Proprio ieri, 24 febbraio, si è ricordato l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Sono quindi ormai 4 anni di combattimenti che ci offrono vari spunti di riflessione a livello politico e strategico.
Il primo punto che va indubbiamente ricordato per capire le ragioni profonde del conflitto e non solo quelle più recenti è sottolineare che sulle responsabilità russe nell’invasione non vi possono essere dubbi, ma che le frizioni tra Stati Uniti e Russia (perché è questo il livello di analisi da prendere in considerazione per comprendere il conflitto) sulla questione dell’Ucraina hanno radici ben più lontane e profonde. Trovano, infatti, origine nella fine della guerra fredda e nell’ampliamento verso Est della NATO e quindi dell’influenza americana in una zona ritenuta da Mosca di propria pertinenza geopolitica.
L’avvertimento (inascoltato) di George Kennan
Già negli anni Novanta uno dei massimi esponenti della diplomazia americana e l’ideatore della dottrina del containment contro l’Unione Sovietica all’inizio della contrapposizione trai blocchi, George Kennan, avvisava del rischio che l’espansione verso Est della NATO avrebbe potuto portare a un conflitto con Mosca. In quegli stessi anni ,nel libro La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, l’autore, Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981, sosteneva apertamente la necessità di sganciare Kiev da Mosca per togliere a quest’ultima profondità geopolitica e indebolirla sensibilmente. Si registrano poi nel primo decennio del nuovo millennio altre avvisaglie di crisi, fino ad arrivare all’invasione della Crimea, a seguito di una campagna di political warfare orchestrata da Washington in Ucraina, nel 2014. Se non si capisce il contesto, qui brevemente tratteggiato, della guerra è difficile comprendere le dinamiche attuali.
Se dal livello più di politica internazionale scendiamo verso il tema della guerra guerreggiata, un secondo elemento che emerge più che evidente è il tema della cosiddetta guerra ibrida, che si è dimostrata una chiave di lettura delle intenzioni e delle capacità belliche di Mosca del tutto inadeguata. A partire dal 2014 NATO e UE iniziarono a impiegare il termine guerra ibrida per descrivere la strategia di Mosca ma già all’epoca tale uso poneva seri dubbi dal punto di vista metodologico e analitico.
“Guerra ibrida”, un termine inadatto
Primo, il termine era già in uso tra gli esperti di studi strategici ma indicava una situazione ben diversa, ovvero lo sviluppo moderno delle capacità operative di gruppi irregolari come Hezbollah. Era quindi del tutto inadatto e non contestualizzato per descrivere un attore statuale dotato per di più del maggiore arsenale nucleare al mondo. Secondo, nell’accezione adottata da NATO e UE il termine non è mai stato definito in modo preciso ma era un insieme di vari aspetti, dalla propaganda al supporto di attori non statuali, dall’aiuto economico alle pressioni economiche contro gli avversari e via discorrendo. Tali elementi sono stati indubbiamente impiegati dal Cremlino ma di certo non distinguono in alcun modo la normale prassi politica internazionale di tutti gli attori (la propaganda americana in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003 o quella dell’UE che abbiamo notato in questi anni, tanto per citare esempi evidenti ed eclatanti) da quella russa.
In realtà, la guerra in Ucraina ha mostrato in modo più che evidente come la guerra sia primariamente l’atto di combattere. La Russia, quando ha deciso di invadere, lo ha fatto combattendo, certo a supporto di quelle azioni se ne contavano altre come propaganda, attacchi cyber o impiego di infiltrati tipici del dibattito sul concetto di hybrid warfare, ma che erano appunto a supporto, non rappresentavano l’essenza dell’attacco che si stava realizzando. In tale contesto, poi, l’attuale conflitto ha fatto riemergere due temi centrali per comprendere la guerra, ma che il pensiero strategico occidentale degli ultimi decenni aveva accantonato, sperando che la moderna tecnologia potesse risolvere problemi insiti alla natura stessa del fenomeno bellico: ovvero massa e attrito.
L’attuale dibattito sul riarmo italiano ed europeo è figlio di tali constatazioni, che mettono in luce come con una grande potenza di fuoco e l’enorme capacità di osservazione (sintetizzata nel concetto di campo di battaglia trasparente) offerta da satelliti, droni e vari componenti di ascolto (delle comunicazioni, dei segnali di vario tipo), chi combatte si trova costretto a dover sopperire a perdite importanti che devono essere ripianate in tempi brevi.
L’idea di vincere con l’impiego di precisi colpi portati a distanza con armi di precisione aveva già mostrato tutti i suoi limiti nei bombardamenti NATO sui Balcani negli anni Novanta e nell’operazione Iraqi Freedom nel 2003 e li ha confermati in Ucraina, dove però è emersa anche la problematica dei costi. Infatti, creare un arsenale basato su quella tipologia di arma presenta costi economici enormi, senza dimenticare che sono armi complesse con componentistica elettronica avanzata che non può essere prodotta rapidamente.
La questione droni
Chiudiamo questa riflessione sulla questione droni. Indubbiamente la guerra in Ucraina è stata la prima dove i droni hanno giocato un ruolo così marcato e onnipresente, tuttavia già le esperienze contro lo Stato islamico avevano mostrato chiaramente l’importanza dei droni, che sono impiegati sul campo di battaglia ormai da decenni. Serve quindi meglio riflettere su tale aspetto perché se da un lato offrono la capacità di osservare costantemente il campo di battaglia, sono anche soggetti a interferenze di guerra elettronica e condizioni climatiche. Di conseguenza, possiamo dire che rappresentano indubbiamente uno strumento essenziale, ma non possono essere in alcun modo considerati il fulcro del riarmo.

