Dopo tanto tergiversare, si è finalmente sciolto il nodo del summit di Istanbul: Putin ha evitato di andarci, nonostante l’insistenza di Zelensky su un faccia a faccia, inviando però una delegazione guidata da Vladimir Medinsky, a capo della delegazione russa anche al tempo dei primi negoziati con l’Ucraina, svolti tra l’aprile e gli inizi di maggio del ’22 e fatti saltare dall’Occidente al momento della firma.

Col passare del tempo era alquanto ovvio che andasse così, dal momento che un faccia a faccia tra Putin e Zelensky, quando ancora le trattative russo-ucraine non sono ancora iniziate, non avrebbe prodotto nulla. Anzi, probabilmente si sarebbe ripetuto quanto avvenuto alla Casa Bianca quando il presidente ucraino ha deliberatamente fatto irritare Trump per ostentare al mondo la sua condiscendenza ai desiderata russi.
Solo che Trump è il presidente degli Stati Uniti e Zelensky è stato costretto a più miti consigli, mentre con Putin la storia sarebbe stata diversa. L’idea, peraltro di fatto annunciata, era quella di far vedere al mondo che lo zar non vuole la pace e dimostrare che era in grado di tenergli testa.
Anzi, in realtà, l’intento del presidente ucraino era ancora più nefasto. Aveva infatti dichiarato che se Putin si fosse rifiutato di incontrarlo a Istanbul, come era ovvio che accadesse a meno di svolte improvvise, sarebbe saltato tutto, avendo detto che non vedeva “nessun motivo” per inviare una delegazione. Un tentativo di sabotaggio bello e buono di un summit che potrebbe aprire la via a trattative reali, data anche la presenza di mediatori americani di alto profilo come l’inviato di Trump Steve Witkoff e il Segretario di Stato Marco Rubio.

Per fortuna, come ha scritto il Washington Post (rilanciato da Strana), gli sponsor occidentali di Zelensky, anzitutto gli Stati Uniti, lo hanno convinto a non annullare l’incontro tra le parti (mentre scriviamo, resta ancora incerta la sua presenza ai negoziati: per ora ha solo parlato con Erdogan).
Un incontro tra Putin e Zelensky, semmai ci sarà, avverrà solo al momento di una firma importante, una tregua o un accordo conclusivo, quando tutti i dettagli dell’eventuale intesa siano stati chiariti, come accade per ogni negoziato che si rispetti e che anteponga la saggezza della diplomazia alle ragioni dello show.
D’altronde, Zelensky ha sempre anteposto le seconde alla prima, come ha annotato Alex Vershinin su Responsible Statecraft in un articolo molto documentato nel quale spiega come il presidente ucraino abbia mandato allo sbaraglio i suoi soldati (Kursk) o difeso allo stremo città indifendibili (Bakhmut), solo per motivi propagandistici, provocando vittime inutili al suo esercito, che ora è ridotto allo stremo e rischia il collasso.
Ciò perché la guerra ucraina, dopo la fase iniziale (tutta ancora da spiegare), è diventata guerra di logoramento, con i russi che hanno decimato l’esercito ucraino grazie alla loro potenza di fuoco e a una manodopera molto maggiore e molto più addestrata.
Su quest’ultimo punto, Vershinin fa notare che mentre i soldati di leva russi vanno al fronte dopo un duro addestramento, Kiev vi invia coscritti presi per strada che sanno appena brandire un fucile. Questo, unito alla migliore capacità dei russi di gestire i reparti, ad esempio affiancando soldati esperti a meno esperti, è stato uno dei fattori principali della debacle ucraina.
Tale differenza di preparazione e di organizzazione, unite alla maggiore potenza di fuoco e alle risorse di cui poteva disporre Mosca (non solo in ambito militare), ha fatto dei soldati ucraini delle vittime sacrificali, tanto che, come ha fatto notare l’ex marine statunitense Troy Offenbecker, che ha combattuto con gli ucraini, “l’aspettativa di vita media di un soldato ucraino è scesa a circa quattro ore”.
Ormai anche gli arsenali dei Paesi Nato sono esauriti, aggiunge Vershinin, compresi i missili a lungo raggio con i quali Kiev sperava di ribaltare le sorti del conflitto tormentando Mosca per costringerla alla resa (lampante l’analogia con le V2 tedesche). Restano solo i Taurus della Germania, ma resta “improbabile che questi abbiano un impatto laddove gli Storm Shadows hanno fallito”.
Come spiega Vershinin, in una guerra di logoramento come questa, la conquista del “territorio è molto meno importante. I combattimenti si concentrano spesso sullo stesso tratto di terreno, con pochi spostamenti, finché una delle due parti non è più in grado di sostenere il conflitto. La guerra civile spagnola e la Prima guerra mondiale ne sono un esempio lampante. Queste guerre sono state per lo più stazionarie fino all’ultimo momento, quando una delle due parti ha capitolato. La guerra in Ucraina segue la stessa traiettoria“.
Da qui la necessità per Kiev di un cessate il fuoco che gli consenta di prendere respiro. Tale la richiesta incessante di Zelensky e dei suoi sponsor occidentali. Ma la Russia non vuole una tregua che sia prodromica a una ripresa del conflitto, come accadde nella prima guerra del Donbass.
Vuole una pace duratura, che Zelensky, obbedendo ai volenterosi leader europei piuttosto che agli Usa, non vogliono, perché la guerra fino all’ultimo ucraino deve proseguire per tenere la Russia impelagata in tale criticità. Tale la logica delle guerre infinte, alla quale il presidente ucraino si è consegnato a detrimento della sua nazione, destinata a sparire se Zelensky persevererà in tale postura.
Ad oggi le richieste russe sono chiare, le più importanti delle quali sono mantenere il controllo dei territori conquistati, evitare l’adesione di Kiev alla Nato e porre limiti alla militarizzazione dell’Ucraina. Se Kiev non accetterà, la guerra proseguirà e se “l’Ucraina dovesse collassare, l’esercito russo avanzerà, spingendo la linea di contatto più in profondità e le condizioni [imposte dai russi] potrebbero peggiorare”. Mosca potrebbe cioè annettere l’intera Novorossiya, compresa Odessa.
“Ciò ridurrebbe l’Ucraina a uno stato residuo senza sbocco sul mare, ridotta ai territori di Kiev, Černihiv e Leopoli – continua Vershinin – La vera domanda è: l’Ucraina riuscirà a ottenere subito una pace accettabile, seppur amara, oppure continuerà a combattere, rischiando un collasso militare e, in seguito, un diktat russo ben peggiore?”. Ma la vera domanda è un’altra: Zelensky e i suoi sostenitori vogliono una pace duratura?
A stare al teatrino del presidente ucraino, che dice tutto e il contrario di tutto, alternando momenti in cui si dice disposto a trattative reali ad altri in cui si rimangia tutto, ad oggi non sembra che sia così.
Quanto all’assenza di Putin da Istanbul, dove avrebbe potuto incontrare Trump, che ha dato forfait dopo il niet dello zar, potrebbe spiegarsi anche con una scelta precauzionale. Solo una sensazione la nostra, ma resa meno aleatoria dal titolo di un’odierna pubblicazione britannica: “Putin è stato definito dagli esperti un ‘morto che cammina’”.


