Essere alleati della più grande superpotenza nucleare del pianeta ha i suoi vantaggi. Li aveva durante la Guerra fredda e continua ad averli oggi, in un contesto internazionale dove la retorica muscolare della deterrenza nucleare è tornata protagonista. Per il Canada, Paese che condivide la frontiera più lunga del mondo con gli Stati Uniti d’America, sviluppare una politica estera indipendente non è mai stata percepita come un’esigenza reale né impellente. L’ombrello americano offre una sufficiente protezione da qualsiasi (improbabile) minaccia esterna: la posizione strategica del suo territorio, soprannominato a ragione “The Great White North”, ha sempre concesso al Canada, già durante l’epoca del Dominion britannico, l’inconsueto privilegio di trascurare il suo esercito.
Nel corso dei secoli Ottawa, Paese fondatore della Nato nel 1949, è diventata anche più consapevole del suo ruolo non solo all’interno del Patto atlantico, ma soprattutto della sua capacità di proiezione globale. Lo testimoniano gli interventi nei due conflitti mondiali, in Corea, la partecipazione alle due guerre del Golfo, in Jugoslavia e in Afghanistan. Talvolta dando però l’impressione di essere la “ruota di scorta” di Washington, avendo seguito pedissequamente i diktat del governo americano, a prescindere dal colore politico dei suoi governanti.
Oggi a ricoprire la carica di primo ministro è Justin Trudeau, il carismatico premier del Partito Liberale dal 2015. Rieletto tre volte negli ultimi 8 anni, il figlio di Pierre Trudeau ha voluto tracciare un percorso liberal-progressista in patria, vincendo le elezioni nel 2015, nel 2019 e nel 2021. Malgrado alcuni risultati positivi in politica interna, tra cui la bassa disoccupazione e la costante crescita economica, il primo ministro liberale ha accumulato una serie di notevoli insuccessi in politica estera. A metterli a nudo non sono i suoi detrattori, ma Trudeau stesso.
Anche il Canada vittima dei leak del Pentagono
In uno dei numerosi documenti segreti del Pentagono pubblicati su Discord dall’aviere Jack Teixeira, è emerso che il Canada, per parola del suo leader, non potrà rispettare il target Nato del 2% del Pil da destinare alla spesa militare. “Le perduranti carenze nella difesa – si legge nelle carte ottenute dal Washington Post – hanno portato le Forze armate canadesi a valutare, a febbraio scorso, che non avrebbero potuto condurre un’operazione importante (l’aumento del budget militare, ndr) mantenendo contemporaneamente la leadership delle truppe Nato in Lettonia e gli aiuti all’Ucraina”. Promesse quasi impossibili da mantenere, per svariati motivi.
La spesa militare del Canada è in costante declino da 30 anni. L’ultima volta che Ottawa ha devoluto il 2% del suo prodotto interno lordo alle sue forze armate è stata nel 1988. Da allora, il trend si è livellato su valori negativi, nonostante un timido e insignificante incremento dopo il 2014. La conferma che l’esecutivo guidato da Trudeau non avrebbe aumentato il budget dedicato alla Difesa era arrivata il mese scorso con la pubblicazione del report ufficiale del segretario generale della Nato sulla spesa militare degli Stati membri: per il biennio 2022-23 il Canada ha speso solamente l’1,29% del Pil.
La delusione dell’Europa
Una scomoda e inconfessabile verità che generà però sfiducia e preoccupazione, in particolare tra i partner atlantici. La Germania, stando al documento trafugato, sospetta che gli aiuti canadesi all’Ucraina non potranno continuare a lungo. Kiev, finora, ha ricevuto dal Canada materiale bellico e assistenza militare pari a più di un miliardo di dollari, dai missili ai veicoli blindati, fino alle uniformi invernali. Inoltre, insieme al Regno Unito, le Canadian Armed Forces, nel frattempo investite da una sfilza di accuse di molestie sessuali, hanno addestrato circa 36mila soldati ucraini a partire dal 2014. Il piatto forte degli ultimi pacchetti di aiuti è la consegna di 4 carri armati Leopard, inviati anche da Germania, Polonia, Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo. Le condizioni di questi tank (in totale 112 quelli in dotazione alle forze armate canadesi) sarebbero però scadenti, denotando dunque una certa inaffidabilità.
“Richiedono un’ampia manutenzione e sono privi di parti di ricambio”, evidenzia il documento del Pentagono, secondo il quale alla base di questa crisi ci sarebbe una “apatia politica”. “Il sostegno del Canada all’Ucraina è incrollabile”, aveva scritto il ministro della Difesa canadese Anita Anand a febbraio nell’annunciare l’invio dei primi Leopard in Europa. Cosa potrebbe cambiare allora? È un’ammissione di impotenza, quella che ci si attende da Justin Trudeau. Nelle carte classificate gli Usa esprimono un’evidente insoddisfazione per l’impegno annunciato dal Canada di aumentare la presenza militare in Lettonia, dove un anno fa è stata siglata insieme al governo lettone una dichiarazione congiunta che enunciava l’obiettivo di ampliare il personale militare attivo a Riga nei prossimi cinque anni nell’ambito dell’operazione Reassurance.
Anche la Turchia, colpita lo scorso 6 febbraio da un terribile terremoto, ha manifestato la sua “delusione” per il rifiuto del governo canadese di inviare aiuti umanitari nel Paese. “Continuo a dire e dirò sempre che il Canada è un partner affidabile per la Nato, un partner affidabile in tutto il mondo”, ha commentato il premier mercoledì, incalzato dalle domande dei giornalisti. Ma Trudeau, invischiato in diversi scandali in patria, si è trovato in forte imbarazzo anche all’estero.
Lo smacco all’Onu e l’ipocrisia sulle armi ai saudiiti
Nel 2020, il tentativo di creare una coalizione di Stati a sostegno della candidatura del Canada a uno dei seggi temporanei del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è concluso in un gigantesco fallimento, dopo infruttuose telefonate ai capi dei governi di Pakistan, India, Messico, Figi e Macedonia del Nord. Il governo canadese ha speso oltre un milione di dollari per convincere gli altri Paesi a votarlo, addirittura offrendo biglietti gratis ai concerti di Bono Vox e Celine Dion ai diplomatici dell’Onu.
La politica estera di Trudeau ha suscitato anche la frustrazione di 77 agenzie canadesi che si occupano di cooperazione internazionale. In una lettera al ministero delle Finanze, le Ong hanno chiesto più fondi per le missioni umanitarie che vedono Ottawa protagonista nelle aree più calde e problematiche del globo. Il premier-attivista Trudeau ha usato toni forti contro le ingiustizie perpetrate in Iran e in Russia, auspicandosi apertamente in entrambi i casi un regime-change, e denunciando le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita. Eppure, al netto della condanna verbale e della minaccia di interrompere gli accordi in vigore, il suo governo ha rilanciato la vendita di armi a Riad, consapevole della sua centralità nella catena di approvvigionamento di petrolio e nel contrasto dell’influenza iraniana in Medio Oriente, come ha rivelato una recente inchiesta di The Breach. Insomma, Justin Trudeau è un politico fin troppo abituato a tradire la parola data, ai suoi elettori così come agli alleati del suo Paese.