzato dal concomitante lancio di un altro forum multilaterale mai materializzatosi, il trumpiano G11 (G7 più Russia, India, Australia, Corea del Sud) –, nessun risultato tangibile fu raggiunto. Neanche la bilaterale Putin-Biden del giugno 2021, allestita allo scopo di discutere le rispettive linee rosse, fu seguita da un allentamento della tensione tra i blocchi. E due anni dopo la proposta di una seconda Jalta, la notte del 24 febbraio 2022, l’Ucraina è tornata al centro del mondo, ma non come avrebbe voluto la Russia.



Da Jalta ’45 a Berlino ’48

Putin è stato alla ricerca di una seconda Jalta, e ha creduto che fosse possibile realizzarla, sino alla notte del 24 febbraio, quando, dinanzi allo stallo delle trattative sulle cosiddette garanzie di sicurezza, è caduto nella tagliola dell’amministrazione Biden. E l’Ucraina, da momento-opportunità di dare stabilità ad una competizione egemonica crescentemente distruttiva, è divenuta trincea di una guerra per procura degli Stati Uniti verso la Russia.

Un momento del vertice di Yalta con Stalin, Roosvelt e Churchill ( ANSA/ARCHIVIO/JOE O’DONNELL/DRN)

L’errore di calcolo è costato caro a Putin, che ha consegnato agli Stati Uniti il primo tempo della partita per la transizione multipolare. Il capo del Cremlino cercava una nuova Jalta, ha avuto un secondo ponte aereo per Berlino, questa volta diretto, però, verso Kiev. Un bellum omnium contra unum. Una guerra senza limiti trainata da un’Alleanza Atlantica, un tempo cerebralmente morta, rivitalizzata dall’aggressione all’Ucraina.



Dei margini per la materializzazione di una seconda Jalta sussistevano, pur essendo flebili, ma la vittoria nelle stanze dei bottoni a stelle e strisce del partito del duplice contenimento – cioè del contrasto simultaneo di Russia e Cina – su quello della diplomazia triangolare al rovescio – l’impiego della Russia contro la Cina – ha fatto naufragare il progetto. E l’esito è stato lo scoppio della guerra in Ucraina, dove gli Stati Uniti, seppellita l’idea di una nuova Jalta, confidano di impantanare mortalmente la Russia – con lo sguardo alle presidenziali del 2024 – in maniera tale da potersi dedicare totalmente alla vera sfida sistemica di questo secolo: il rinato Impero celeste.

La nuova Jalta non poteva funzionare perché non può esserci intesa tra il Secolo americano, iconica espressione della talassocrazia delle sorelle dell’Anglosfera, e il Revisionismo delle rancorose tellurocrazie dell’Eurasia in catene, trainato dall’asse Mosca-Pechino e seguito pavidamente dall’asse Parigi-Berlino. Un redde rationem era inevitabile. La fase delle periferie al centro ne era stato il preludio. E nell’attesa che cominci il secondo tempo, che sarà focalizzato sul contenimento avanzato della Cina – che gli Stati Uniti sperano di isolare e vorrebbero trarre in inganno in scenari ucraini per testarne le capacità –, Biden ringrazia Putin: sulle ceneri della nuova Jalta è stato costruito un nuovo ponte aereo per Berlino, diretto a Kiev contro Mosca ma con destinazione finale Pechino.

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