26 nazioni pronte a schierare truppe e forze “in mare, terra e cielo” per garantire una pace che … ancora non c’è. Il summit dei “Volenterosi” di Parigi, convocato su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron, porta un risultato concreto e tre dubbi. Il risultato concreto è l’esistenza di un gruppo di Paesi esplicitamente pronti a schierarsi in una “forza di rassicurazione” per Kiev dopo la fine della guerra con la Russia.
I tre dubbi sono legati al fatto che i Paesi convenuti alla corte di Macron subordinano la costituzione della forza a un cessate il fuoco che ad oggi Mosca non sembra desiderosa di concedere, alla prospettiva realistica di un coinvolgimento statunitense nel consolidare la deterrenza pro-Kiev e nel modus operandi di questa futura struttura di dissuasione: forza autonoma, apparato inquadrato nei comandi euroatlantici o sponda all’esercito ucraino? Nodi che restano da sciogliere mentre la guerra continua.
Del resto, è proprio della grammatica della strategia e della diplomazia il fatto che tanto più ampio è un consesso quanto più complesso è trovare un punto di caduta politico capace di unire gli astanti.
I dubbi dei Volenterosi e di Zelensky
Coi volenterosi di Parigi, in fin dei conti, così è stato. La percezione di fondo è chiara: uno stato di “vedovanza” circa un asse transatlantico a sostegno dell’Ucraina che Donald Trump fa ballare al proprio ritmo ma che non tornerà ai tempi del 2022-2024, una sostanziale paura europea di assumersi fino in fondo le responsabilità della messa in sicurezza del Vecchio Continente che in prospettiva Washington delegherà con maggior forza e una spinta dell’Ucraina a evitare strappi.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, parlando con la rivista francese Le Point, si è detto conscio del fatto che “potrebbero non essere sufficienti” adeguate garanzie di sicurezza europee senza “un’alleanza strutturale tra Europa e Stati Uniti” a sostegno dell’Ucraina. In altre parole: la garanzia che più conta per Kiev è quella di Washington.
Nel breve periodo, probabilmente, Zelensky ritiene che l’opzione ottimale sia quella di continuare a combattere, nonostante la crescente pressione russa e l’inferiorità delle sue truppe sul campo, sperando di dimostrare la volontà di resistere, di logorare l’esercito russo e di arrivare alla forzata pausa autunnale con prospettive di tenuta del fronte. Sperando che nel frattempo Trump perda la pazienza verso un Vladimir Putin sempre più dinamico nel cercare le sue proiezioni in ogni direzione, come la recente trasferta cinese ha dimostrato.
La guerra continua in attesa del negoziato
Siamo dunque a un vero e proprio dialogo tra sordi. Vladimir Putin provoca, proponendo a Volodymyr Zelensky di realizzare a Mosca il summit di pace tra Russia e Ucraina che, come aveva previsto con lungimiranza il nostro Mauro Indelicato intervenendo a “La Miniera”, il Cremlino si è sempre ben guardato di concretizzare dopo il vertice di Putin a Anchorage con Donald Trump. L’Europa, invece, cerca il suo spazio ma lo fa con presupposti errati, mettendosi in lizza per intervenire a garantire la sicurezza ucraina solo dopo la conclusione di un cessate il fuoco per cui i Paesi del Vecchio Continente non sembrano avere né le carte né la volontà reale di impegnarsi.
Dopo l’ennesimo summit, resta una realtà concreta: gli attori al centro dello scacchiere restano Usa e Russia, sulla cui direttrice si gioca la reale contesa strategica, geopolitica e diplomatica. Parliamo di una partita che va ben oltre l’Ucraina. E in cui l’Europa non è invitata al tavolo perché sul menù. Zelensky, in fin dei conti, questa cosa l’ha capita e fa il pesce in barile. I leader europei, probabilmente, ancora no.
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