A tre anni dall’inizio dell’invasione russa, la mobilitazione degli ucraini – vale a dire il reclutamento forzato di uomini adulti – è sempre più impervia. Violenza, disperazione e rivolte diffuse si intrecciano mentre le élite politiche di Kyiv invocano leggi sempre più draconiane contro chi “diffonde propaganda nemica”, ossia i disfattisti, i recalcitranti e chi li aiuta. Incluse donne e minori.
Un video diffuso l’8 luglio mostra un gruppo di militari impegnati nella mobilitazione trascinare a forza un uomo dentro un furgone a Dryhlov, nella regione di Zhytomyr. Lui aveva un referto medico che lo esonerava dal servizio, ma i reclutatori non si sono fermati: il fabbisogno di uomini al fronte è così grande, e gli episodi di resistenza così tanti, che non si può andare troppo per il sottile. Il giorno stesso, a Merefa, vicino a Kharkiv, una madre ha cercato di impedire che portassero via suo figlio. Si è aggrappata al minibus che lo stava rapendo finché un soldato l’ha respinta violentemente. Poco dopo la donna è crollata a terra, sotto gli occhi di tutti. I testimoni sui social hanno parlato di infarto, mentre le autorità hanno minimizzato sostenendo che fosse solo ricoverata.
Sono storie raccontate dal sempre strepitoso blog Events in Ukraine di Peter Korotaev, tra le poche fonti brutalmente schiette su questo fenomeno, ma senza alcuna simpatia per il Cremlino. Non è raro che la violenza colpisca anche chi cerca solo di informare o aiutare altri a evitare la leva. A fine giugno una donna della regione di Volyn è stata condannata a cinque anni di carcere (poi sospesi) per aver pubblicato su un gruppo Telegram con quasi 4.000 iscritti segnalazioni sui movimenti delle squadre di reclutatori.
La rabbia cresce
La rabbia monta anche tra chi è già al fronte, sempre più composto da uomini strappati alle famiglie e arruolati controvoglia, mentre aumenta la povertà – il salario minimo è sceso a 72 dollari al mese, “biologicamente impossibile”, ammettono i ministri – e diminuisce la popolazione giovane. Le scuole registrano iscrizioni record al ribasso e i genitori temono di mandare i figli fuori, per non rischiare che vengano arruolati. Intanto, il gossip sui privilegi dell’élite getta altro sale sulle ferite. Un imprenditore hi-tech, creatore di un app ufficiale per la mobilitazione, è stato fotografato in vacanza a Bali, mentre circola la voce che l’app utilizzi uno spyware indiano già considerato illecito negli Stati Uniti. Un altro caso emblematico è quello di un 19enne benestante fermato al confine con l’Unione Europea, al suo 19° tentativo di fuga.
Nella patria che prometteva democrazia e diritti insieme all’avvicinamento europeo, la mobilitazione è diventata sinonimo di paura e umiliazione. Il 47 per cento degli ucraini, secondo un istituto di ricerca di Kyiv, oggi crede che “l’Ucraina sarà un paese spopolato con un’economia distrutta tra 10 anni”. Tre anni fa – per un confronto – l’88 per cento pensava che sarebbe diventata un prospero membro dell’Ue.
La macchina della guerra macina uomini e famiglie, mentre il dissenso viene zittito. Il sito Kyiv Independent, molto più onesto di tanti media filo-ucraini europei pur essendo piuttosto istituzionale e patriottico, lancia l’allarme: l’Ucraina rischia di scivolare verso un autoritarismo simile a quello della Russia. Tra gli episodi che minano lo stato di diritto ci sarebbero la persecuzione di Vitaliy Shabunin, noto attivista anticorruzione, l’uso arbitrario delle sanzioni contro oppositori politici (come l’ex presidente Poroshenko), le pressioni sui media indipendenti e un crescente accentramento del potere.
E chi si oppone, spesso lo fa nell’ombra, rischiando la pelle per strappare un briciolo di libertà a un sistema sempre più autoritario. La guerra – si legge nell’editoriale – non può giustificare la demolizione della democrazia.