Trump aveva chiesto a Zelensky di cessare gli attacchi alle raffinerie russe “una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi a causa dell’impennata dei prezzi del gasolio. Ciò che ne è seguito era prevedibile: Zelensky ha esitato; Trump ha concluso l’accordo” con Putin. Così David Ignatius, sul Washington Post, ha ricostruito quanto avvenuto sabato scorso.

Insomma, la decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato. La frustrazione ha spinto il presidente americano a forzare e, per piegare la resistenza di Zelensky, è arrivato a minacciare di cessare di fornire informazioni di intelligence, revoca che metterebbe le forze ucraine ancora più alle corde di quanto non siano.
Stanotte sembra che Kiev non si sia astenuta dall’attaccare le raffinerie, accedendo a più miti consigli. D’altronde, Trump era talmente irritato da arrivare a chiedere le dimissioni di Zelensky. Non per questo i droni ucraini sono rimasti inerti: la Russia ha segnalato uno dei più massivi attacchi di droni di quest’anno sulla capitale.
C’est la guerre, che continua nonostante tutto, con i russi che stanno praticamente demolendo le infrastrutture e la logistica dell’Ucraina pezzo dopo pezzo. Tutti gli analisti concordano nel prevedere un inverno tragico per la popolazione. Continuare a parlare di vittorie ucraine, della necessità di forzare ulteriormente la mano per piegare la Russia equivale a condannare il popolo ucraino a ulteriori, inutili, sofferenze.
Se abbiamo citato il pezzo di Ignatius è perché racconta che nell’incontro di Miami tra gli uomini di Trump e le delegazioni ucraina ed europee, oltre ad annunciare l’iniziativa di un accordo sul gasolio russo, la delegazione americana avrebbe illustrato un piano di pace in quattro punti che i convenuti avrebbero accettato (ci permettiamo il beneficio del dubbio).
Piano semplice, simile ai precedenti (falliti): cessazione delle ostilità all’attuale linea di contatto; ricostruzione dell’Ucraina affidata al Fondo monetario internazionale e a Black Rock (ovvio che a lucrare saranno sempre gli americani); solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina; accordo quadro tra Mosca e Paesi europei per garantire la pace futura, che sarebbe lubrificata dal ritorno del petrolio russo nel Vecchio Continente.
La ricostruzione è affare interno dell’Ucraina, un accordo quadro con l’Europa è quanto chiede la Russia da tempo, quanto alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina in linea teorica non dovrebbero essere un problema per Mosca, a meno che non siano usate strumentalmente (accreditare un attacco ai russi per mettere in moto le garanzie in questione…).
L’unico vero nodo per Mosca sarebbe quello di accettare di non completare la conquista del Donbass, richiesta che in precedenza gli americani avevano accettato e provato a far accogliere a Zelensky – al quale veniva chiesto di far ritirare le forze ucraine dal territorio conteso – incontrando però il netto rifiuto dell’interessato.
Possibile che la nuova opzione sia stata discussa e concordata nell’ambito dei tanti colloqui riservati tra gli inviati russi e i rappresentanti americani, altrimenti non avrebbe senso proporre una pace che Mosca non può accettare. Ma ci sono vari modi per superare eventuali obiezioni, come ad esempio una zona smilitarizzata al confine tra i duellanti, opzione peraltro già dibattuta in precedenza.
Quanto al ritorno del petrolio russo in Europa – “con Ucraina e Russia che si spartirebbero i profitti” annota Ignatius – al di là delle apparenze, sembra una proposta volta a dar concretezza a idee che stanno circolando da tempo, da quando cioè si parla del coinvolgimento di imprenditori americani nell’affare.

I gasdotti verso l’Europa potrebbero essere gestiti da americani e russi, con i ricavi, a stare al pezzo di Ignatius, che andrebbero in parte all’Ucraina. Si potrebbe, cioè, ripetere lo schema venezuelano, con gli investitori americani che hanno preso il controllo (rubato) del petrolio locale promettendo di elargire parte (minimale) dei profitti a Caracas. Nel caso ucraino, la gestione sarebbe condivisa con la Russia.
Abbiamo accennato a come Ignatius abbia scritto con convinzione che le delegazioni europee convenute a Miami avrebbero acconsentito al piano, ma a stare alla reazione all’annuncio di Trump sull’accordo con Putin, il dubbio è più che legittimo. Né sembra che il tempo aiuti il presidente a imporsi sull’Europa, dal momento che i democratici, probabili vincitori delle Midterm, potrebbero spalleggiare le resistenze europee.
Ma si tratta di terra incognita, tanto incognita che Witkoff e Kushner, che dovrebbero far accettare il piano ai duellanti, hanno annullato il loro viaggio a Mosca. Però, un rigurgito di lucidità da parte di qualche Paese europeo è sempre possibile, sempre che le leadership del Vecchio Continente riescano a liberarsi dall’incantesimo guerrafondaio lanciato dalla Gran Bretagna, che risulterebbe l’unica grande sconfitta se tale piano fosse applicato.
Meno interessante la querelle su tregua ed elezioni ucraine avviata da Zelensky, che ha chiesto 60 giorni di cessate il fuoco per indire e svolgere le votazioni. Non gli saranno concessi perché, secondo i russi, sarebbe solo uno stratagemma per strappare quel cessate il fuoco lungo la linea del fronte che chiede da tempo e che, sempre secondo Mosca, richiede solo per ripristinare l’apparato bellico in modo da riprendere il conflitto successivamente. A quanto pare i russi sono disposti ad adire a una tregua nel giorno delle elezioni, cosa peraltro non concessa durante le recenti elezioni russe.
Tante incognite, due sole certezze: la guerra continua e Trump si è definitivamente stancato di Zelensky.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

