A fare da sfondo alla morte tragica di Viktoriia Roshchyna, lungamente detenuta dai russi e poi restituita cadavere, c’è il problema su cui la giornalista ucraina stava indagando, ovvero il sequestro, la detenzione e le eventuali torture di migliaia di civili ucraini residenti nelle regioni occupate dalle truppe di Mosca. Il presidente Zelensky ha inserito la loro liberazione tra le condizioni ineludibili per iniziare un negoziato con la controparte russa. E non dimentichiamo che dal 17 marzo del 2023 Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova (Commissario per i diritti dei bambini presso l’Ufficio del Presidente della Federazione Russa) sono inseguiti da un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale che li accusa di deportazione illegale di popolazione e di trasferimento illegale di popolazione, in particolare bambini, dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa, crimini di guerra in base agli articoli 8(2)(a)(vii) e 8(2)(b)(viii) dello Statuto di Roma.
Il tema, come si può facilmente intuire, è delicatissimo. Tocca la politica, le azioni dei reparti militari e, sopra ogni cosa, il dolore di popolazioni che da più di tre anni sopportano violenze estreme e dolori inimmaginabili. E, anche, investe le strumentalizzazioni della propaganda, che in guerra sono un’arma non meno importante di altre. Partiamo dal fondo, cioè dalle accuse contro Putin e la Belova. Secondo Bring Kids Back, l’iniziativa della presidenza ucraina, sono 19.546 i casi di “deportazione illegale” e “trasferimento forzato” di minori ucraini da parte dei russi. 1.293 minori, invece, sarebbero rientrati in Ucraina dalla “deportazione”, dai “trasferimenti forzati” e dai “territori temporaneamente occupati” dai russi. Il che introduce già un elemento di confusione: deportazione e trasferimenti forzati sono una cosa ben diversa dal passare, per esempio, da Mariupol’ controllata dai russi a una zona controllata dagli ucraini. E infatti le storie raccontate nel sito di Bring Kids Back riguardano tutte minori che si sono trovati, al momento dell’invasione russa, in città o aree dell’Ucraina toccate dalla guerra e poi occupate dai russi. Il che non rende le loro storie meno drammatiche, né minori le responsabilità dei russi per le violenze inflitte, ma la parola “deportazione” indica ben altro. Quindi: stiamo parlando di 19.546 minori deportati dai russi o di 19.546 minori costretti a vivere sotto il controllo russo, magari in Ucraina?
Le ricerche dell’Università di Yale
Lasciamo ovviamente perdere, perché sia chiaro fin da subito che questo articolo non ha alcun intento giustificazionistico, le affermazioni della Lvova-Belova, che non ha mai nascosto la propria attività, anzi, l’ha esaltata, dicendo di aver “salvato” (cioè portato dalle zone di guerra a zone sicure) addirittura più di 700 mila minori, cifra che ovviamente non ha alcun senso concreto visto che al momento dell’invasione le regioni di Donetsk e Luhansk avevano complessivamente 4,5 milioni di abitanti, subito ridottisi a causa degli spostamenti di coloro che o sono andati in Russia o sono fuggiti verso Ovest. Tanto contenta e convinta di sé, la Lvova-Belova, da adottare uno dei bambini arrivati dall’Ucraina che, nel racconto ufficiale russo, sono (sarebbero) tutti ex ospiti di orfanotrofi, centri per ragazzi disagiati o semplicemente membri di famiglie a rischio.
Ad aver indagato con metodo su questo problema sono stati i ricercatori dell’Università americana di Yale, che hanno prodotto diversi interessanti rapporti. In uno dei più completi e recenti, che risale al dicembre del 2024 (quattro mesi fa), i ricercatori dicono di aver individuato “con un alto grado di credibilità” 314 minori portati dall’Ucraina in Russia, per poi essere distribuiti in 53 centri di ricovero in 21 regioni diverse, allo scopo finale di farli adottare da famiglie russe, con una procedura adottiva semplificata a partire appunto dal 2022. Lo scopo, tra l’altro, sarebbe di indottrinarli in senso nazionalista russo. di trasformarli, insomma, in tanti piccoli fanatici putiniani. Un altro rapporto di Yale (dicembre 2023) è dedicato alla Bielorussiaa che, complice della Russia, avrebbe “accolto” almeno 2.442 minori ucraini, per distribuirli in 13 centri d’accoglienza sparsi per il Paese. E anche qui il quadro sarebbe lo stesso: rieducazione per i piccoli, addestramento militare per i più grandicelli. Ma come si vede, siamo su cifre assai più ridotte. E francamente, diventa difficile non chiedersi perché Putin senta la necessità di deportare qualche migliaio di ragazzi ucraini per indottrinarli, avendo già un milione e mezzo di ucraini in Russia. Alcuni dei quali, come sappiamo, di tanto in tanto gli fanno pure saltare in aria qualche generale.
Il Viktoriia Project
Siamo arrivati fin qui per tornare alla storia tragica di Viktoriia Roshchyna, la giornalista ucraina morte durante la detenzione in un carcere russo, con ogni probabilità quello di Taganrog, una città a un centinaio di chilometri in linea d’aria da Mariupol’. Ne scrive Roberto Vivaldelli in un’altra pagina. Ci interessa la sua indagine, rivolta (e non era la prima volta) ai civili ucraini detenuti (e secondo molte testimonianze torturati) in prigioni spesso improvvisate in garage, scuole o caserme dai russi (a volte militari, a volte agenti dell’Fsb) nelle zone dell’Ucraina da loro controllate.
La morte crudele della Roshchyna ha spinto un network di siti e giornali (45 giornalisti e 13 testate) a varare il Viktoriia Project, per continuare l’indagine da lei iniziata. Per questo noterete di colpo molto trattato, in Paesi diversi, il tema di cui sopra. Anche in questo caso c’è una cifra che è frutto di una stima ma che è diventata in qualche modo il dato da cui partire: tra 16.000 e 20.000. Tanti sarebbero i civili ucraini detenuti e torturati dai russi nei territori occupati. È possibile che ciò sia avvenuto o avvenga? Sì, è possibile. È avvenuto e avviene in tutte le guerre. Ed è peraltro la stessa cosa di cui, a ragione o no, i russi accusano gli ucraini a proposito della loro occupazione della regione russa di Kursk, durata meno di un anno.
I numeri però contano. Oltre certe dimensioni dimostrano (dimostrerebbero) una violenza programmata e sistematica sulla popolazione civile, più che una carica di violenza improvvisata e in gran parte generata dalla guerra stessa. I giornalisti del Viktoriia Project hanno indubbiamente raccolto molte testimonianze che farebbero propendere per la prima e peggiore ipotesi. Forse troppe? Come hanno fatto dei giornalisti occidentali a rintracciare tante persone che, pur avendo subito il carcere e la tortura dai russi, ed essendo presumibilmente tracciate e controllate, hanno ora la voglia e il coraggio di confessarsi a uno sconosciuto arrivato chissà come fin lì. E se non sono state raccolte così, quelle testimonianze, da dove vengono? Comunque sia, alcuni fatti sono certi: la Roshchyna è morta nelle mani dei russi; le carceri esistono (i garage di Mariupol’, il centro di detenzione di Taganrog…); le testimonianze non mancano.
C’è comunque un punto di contatto tra le due storie, tra l’incriminazione di Putin e la morte della Roshchyna, e l’improvvisa attenzione dei media verso il problema dei civili ucraini nelle zone controllate dai russi. Nel marzo di quest’anno, pochi giorni dopo che il corpo della giornalista ucraina era stato restituito dai russi, 45 Paesi dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) hanno chiesto di attivare il Meccanismo di Mosca per “verificare possibili casi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, associati o derivanti dalla privazione arbitraria della libertà di civili ucraini da parte della Federazione Russa”. La lista dei 45 Paesi è perfettamente sovrapponibile alla lista dei Paesi che formano la Coalizione per il ritorno dei bambini ucraini, presieduta dai Governi di Canada e Ucraina, che sostiene il progetto Bring Kids Back della presidenza ucraina.
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