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La pace in Ucraina appare l’obiettivo di una lunga marcia politico-diplomatica, e chi la vorrà percorrere dovrà attraversare strettoie e terreni sconnessi legati alle complicazioni strategiche di un conflitto che dura da oltre tre anni.

Ottimismo della volontà, pessimismo della ragione

Il dato di fatto di partenza della fase critica del confronto tra Russia e Ucraina è chiaro: gli Stati Uniti considerano compiuta la loro missione di mediatori indiretti e intendono spingere Mosca e Kiev a parlarsi. Ritengono di aver garantito a sufficienza la sicurezza dell’Ucraina con l’accordo bilaterale sui minerali critici e le prime forniture militari dell’era di Donald Trump, comprese le batterie antiaeree Patriot, ma anche di aver usato il guanto di velluto con la Russia riammettendola a trattare con Washington senza preclusioni.

Il Dipartimento di Stato nella giornata di venerdì ha riaffermato questa linea: tocca a Mosca e Kiev parlarsi. Lo stesso giorno il vicepresidente J.D. Vance notava che “la guerra può durare ancora a lungo”. Infine, Trump parlando in un’intervista alla Nbc nella giornata di domenica ha detto che probabilmente “c’è troppo odio tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky” e dunque che la pace resta un obiettivo complesso e lontano. Possono sembrare parole di sfiducia, e in un certo senso mostrano la difficoltà della partita. Ma al contempo sottendono un approccio realistico: la pace si fa tra nemici, non tra i mediatori e i loro interlocutori. E senza un dialogo franco e costruttivo tra Russia e Ucraina, semplicemente, la guerra non finirà.

L’ora delle trattative dirette tra Russia e Ucraina

Washington, la cui posizione ufficiale offre il sostegno a un cessate il fuoco permanente per avviare le trattative, dà il suo endorsement ai tempi lunghi della diplomazia. Zelensky spinge per almeno 30 giorni di pausa dei combattimenti su tutto il fronte per avviare le trattative. Potranno essere uno stimolo al loro sdoganamento le 72 ore di tregua proposte da Mosca per proteggere i festeggiamenti per la Parata della Vittoria del 9 maggio, in cui a fianco di Putin arriveranno leader come il presidente brasiliano Lula e il leader cinese Xi Jinping? Parliamo della possibile tregua più lunga dal 24 febbraio 2022 e, potenzialmente, dell’occasione per far parlare la politica prima ancora che le armi.

Finora, i colloqui Russia-Ucraina sono sempre stati mediati da terzi. Nel 2022 prima il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, poi il premier israeliano Naftali Bennett e infine Recep Tayyip Erdogan provarono a muoversi nella direzione della mediazione. Solo Erdogan riuscì a strappare dei risultati, con l’accordo sul transito di grano nel Mar Nero garantito da Turchia e Nazioni Unite.

Nel 2023-2024 furono molte le iniziative politiche messe in campo, con Paesi come Cina, Brasile, Indonesia e Arabia Saudita che hanno promosso proposte di pace, il Qatar che ha mediato diversi scambi di prigionieri e il Vaticano, tramite l’inviato speciale cardinale Matteo Zuppi, che ha concesso a centinaia di bambini ucraini rapiti alle famiglie nei territori occupati dai russi di tornare in patria. Infine, nel 2025 Donald Trump ha promosso i più intensi ed energici negoziati. Ora la palla passa a Mosca e Kiev: hanno davvero l’interesse a chiudere la guerra in tempi brevi? O mirano piuttosto a cercare un vantaggio strategico rispetto all’attuale situazione sul terreno? La sensazione è che, se diplomazia sarà, andrà di pari passo con manovre militari volte a stabilizzare il fronte.

Putin e Zelensky guardano alla campagna d’estate

La Russia potrebbe cercare un’ultima spinta offensiva per occupare Pokrovsk e investire Kramatorsk, mirando alle ultime due piazzeforti la cui caduta consentirebbe a Mosca di dichiarare conclusa vittoriosamente la campagna del Donbass. L’avanzata nell’oblast di Donetsk è graduale e lenta dal luglio 2024, dunque è da pensare che, nella condizione ottimale per i russi, ci vorranno settimane per chiari risultati in materia. Zelensky, invece, intende mostrare la volontà ucraina di resistere e puntare sui nuovi aiuti militari, soprattutto europei, per stabilizzare il fronte e imporre un non plus ultra ai russi.

Sia Putin che l’omologo ucraino hanno interesse a sfruttare l’attuale fase di combattimenti per avvantaggiarsi. Washington ha spinto per colloqui diretti perché si è trovata nella difficile situazione di mediatrice più attiva sulla fine di una guerra rispetto ai belligeranti. Il sentiero è stretto e solo Putin e Zelensky decideranno quando percorrerlo. Ma anche se la voce della diplomazia dovesse iniziare a farsi sentire, nel breve periodo sarà complementare, e non alternativa, al clangore delle armi. Le quali decideranno lo status quo da cui si potrà, in futuro, negoziare concretamente.

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