Nel silenzio attonito dei media italiani, come certi politici ormai poco avvezzi a cimentarsi con la realtà, e in nessun caso disponibili ad ammettere che le decisioni con tanto entusiasmo propagandate (mai trattare, sconfiggeremo la Russia sul campo) si stanno trasformando nella tragedia di un popolo, l’Ucraina scivola nelle condizioni peggiori verso la resa dei conti. Nella regione di Donetsk la situazione è critica e le affermazioni del generale Oleksandr Syrsky, comandante delle forze armate ucraine (“A Pokrovsk è tutto sotto controllo”), suonano di giorno in giorno più tristi. Ieri, per dire, i russi hanno approfittato della nebbia che accecava i droni ucraini, per portare in città altre centinaia di soldati. Nella regione di Zaporizhzhia le truppe ucraine sono arretrate e hanno abbandonato diversi insediamenti. E in quella di Khar’kiv la tuta di ponte russa si allarga.
Quel che accade al fronte è terribile. Ma la superiorità russa in termini di uomini (8 contro 1 nell’area di Pokrovsk) e in tutte le categorie degli armamenti (anche nei droni, che all’inizio della guerra furono la grande sorpresa a favore degli ucraini) è ormai soverchiante, e gli ucraini non potrebbero battersi con maggiore coraggio e spirito di sacrificio. Ma è quel che accade nelle retrovie, e soprattutto a Kiev, a dare l’idea di una resistenza sempre più precaria. I due organismi anticorruzione del Paese, l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (NABU), fondato nel 2015 su pressioni del Fondo monetario internazionale, e la Procura specializzata anticorruzione (SAP), fondata poche settimane dopo il NABU, hanno lanciato l’Operazione Midas che ha coinvolto una serie di personaggi eccellenti: Timur Mindich, amico di vecchissima data del presidente Zelensky e suo socio, all’epoca, nella fondazione dello studio di produzione Tv Kvartal 95; Herman Halushchenko, già ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia; Ihor Myroniuk, già consigliere speciale di Halushchenko all’Energia; Dmytro Basov, direttore della sicurezza dell’azienda atomica di Stato Energatom; i fratelli Mykhailo e Oleksandr Tsukerman, affaristi e, a quanto pare, incaricati di riciclare i proventi illeciti (di cui diremo) del gruppo; e altri personaggi minori, tra i quali funzionari e dirigenti del ministero dell’Energia che Halushchenko, prima di passare alla Giustizia, avrebbe cooptato ai suoi fini.
Come funzionava? Semplice: le aziende che volevano vendere beni o servizi a Energoatom dovevano pagare al gruppo una tangente del 10-15%, altrimenti sarebbero state escluse dagli appalti e rimosse dall’elenco dei fornitori. Il tutto per una cifra imprecisata ma che viene valutata in centinaia di milioni di dollari. Che l’Ucraina sia, anche in questo ultimi anni di guerra, un Paese di straordinaria corruzione, persino più della Russia, è una notizia solo per chi non ha voluto sentire o vedere. Ne avevamo già parlato in queste pagine, facendo notare che le più recenti ricerche svolte nel Paese da istituti ucraini (in questo caso il Barometro Socis, vedi grafico sotto) davano come “il problema che influisce più negativamente sull’attuale situazione del Paese” proprio la corruzione con il 50,5% delle risposte, ben sopra la guerra.

In più, alla domanda “di chi è la colpa?”, il 49,2% risponde “il Presidente” e un altro 48,1% risponde “il Parlamento”, dove la maggioranza assoluta dei seggi è detenuta da Servo del Popolo, il partito di Zelensky. Tutto questo dopo che, in luglio, il Parlamento zelenskiano aveva passato una legge che, di fatto, metteva la museruola a NABU e SAP e che Zelensky aveva dapprima rifiutato di bloccare, salvo vedersi poi costretto a intervenire di fronte a massicce proteste di piazza e alle (timide) osservazioni di una costernatissima Ue.
Tutto questo è un po’ didascalico ma poiché i grossi giornali non ne parlano (ieri abbiamo contato Il Fatto, il Manifesto e il Sole 24 ore) tocca fare un po’ di riassunto. Per arrivare all’oggi. Dietro l’Operazione Midas (grande senso dell’umorismo, al NABU: dare alla banda di furfanti il nome del re che trasformava tutto ciò che toccava in oro) non c’è solo lo sforzo di stroncare un’enorme ruberia, particolarmente vergognosa perché condotta ai danni di un settore, quello dell’energia, mai così vitale per gli ucraini nell’inverno più drammatico della loro storia, visto anche l’accanimento russo nel demolirlo con migliaia di droni, missili e bombe. C’è anche un evidente regolamento di conti tra fronti contrapposti, una sfida tra il “partito della guerra” guidato da Zelensky, che sempre più risponde ai suoi sponsor esteri e sempre meno ai cittadini ucraini (a proposito: nelle ultime ricerche il 69% degli ucraini chiede la fine rapida della guerra, anche a costo di trattare con i russi), e chi invece non sopporta più questa impostazione che, oltre a un’infinita serie di sofferenze, comporta lo sciacallaggio di cui abbiamo appena detto e che peraltro preoccupava anche gli americani già ai tempi di Joe Biden, come ha ben raccontato qui Roberto Vivaldelli.
La resistenza fino all’ultimo uomo che Zelensky invoca ogni giorno sembra a molti ormai finalizzata soprattutto a dare all’Europa e alla Nato il tempo per far avanzare i progetti di riarmo. In cambio arrivano armi e quattrini, quelli che garantiscono a Zelensky l’appoggio delle forze armate e degli apparati di sicurezza. Un fronte ancora compatto, grazie soprattutto all’affetto popolare di cui godono i militari, di gran lunga l’istituzione più stimata del Paese. Sull’altro lato della barricata un fronte che cresce, come le iniziative NABU e SAP dimostrano, e che comprende le proteste dei giovani, i preparativi silenziosi ma evidenti di candidati alternativi come l’ex generale Valerij Zaluzhny, le critiche del sindaco di Kiev Vitalyj Klitshko, la nuova leva degli ufficiali temprati dalla guerra ma scettici di fronte alla politica. Un fronte che però, almeno per ora, manca di un leader e di un programma politico preciso, riconoscibile. E, soprattutto, di un sostegno chiaro e concreto dall’estero.
Zelensky passerà oltre questo scandalo, che coinvolge un suo ministro e un suo amico di vecchia data, è facile prevederlo. Non è certo il primo. Anche perché Timur Mindich, il suo socio di Kvartal 95, e i fratelli Tsukerman, i cassieri della banda, sono scappati all’estero appena prima che arrivassero i poliziotti. Come se qualcuno li avesse avvertiti e li avesse aiutati uscire da un Paese da dove, da quasi quattro anni, agli uomini tra i 18 (portati a 22 pochi mesi fa) e i 60 anni è vietato uscire. Buffo, no?
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
