Ieri Putin ha annunciato un cessate il fuoco per la Pasqua ortodossa che cade domenica prossima e Zelensky ha affermato che l’Ucraina farà altrettanto. È forse la prima volta dall’inizio del conflitto che si registra una tale concordanza, anche nei toni, con Zelensky che ha evitato le usuali esternazioni fuori registro. La tregua pasquale dovrebbe durare dalle 16 dell’11 aprile fino al tardo pomeriggio del 12 aprile.
Una cosa in sé minima, ma che nel contesto del conflitto ucraino ha una certa rilevanza, anche perché, secondo la ricostruzione di Strana, l’annuncio di Putin sarebbe arrivato in risposta a una sollecitazione ucraina, avvenuta il 6 aprile, nella quale si chiedeva la fine degli attacchi agli impianti energetici dei rispettivi Paesi, proposta che nasceva dalle pressioni di alcuni alleati di Kiev allarmati per la crisi energetica generata dalla guerra all’Iran.

In questi giorni anche lo scambio delle salme dei soldati defunti: 41 russi per 1000 ucraini. Un divario impressionante che racconta più di tante menate propagandistiche la realtà del teatro di guerra.
Certo, per i russi è più facile recuperare le salme dei propri soldati, dal momento che avanzano, mentre molte di quelle degli ucraini restano sul territorio occupato dal nemico, dinamica che impedisce di trarre indicazioni certe da tale divario.
Ma la sperequazione è talmente ampia che non lascia spazio a dubbi sul fatto che le vittime ucraine siano molto maggiori di quelle nemiche, smentendo nei fatti le cifre sbandierate dalla propaganda occidentale sulle catastrofiche perdite russe, mirate a magnificare la macchina bellica di Kiev e a prospettare illusorie vittorie su Mosca.
Se indugiamo in questa funerea analisi, che nulla vuol togliere al rispetto dovuto per i defunti, è soltanto per sottolineare come le menzogne sulle reali perdite ucraine, uno dei segreti meglio custoditi di questa guerra, siano state propalate a piene mani affinché il conflitto prosegua; per evitare, cioè, che il mondo, in particolare l’opinione pubblica occidentale, prenda coscienza della catastrofe in cui è precipitata Kiev e si interpelli sull’ossessione di prolungare ad libitum una guerra persa, che sta devastando in maniera irreparabile una nazione che rischia di sparire dalla carta geografica.
Per la Pasqua ortodossa è possibile che vada a buon fine anche uno scambio di prigionieri, ipotesi alla quale sta lavorando Kyrylo Budanov, a capo dello staff di Zelensky, che a tale scopo ha preso contatti con Mosca. Ma è alquanto ovvio che i contatti con la Russia di Budanov non siano limitati solo a tale scambio.
Va ricordato che la Russia, a fine marzo, aveva proposto alla controparte di ritirarsi dal Donbass entro due mesi, altrimenti avrebbe dovuto affrontare nuove richieste nei colloqui di pace. Possibile che tale scadenza sia anche una deadline prima di un attacco più massivo da parte delle forze armate russe, che si stanno trattenendo dallo scatenare un’offensiva su larga scala nonostante le condizioni atmosferiche, finito il gelo invernale, ne offrano la possibilità.
Da rilevare, infine, che l’appeasement suddetto – ovviamente relativo, dal momento che la guerra non si è affatto fermata – giunge non a caso mentre J. D. Vance visitava l’Ungheria, il Paese che più sta cercando di porre un freno al conflitto, una disposizione che il vicepresidente degli Stati Uniti non ha mancato di elogiare, ribadendo la determinazione dell’amministrazione americana a chiudere la guerra e la delusione per la posizione europea che si contrappone a tale spinta.

Vance si è recato in Ungheria per sostenere la campagna elettorale di Viktor Orbán, che domenica prossima si gioca il suo destino politico, che si intreccia indissolubilmente con quello del conflitto ucraino.
Se perde, la spinta suicida europea volta a proseguire nel suo sostegno acritico all’Ucraina registrerà un rinnovato slancio, prosciugando ancor di più le risorse di un continente già preda di una regressione economica vieppiù aggravata dalla crisi energetica innescata dal sisma mediorientale.
Elezioni cruciali, quindi, quelle ungheresi, nelle quali le élite europee stanno apertamente battagliando contro l’amministrazione Usa. Sarebbe un duello impari se non fosse che a sostegno delle élite suddette ci sono le consorterie americane consegnate alle guerre infinite, che hanno molto più potere dell’Imperatore.
Momento di sospensione, dunque, nel confitto ucraino, che corre in parallelo con l’analogo momentum che si registra in Medio oriente; d’altronde, al netto delle diversità di genesi e sviluppo, si tratta di guerre che corrono in parallelo, incendiando la linea di faglia che segna il limes tra Oriente e Occidente, come si è visto con la discesa in campo di Zelensky a sostegno dell’aggressione israelo-americana contro Teheran (a proposito di aggressori – aggrediti, binomio in voga tra i sostenitori acritici di Kiev).
______________
Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

