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Dall’inizio della guerra in Ucraina, i generali russi uccisi in combattimento dovrebbero essere almeno otto. Per altre fonti internazionali, invece, sarebbero già 15 dall’inizio del conflitto. L’ultimo di questa lista è Vladimir Frolov, vice comandante dell’Ottava armata del distretto meridionale che è stato sepolto a San Pietroburgo dopo essere rimasto ferito sul campo di battaglia. Il condizionale è d’obbligo perché molto spesso è impossibile capire se si tratta di morti accidentali o per mano nemica, e soprattutto quando sono confermate da fonti non solo ucraine ma anche russe. Quello che però è certo, è che il numero degli alti comandanti di Mosca caduti sul suolo ucraino nella cosiddetta “operazione militare speciale” è ben più alto di quanto ci si potesse attendere. Alto non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale, dal momento che il numero di soldati russi utilizzati dall’inizio del conflitto si aggira intorno alle duecentomila unità e il numero degli alti ufficiali al comando di armate e battaglioni dovrebbe essere tra i 40 e i 50. Il rapporto tra generali impiegati e uccisi sul campo, spiega Peter Caddick-Adams, è praticamente identico a quello dei comandanti britannici caduti durante tutta la Prima Guerra Mondiale.

Molti osservatori si interrogano sul motivo di questo numero così elevato di alti ufficiali russi morti sul campo. In molti potrebbero credere che questo sia un risultato abbastanza scontato di una guerra condotta su più fronti e in modo così cruento, eppure la quantità di caduti è qualcosa che non può essere considerato così “fisiologica” all’interno di una forza armata di epoca contemporanea. Il quartier generale viene posto lontano dal tiro dell’artiglieria e da possibili rappresaglie nemiche, il generale (utilizzando il termine in modo non sempre specifico) si trova distante dalla prima linea. Le tecnologie aiutano a evitare di dover controllare da vicino il dispiegamento delle truppe e i movimento. E questo non indica – come si può superficialmente credere – un senso di codardia da parte degli alti ufficiali, ma una logica ferrea della guerra e della catena di comando, specialmente in un’epoca in cui di certo non esiste il rischio di una carica frontale o di un combattimento corpo a corpo. I vertici dovrebbero gestire il più possibile da “remoto”, facendo sì che la catena di comando possa riuscire a eseguire gli ordini senza necessità di una presenza effettiva del generale.

Questa premessa è importante perché ci aiuta a capire un primo problema che potrebbe essere segnalato da questo elenco di generali caduti: l’assenza di una catena di comando adeguata. Qualcuno sospetta che il tema principale sia la sfiducia che si respira tra i diversi gradi gerarchici, soprattutto per la corruzione sistemica che caratterizza, secondo molti analisti, gli apparti militari di Mosca. I vertici non si fiderebbero né dei loro parigrado, né soprattutto di chi deve eseguire sul campo le direttive. E questo costringe gli ufficiali più alti in grado a dover supervisionare in prima linea le manovre. Un’incapacità (o una mancata propensione) alla delega che comporta inevitabilmente un rischio diretto per chi, invece, dovrebbe gestire il tutto da lontano. Problema che, dicono alcuni, corre parallelo a una possibile scarsa qualità degli ufficiali di rango inferiore, che obbligherebbe pertanto i superiori non solo a prendere le decisioni ma anche a disporre direttamente sul campo.

A questa interpretazione si devono aggiungere altre chiavi di lettura su un insieme di caduti che resta comunque un vulnus delle forze armate russe. Una di queste, ad esempio, sottolinea un problema da sempre particolarmente importante in questa guerra che è quello delle comunicazioni. Tanti analisti hanno già avuto modo di evidenziare i pericoli insiti in comunicazioni inefficaci, il più delle volte basate su tecnologie superate e facilmente intercettabili. Motivi per i quali molto spesso verrebbe preferito presentarsi di persona sul luogo in cui deve essere impartito l’ordine invece di inviarlo attraverso canali di cui evidentemente ci si fida poco.

Un altro punto debole dell’esercito russo che potrebbe invece far propendere per mandare i più alti in grado tra i russi in prima linea è il morale delle truppe, che dall’inizio della “operazione militare speciale” appare molto basso. L’inesperienza di tanti militari, unita alla scarsa propensione verso una guerra che non è ritenuto fondamentale e che non accende i cuori dei soldati, comporta che spesso per il generale è necessario presentarsi proprio tra i suoi sottoposto, mettendo però a rischio la sua stessa incolumità.

Se queste sono le possibili cause della presenza degli alti ufficiali, comandanti e generali in prima linea, vi è poi da analizzare il nodo delle uccisioni. È evidente che la ricerca di morti eccellenti possa fare parte di una strategia molto precisa da parte delle truppe ucraine. La morte di un generale comporta un indebolimento della linea di comando, l’interruzione di alcuni processi decisionali e inoltre scoraggia le truppe che si vedono private di un loro comandante. Mentre per le forze di Volodymyr Zelensky, la morte di un alto numero di generali e comandanti più alti in grado serve per mostrare le capacità di intelligence e chirurgiche delle proprie forze. Kiev ha tutto l’interesse a creare questo scenario, a sostenerlo anche dal punto di vista propagandistico, ed è il motivo per il quale potrebbe perseguire questo obiettivo a lungo, andando a uccidere i generali più vicini alla linea del fronte.

Tuttavia, la strategia degli omicidi mirati non è detto che porti i risultati sperati, e cioè la paralisi delle operazioni militari. Innanzitutto perché le forze armate sono costruite in modo che vi sia sempre un successore in caso di scomparsa del capo, cosa che quindi si realizza anche in Ucraina. Inoltre, il successore potrebbe anche essere peggio del predecessore, comportando quindi un pericolo di sottovalutazione del rischio di un cambio “indotto” con la morte del generale. Del resto, anche la strategia degli omicidi mirati su altri fronti e tra altri Paesi rivali non ha condotto, mote volte, a un blocco dei piani nemici, ma anzi ha addirittura radicalizzato le forze vittime dell’attacco.

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